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Quel giorno che il prete progressista Panikkar chiese perdono

RAIMUNDO PANIKKAR
Public Domain
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Se non conoscete Raimundo Panikkar allora questa storia è nuova per voi. Se invece sapete chi è, sarà comunque una novità perché nessuno -ma proprio nessuno- racconta come terminò il cammino terreno di questa icona del progressismo post-sessantottino.

Figlio di un indiana e di uno spagnolo, filosofo e teologo sincretistico, prete sospeso, ex membro dell’Opus Dei, membro del Consejo Superior de Investigaciones Científicas (CSIS) e professore ad Harvard e all’Università della California. Tutto questo fu, in sintesi, Pannikkar.

Ordinato prete cattolico nel 1946, fu uno dei primi sacerdoti dell’Opus Dei. Il suo viaggio in India nel 1955 e il contatto con le dottrine spiritualiste aprì in lui convinzioni radicalmente sincretiste che, ben presto, lo condussero in una personale crisi d’identità («si perse in dettagli della religione indiana: parafrasando il titolo di un suo libro, tra il silenzio di Dio e le risposte del Buddha», ha scritto Armando Torno). «Ho lasciato l’Europa come cristiano, mi sono scoperto indù e torno come buddista, senza aver mai cessato di essere cristiano», una sua famosa citazione. Nel 1961 scriverà uno dei suoi libri più famosi, Il Cristo sconosciuto dell’Induismo, dove afferma: «Appare ovvio che il logos, che era nel Principio e che poi si incarnò nel tempo, non può essere identificato senza qualifiche con Gesù di Nazaret. Gesù è il Cristo, ma il Cristo non può essere identificato totalmente con il figlio di Maria» (p. 31).

Abbandonò l’Opus Dei nel 1966, alternando la sua vita tra l’India e gli Stati Uniti, dove divenne docente di Studi religiosi. Sempre più lontano dalle sue origini, si ritirò a Tavertet, in Catalogna, e il 6 dicembre 1984 contrasse un matrimonio civile, venendo per questo sospeso a divinis dalla Chiesa, che gli tolse la facoltà di esercitare gli ordini sacri. In Occidente divenne un simbolo dell’ingenuo progressismo ribelle, un portavoce -anche a suo discapito- della filosofia new-age e del cattolicesimo disobbediente. Ancora oggi, ad esempio, il teologo Vito Mancuso usa il suo nome per invocare l’abolizione del celibato sacerdotale.

Tuttavia, nel 2005, Pannikkar volle inviare una lettera a Javier Echevarría, fondatore dell’Opus Dei: «La comunione dei santi è una realtà», scrisse. «Mi ricordo di tutti voi. Che Dio ti benedica e ti illumini nel tuo delicato compito». I rapporti con la prelatura si intensificarono negli ultimi dieci anni della sua vita, ricevendo amici di vecchia data, come i sacerdoti Ferran Blasi e Juan Antonio González Lobato. Chi lo incontrava vedeva in Pannikkar una riscoperta e una nostalgia della vocazione e dell’ordinazione sacerdotale, vista da lui come il fatto più importante della sua vita, tanto che avviò una trattativa per una soluzione della sua irregolare situazione canonica. Il suo caso venne studiato da Benedetto XVI.

Il passo decisivo avvenne il 15 febbraio 2008, quando il “prete ribelle” scrisse: «Voglio chiedere pubblicamente il perdono per il cattivo esempio che ho dato nella disobbedienza al celibato. Mi pento sinceramente, accetto e riaffermo umilmente la mia obbedienza alla Chiesa. Annullo tutti i legami che ho a causa del matrimonio contratto». Il 3 aprile 2008 venne revocata la sua sospensione e due anni dopo, a Tavertet, Pannikkar è morì completamente riconciliato con la Chiesa. «Mi sento un prete della Chiesa. E voglio continuare tale comunione fino alla fine»«Era un uomo e un intellettuale con i suoi errori e le sue genialità, ma fedele nei suoi sentimenti verso la Chiesa», ha ricordato il suo amico don Ferran Blasi.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE DA UCCR

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