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La crocifissione: in quale modo Gesù è stato appeso alla croce?

JEZUS NA KRZYŻU
Thuong Do/Unsplash | CC0
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Gli storici dicono che i chiodi venivano piantati sui polsi; il Vangelo ci dice che Gesù mostra i segni sulle mani. Come andarono i fatti?

Ho letto che durante la crocifissione Gesù sarebbe stato trafitto dai chiodi sui polsi, per attaccarlo alla croce, perché questa era l’usanza dei Romani. Eppure, sul Vangelo si legge che Gesù mostra a San Tommaso i fori sulle mani, e anche le stimmate dei santi, da San Francesco a padre Pio, avvengono sulle mani. Come stanno le cose? Grazie se vorrete rispondere a questo mio piccolo dubbio.

Risponde don Stefano Tarocchi, docente di Sacra Scrittura alla Facoltà Teologica dell’Italia Centrale.

La pena della crocifissione, che già Cicerone chiamava il «supplizio più crudele e disgustoso», è stata definita a buon diritto una vera e propria tortura che si concludeva con la morte infame del condannato. Seneca a proposito della croce, che poteva avere più forme, parla chiaramente di «legno maledetto». Era la forma di esecuzione più vergognosa del mondo romano, riservata agli schiavi, ai banditi, ai ribelli, e a coloro che erano ritenuti una minaccia per l’ordine pubblico e non avevano la cittadinanza romana.

Contrariamente a quello che si vede nelle trasposizioni cinematografiche, il condannato era legato e portava non la croce intera (peraltro di varie forme), ma il solo braccio orizzontale, il cosiddetto patibulum: la parola latina si spiega da sé.

Solo i testimoni di Geova parlano di un palo, cui Gesù sarebbe stato legato. Tutto questo con una lettura fuorviante di Paolo, che nella lettera ai Galati scrive: «Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della Legge, diventando lui stesso maledizione per noi, poiché sta scritto: Maledetto chi è appeso al legno» (Gal 3,13).

Gli arti del condannato erano di norma inchiodati o legati al legno con delle corde o con dei chiodi. Sopra la testa si poneva un titulus con il nome del condannato e la sentenza emessa contro di lui. Non è attestato in origine un sostegno per i piedi (suppedaneo), che siamo soliti trovare nelle raffigurazioni della crocifissione.

Il filosofo stoico Seneca, morto nell’anno 65, parla in maniera figurata delle mani del condannato fissate con chiodi alla trave trasversale, il patibulum: «anche se non riescono a staccarsi dalle croci su cui ognuno di voi conficca i suoi chiodi, tuttavia, quando sono condotti al supplizio, pendono ciascuno da un solo palo».

Lo storico latino Tacito (55-120) ci parla della crocifissione anche dei seguaci di Gesù: «furono dapprima arrestati coloro che confessavano [di essere cristiani], poi, sulle rivelazioni di questi, altri in gran numero furono condannati non tanto come incendiari quanto come odiatori del genere umano […] affissi a delle croci e bruciati» (Annali, 15,44).

Quanto ai Vangeli, e quindi per approfondire la crocifissione di Gesù, così dice il vangelo secondo Marco: «lo crocifissero e si divisero le sue vesti, tirando a sorte su di esse ciò che ognuno avrebbe preso… Con lui crocifissero anche due ladroni, uno a destra e uno alla sua sinistra» (Mc 15,24.27). Così il vangelo di Matteo: «dopo averlo deriso, lo spogliarono del mantello e gli rimisero le sue vesti, poi lo condussero via per crocifiggerlo… Dopo averlo crocifisso, si divisero le sue vesti, tirandole a sorte» (Mt 27,31.35) e il vangelo di Luca: «quando giunsero sul luogo chiamato Cranio, vi crocifissero lui e i malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra» (Lc 23,33).

Infine, così scrive il Vangelo di Giovanni: «egli, portando la croce, si avviò verso il luogo detto del Cranio, in ebraico Gòlgota, dove lo crocifissero e con lui altri due, uno da una parte e uno dall’altra, e Gesù in mezzo… Nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora posto (Gv 19,17-18.41).

Ora non c’è dubbio che tutti i testi evangelici parlano semplicemente del luogo e della crocifissione di Gesù, senza entrare nei particolari, ma tanto bastava per far scrivere al vescovo s. Ignazio di Antiochia (35-107) che Gesù «realmente fu perseguitato sotto Ponzio, realmente fu crocifisso e morì alla presenza del cielo, della terra e degli inferi» (Lettera ai Tralliani, 9,1). E, ancora Ignazio, aggiunge che «sotto Ponzio Pilato e il tetrarca Erode, per noi fu veramente inchiodato nella carne» (Lettera agli Smirnesi 1,2).

Non abbiamo perciò testimonianze che ci assicurano sulla maniera in cui Gesù venne affisso alla croce. Per questo dobbiamo ricorrere ai testi delle manifestazioni del Risorto, come il Vangelo secondo Luca, dove troviamo l’unico riferimento ai piedi: «guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho» (Lc 24,39).  Il solo Vangelo di Giovanni aggiunge altri dettagli, a proposito delle manifestazioni di Gesù risorto ai discepoli: «la sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il costato» (Gv 20,19-20). Tuttavia «Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, io non credo» (Gv 20,19-20.24-25). Quando Gesù, otto giorni dopo si manifesta ai discepoli, «disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio costato; e non essere incredulo, ma credente!» (Gv 20,27).

Sant’Efrem il Siro, nel IV secolo, parla delle mani di Gesù inchiodate alla croce e dei piedi legati. Ma probabilmente si ispira ad un Salmo, quando dice «un branco di cani mi circonda, mi accerchia una banda di malfattori; hanno scavato le mie mani e i miei piedi» (Sal 22,17).

E qui viene la preoccupazione del lettore: se Gesù fosse stato realmente inchiodato al palmo della mano, come nelle immagini rammentate dal lettore, che hanno la loro lettura del fenomeno delle stimmate (si pensi alle immagini di S. Francesco che ci ha lasciato Giotto), il suo corpo non poteva stare sulla croce per ragioni unicamente anatomiche: i chiodi avrebbero immediatamente strappato le mani e fatto cadere il corpo. Fra l’altro, il termine ebraico che indica la mano comprende anche l’avambraccio, e quindi i polsi.

Arriviamo quindi a sant’Elena, la madre dell’imperatore Costantino: questi che nel 313 emanò il celebre decreto perché fosse «consentito ai Cristiani e a tutti gli altri la libertà di seguire la religione che ciascuno crede, e venerato come santo dalle chiese orientali. Elena nell’anno 327 si fece pellegrina a Gerusalemme e, sotto i templi pagani fatti costruire dall’imperatore Elio Adriano sul luogo della crocifissione e della sepoltura di Gesù (130-132), fece condurre scavi per trovare la vera croce di Gesù.

Ottenuta miracolosa conferma della «vera croce» fra le tre rinvenute, Elena, secondo la tradizione, trova anche tre chiodi (anziché quattro, come nelle rappresentazioni più antiche): due per le mani e il terzo per i piedi.

Così i piedi di Gesù dovevano intendersi inchiodati (e non legati, come generalmente vengono rappresentati i due ladroni) alla croce, in maniera da stare soprammessi, con il piede destro sopra quello sinistro. Ecco la ragione perché nelle rappresentazioni orientali, soprattutto slave, il suppedaneo è obliquo e non più orizzontale. Questo crea un effetto apparente sull’anatomia del Cristo, secondo la tradizione del «Cristo zoppo».

Così, il numero di tre chiodi è diventato classico.

 

QUI L’ORIGINALE

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