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45 anni dalla partenza di Tolkien per Aman, la casa del Padre

Alan Lee
The Fall of Gondolin
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Proprio in questi giorni è uscito un inedito presto anche in Italia per Bompiani: La caduta di Gondolin

Gondolin nelle profondità della Terra-di-mezzo

Allora Barbalbero li salutò uno a uno, e s’inchinò tre volte, lentamente e con gran deferenza, innanzi a Celeborn e a Galadriel. “Non ci vediamo da molto, molto tempo, per sasso e bastone! A vanimar, vanimálion nostari!”, disse. “È triste incontrarsi soltanto in questo modo, alla fine. Perché il mondo sta cambiando; lo sento nell’acqua, lo sento nella terra, e l’odoro nell’aria. Credo che non ci rivedremo più”.
E Celeborn disse: “Non lo so, Antico”. Ma Galadriel disse: “Non nella Terra di Mezzo, non prima che le terre sommerse dalle acque emergano nuovamente. Allora forse nei boschi di salici del Tasarinan c’incontreremo un giorno di Primavera. Addio!”.

Il congedo dei sovrani elfici dal guardiano dei boschi di Fangorn sprofonda nelle loro antiche memorie quanto più cerca di guardar distante, verso il disvelarsi dei loro destini. Il lettore di Il Signore degli Anelli si trova spiazzato dalla vertigine nel tentativo di seguirli lungo la gittata delle loro parole, affioranti da un passato di cui non conservano che pochi e tenui riflessi, tranne per chi le pronuncia. Eppure non si può fare a meno di sporgersi. Come Merry e Pipino, che avevano già udito dei salici di Tasarinan nelle canzoni del nostalgico gigante dei boschi che li aveva raccolti: quasi Hobbit Entium humeris insidentes (come Hobbit sulle spalle degli Ent), per parafrasare Bernardo di Chartres. Eppure non si può che intuirne la vastità e la lontananza, mentre si rimane appesi alla malinconia del loro addio.
Ricorda Galadriel la Primavera del Mondo, ora che giunge il suo Crepuscolo, quando passeggiava nella giovinezza della Terra-di-mezzo. Là nella vallata di Tasarinan (Quenya, o in Sindarin Nan Tathren) ove il grande Sirion rallentava il suo corso e si riversava in innumerevoli rigagnoli, sull’erba alta e all’ombra dei salici giunsero guidati dal mortale Tuor i fuggiaschi della Rocca Nascosta, Gondolin dai Sette Nomi, ultima e più splendida delle roccaforti cadute per la crudeltà del Nemico.

Lì si riposarono alquanto, riprendendosi dalle ferite e dalla stanchezza; impossibile, tuttavia guarirne il dolore. E tennero una celebrazione in memoria di Gondolin e degli Elfi che vi erano periti, […] molte furono le canzoni che si intonarono sotto i salici della Nan Tathren mentre l’anno smoriva. Tuor compose un canto per Eärendil suo figlio circa la venuta che fu di Ulmo, il Signore delle Acque […] e nel suo cuore si risvegliò, come in quello del figlio, il desiderio del mare.

Per quel canto, Uomini ed Elfi conobbero le peregrinazioni di Tuor figlio di Huor, del mandato affidatogli dal Vala Ulmo e del suo arrivo a Gondolin per avvisare il sovrano del futuro pericolo, monito destinato a rimanere tragicamente inascoltato.

Eppure quando fu scritto questo stralcio l’Autore non sapeva quale forma avrebbero preso le vicende di Tuor, la sua penna si trovava più meno a metà strada tra la prima e l’ultima narrazione su Gondolin, in un arco temporale di 35 anni almeno. Puntualmente alterato dal figlio Christopher a nascondere gli strati dei testi da cui è tratto, lo conosciamo già dal capitolo di Il Silmarillion che ci racconta la materia in meno di 20 pagine. In principio, quando il 2nd lieutenant John Ronald Tolkien era in convalescenza nello Staffordshire per una provvidenziale febbre da trincea che gli permise di sopravvivere alla carneficina della Somme, il racconto titolava Tuor e gli Esuli di Gondolin e doveva probabilmente premettere al Lai del suo navigatore celeste (poi) Eärendil già partorito tra versi immaginifici prima della guerra. Ma il giovane reduce presto accademico prese a riferirsi al suo racconto come a La Caduta di Gondolin, prima versione della prima storia in prosa della sua mitologia, quella che diede il via a tutte le altre. La storia di questa storia è il libro omonimo uscito ieri per HarperCollins e illustrato da Alan Lee, The Fall of Gondolin conclude la più incredibile e commovente vicenda autoriale padre-figlio che la storia moderna abbia registrato. Christopher Tolkien ha completato il compito che aveva accettato, senza che il padre glielo avesse mai chiesto direttamente: offrire una «Saga dei Gioielli e degli Anelli» il più possibile completa, secondo l’aspirazione più intima del padre.

Il libro, l’ultimo di John Ronald e Christopher Tolkien, nel mosaico delle Storie

Christopher Tolkien ci aveva colpiti dritti al cuore quando l’anno scorso, nella Prefazione a Beren e Lúthien, aveva comunicato «ora che ho novantatré anni questa è (presumibilmente) la mia ultima curatela nella lunga serie degli scritti di mio padre», non perché come è stato ingenuamente scritto da qualcuno, avesse deciso di posare la penna e di ritirarsi, prendendo poi in controsenso anche la notizia sulle sue dimissione dal board della Tolkien Estate. Bensì per il fatto che una «supposizione» del genere proveniva dalla coscienza di un limite oggettivo: nella consapevolezza che all’appello mancasse solo il racconto di Tuor e della Caduta di Gondolin, il rapporto età del curatore/problematicità della materia non lasciava molto spazio alla possibilità di veder completata l’ultima fatica. Come abbiamo scoperto questa primavera, con l’annuncio dell’(in)atteso e desideratissimo libro «la supposizione, comunque, si è rivelata errata ed ora devo dire “Nel mio novantaquattresimo anno, La Caduta di Gondolin è (indubbiamente), l’ultima”.» (Prefazione a The Fall of Gondolin, p.9). I sentimenti che animano gli affezionati alla Terra-di-mezzo sono gli stessi di gratitudine e nostalgia. Con l’arrivo dell’ultimo per pubblicazione, ma del primo per composizione, i Tre Grandi Racconti al cuore del Silmarillion trovano una loro propria collocazione, nell’autonomia editoriale un trittico per avvicinarsi allo sguardo dell’autore sul proprio legendarium.

Anche stavolta, come per Beren e Lúthien e al contrario di I Figli di Húrin, Christopher Tolkien ha scelto la modalità della “storia della storia”, la presentazione dei testi nella loro evoluzione storica corredati da un breve commentario e da sintesi di contesto. In questo caso Christopher sembra aver ridotto ulteriormente il proprio apporto originale nella mole di testo, preferendo concentrare la propria analisi al capitolo The Evolution of the Story, un saggio che copre una 40ina di pagine (non presentando nemmeno un rigo di materiale totalmente inedito, per i più edotti dell’opera tolkieniana si tratta della sezione di maggior rilievo). Nel libro sono contenuti in ordine cronologico i testi che dall’inverno 1916-1917 fino al 1951-1952 raccontano di come Tuor giunse alla Città di Gondolin e questa fu sopraffatta dalle orde di Morgoth. Proprio ai due estremi si collocano le versioni principali.

  • Del racconto originale si è già detto, pubblicato nel 1983 in The Book of Lost Tales – vol.2 (cfr. Racconti Perduti) è la sola versione narrativamente esaustiva mai composta da Tolkien.
  • La più tarda Tuor e il suo arrivo a Gondolin, che ha visto la stampa nel 1980 in Racconti Incompiuti di Númenor e della Terra-di-mezzo, invece è concepita come un vero e proprio romanzo e approfondisce la narrazione di Tuor nel suo viaggio verso la Rocca Nascosta, interrompendosi per rimanere incompiuta nel fatidico momento in cui il mortale vi posa lo sguardo.
  • Tra di esse Christopher riporta le prime versioni del Silmarillion, dalla seconda metà degli anni ’20 quand’era poco più che un “abbozzo della mitologia”, ai primissimi anni ’30, quando compaiono gli annali (Quenta, nella traduzione elfica) che confluiranno poi nel Silmarillion pubblicato a costituire la gran parte del capitolo Tuor e la Caduta di Gondolin; meno le prime pagine, sunto scarno del Tuor tardo.

Le versioni più mature degli annali (composte dagli anni ’50 in avanti) infatti non arrivano a dare una cronaca del mito fino alla Caduta di Gondolin, così anche il Prologue e le Conclusions, che corredano i testi, li contestualizzano nello sfondo mitologico e presentano gli effetti della vicenda nella Storia degli Elfi in rapporto alla fase di evoluzione del legendarium negli anni ’30. La complessità del mosaico (o meglio, di questa sola scena del mosaico più ampio che è l’intero legendarium) ci dà un’idea del tipo e dell’estensione di problematiche che Christopher Tolkien si è trovato davanti nel preparare una simile rassegna di manoscritti per la pubblicazione, di quelle che dovette affrontare nel comporre il capitolo di Il Silmarillion che ne è sintesi, nonché del valore del grande lavoro di compilazione in cui si cimentò per i 12 volumi di The History of Middle-earth.

Il ritorno, dalla fine all’inizio del viaggio

J.R.R. Tolkien tornava insistentemente sulle proprie storie in diversi periodi della propria vita. Spesso lo sviluppo di un elemento del suo mito all’interno di una storia che fosse condiviso o anche solo correlato ad un’altra lo portava a ritornare sulla seconda e sperimentare in che modo l’elemento rinnovato potesse riformare l’intera storia, portando così nuove modifiche, aggiunte, nuovi emendamenti che a loro volta si sviluppavano ridisegnandola e potevano così influire su altre storie. Ciò avvenne in modo dirompente, vero e proprio evento tellurico delle sue storie, quando Il Signore degli Anelli, oramai ultimato ma ancora lontano dall’essere pubblicato, si rivelò non essere «un seguito dello Hobbit, ma del Silmarillion» (Lettera del 24 febbraio 1950). Scrivendo al suo editore Stanley Unwin cercava di convincerlo della necessità di pubblicare sia la Storia degli Hobbit che le leggende della Prima Era, perché la prima non poteva sussistere senza le seconde, chiedendo decisamente troppo alla comprensione del suo interlocutore; al contempo coltivava la possibilità di passare alla casa Collins proprio per assicurarsi la pubblicazione di entrambi. L’esito non fu quello sperato e prima che le possibilità di veder stampato Il Silmarillion scemassero, Tolkien diede seguito alla sua intuizione. Se Il Signore degli Anelli esigeva il Silmarillion, quest’ultimo era profondamento interpellato dell’epica degli Hobbit: rimise mano anzitutto alla vicenda di Tuor, riscrivendola da capo attraverso uno stile di prosa molto vicino a quello che aveva sviluppato accompagnando Frodo e Sam nella Terza Era.
È solo in questo momento che la memorabile apparizione di Ulmo, la Potenza che governa le Acque, prende forma da alte onde nell’oceano in tempesta dinanzi all’attonito Tuor. In quello che è uno dei momenti immaginativi più potenti dell’opus tolkieniano, attraverso la voce prorompente del Signore del Mare viene proposta una riflessione filosofica su Fato e Destino che poteva essere espressa con tanto vigore solo dopo il vaglio dell’Anello. Per un testo che ha acquisito tutta l’attenzione al dettaglio del Tolkien maturo, si può solo immaginare come sarebbe stata rimodellata la narrazione della Caduta. Ma in questo scritto, trai più alti esempi della sua prosa, Tuor non giunge se non a superare le Sette Porte per il Tumladen e il giudizio di Echtelion della Fonte. Non ci vien detto del suo stupore a scorgere di lontano la Città di Gondolin, della sua titubanza prima di parlare, ispirato da Ulmo, al sovrano Turgon per comunicargli l’avvertimento, né del suo veder per la prima volta Idril Celebrindal, figlia del Re, l’amata che gli darà il figlio di entrambe le stirpi, Uomini ed Elfi; né degli anni passati nella pace amorosa prima della rovina, del tradimento di Maeglin e dell’inferno che l’Oscuro Nemico del Mondo scatenerà sulla città che osava resistergli nel nascondimento.

Per la grande visione della Caduta di Gondolin possiamo solo affidarci al racconto originale del 1917, ai suoi arcaismi e agli accenti lirici, senza la mediazione di un punto di vista al livello del lettore. Mentre si rimane meravigliati della magnifica parata delle armate dei Gondolindrim, trionfale ed appassionato dipinto di una cultura inventata come si stenta a trovarlo altrove (dentro e fuori dall’opera tolkieniana), tosto si scopre che tanto splendore ha come destinazione ultima un più esacerbato offuscamento: l’irruzione dell’orrore guerresco ha il volto della modernità. I draghi che si accaniscono su mura e torrioni, che fanno strage dei Signori degli Elfi di quel tempo antico, non sono che macchinazioni abitate da un maleficio ingegneristico, placcati e giunti in metallo travolgono in un assordante clangore e vomitano colonne di fuoco senza interruzione: sono gli spettri dei carrarmati e dei lanciafiamme che i soldati della Somme per primi nella Storia videro divorare i loro commilitoni, arsi o schiacciati in un massacro inimmaginabile. Si è visto giustamente nella scrittura di questo primo racconto, nell’immersione nel mito un atto volto ad esorcizzare la tragedia che aveva riguardato direttamente l’autore nei mesi precedenti. Non solo armi semoventi, i nemici degli Elfi appaiono qui orde pressoché prive della più flebile umanità (perché quale umanità potrebbe assumere il ruolo dell’inimicizia assoluta?), i primi degli Orchi, mentre mere possenti demònia li guidano, i Balrog, avversari che non si possono abbattere se non al prezzo dei sacrifici dei più nobili, così come sarà millenni dopo per Gandalf a Moria. Non rimane che conservare ciò che si può sottrarre alla distruzione e sopra ogni cosa il piccolo Eärendil, che si volta nella colonna dei fuggitivi per guardare la più brillante città degli Elfi ad Est del Mare consumarsi tra le fiamme: lui che solo potrà mettere fine all’oppressione delle stirpi che l’hanno generato.

Tanti sono gli elementi in cui differiscono le versioni, ma su tutte domina il richiamo del mare. Così quando i fuggitivi sostano in Tasarinan, il canto di Tuor è destato delle Acque che vi gorgogliano, nel sussurro che Ulmo custodisce e che dalla foce risale, trattenendo nei flutti un’eco lontana della Grande Musica con cui furono create tutte le cose che sono.

John Garth, biografo degli anni giovanili di Tolkien ed eccellente studioso, chiama Tuor “eroe riluttante”, insieme precursore ed erede di Frodo. La sua resistenza iniziale sul fardello affidatogli è in gran parte determinata dal desiderio di prendere il mare, che mai s’attenua. Così anni dopo aver messa al sicuro la gente che l’aveva accolto come sposo della figlia del re:

Tuor sentì la vecchiaia addosso, e il desiderio andava facendosi sempre più forte nel suo cuore. Costruì pertanto una grande nave che chiamò Eärrámë, cioè Ala Marina; e con Idril Celebrindal fece vela verso l’occaso e l’Ovest, né più se ne ebbe notizia in narrazioni o canti.

Il mare lo prenderà anche Eärendil Mezzelfo suo figlio; e i pochi testi della sua storia mai raccontata sono inseriti nelle Conclusioni. Eärendil che intercederà presso i Valar per ricevere l’aiuto che da tempo Ulmo chiede ai suoi pari nel governo del Mondo, Eärendil che porterà il Silmaril sulla fronte preannunciando la liberazione e venendo assiso nel firmamento: quella luce che Galadriel consegnerà nella fiala a Frodo e che Frodo porterà con sé nel momento di prendere il mare per sgravarsi del suo fardello e mai più far ritorno.

Allora Frodo baciò Merry e Pipino e per ultimo Sam, e salì a bordo; le vele furono issate, il vento soffiò, e lentamente la nave scivolò via lungo il grigio estuario; e la luce della fiala di Galadriel che Frodo teneva alta scintillò e svanì. La nave veleggiò nell’Alto Mare e passò a ovest, e infine, in una notte di pioggia, Frodo sentì nell’aria una dolce fragranza, e udì dei canti giungere da oltre i flutti.

In The Fall of Gondolin si ha la certezza di essere alla fine di un grande viaggio, ed è davvero così; in realtà siamo tornati al punto di partenza, insieme a Tuor che canta per Eärendil di com’era cominciato il suo viaggio. Sono passati ottant’anni da quando i lettori di Lo Hobbit sentirono parlare di Gondolin dalla bocca di Elrond, quando dalle mani di Gandalf e Thorin esamina le spade dal bottino dei Troll (Elrond, figlio di Eärendil, riconosce il tesoro perduto del suo popolo): quei primi lettori non potevano immaginare cosa si celasse dietro il nome di Gondolin. Ne sono passati quaranta da quando la storia della Città dei Sette Nomi comparve in Il Silmarillion, senza che J.R.R. Tolkien la potesse vedere stampato in vita. Ma di Tuor e Gondolin fu scritto più di 100 anni fa, prima di ogni altra storia, prima che, come ricorda Christopher, ci fossero una Seconda e una Terza Era (o una Prima), prima degli Anelli, prima degli Hobbit, prima che immaginasse la Terra-di-mezzo stessa e i Silmaril: al principio di tutto c’era un reduce, laureato filologo first-class, scampato alla più rovinosa battaglia che mai si fosse vista, che raccontò la più rovinosa battaglia che si potesse raccontare. Un giovane con la sua giovane sposa che lo assisteva, i due all’origine di colui che oggi ci offre l’ultima delle sue fatiche, con la sua devozione di figlio. L’ultimo degli Inklings, Christopher Tolkien, chiude oggi la più grande avventura letteraria del secolo scorso, come si aprì il ritorno dell’epica nel ‘900. Per tutte le notti in cui John Ronald-Tuor ha cantato per Christopher- Eärendil, oggi il figlio si unisce al canto del padre per restituirglielo. Oggi, alla fine del viaggio.

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