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Perché l’Italia, tra i Paesi europei, ha il record di NEET?

Nicoleta Ionescu

<b> 2. No ser sinceros </b><p> Aunque conectar con personas en los medios sociales pueda dar la impresión de ser menos significativo que hacerlo en la vida real, estos instrumentos sirven precisamente para socializarse, tener relaciones con otras personas. <p> Igual que a tu cónyuge le comentas que has tomado un café con un viejo amigo es importante también compartir con él los charlas que han resultado para ti importantes a través de Internet. No has de tener secretos con tu pareja sobre tus relaciones a través de las redes sociales. A ti tampoco te gustaría que tu marido o esposa te lo ocultara.

Gelsomino Del Guercio - pubblicato il 13/07/18

Sono coloro che non studiano, non lavorano e non si formano. Trascorrono le giornate oziando, spesso sui social network. Il professore Rosina: giovani troppo immaturi, iper protetti dalle famiglie. Ecco come si può uscire da questa condizione

NEET è l’acronimo inglese di “not (engaged) in education, employment or training“, in italiano anche né-né indica persone non impegnate nello studio, né nel lavoro né nella formazione.

Il professor Alessandro Rosina, docente di Demografia e Statistica sociale nella Facoltà di Economia alla “Cattolica” di Milano, ha studiato questo triste e grave fenomeno. All’attivo vanta numerose pubblicazioni, tra cui Non è un paese per giovani (2009), Neet: giovani che non studiano e non lavorano (2015), Il futuro che (non) c’è (2016).

L’Italia è il primo Paese europeo per numero di Neet: ne sono 2 milioni e 189 mila tra 15 e 29 anni, secondo il rapport Istat 2017 (La Repubblica, 13 luglio)

Rosina (nella foto qui sotto presa dal suo profilo twitter) ha provato a spiegare il perché di questo primato, di cui non c’è ovviamente da vantarsi, in un’intervista ad Alberto Galimberti, raccolta in “È una Chiesa per giovani?” (Ancora editrice).

Twitter

Nessun investimento

«È un triste primato e suona peraltro paradossale – premette Rosina – poiché, come conseguenza dell’accentuata denatalità, noi abbiamo già meno giovani rispetto agli altri Paesi europei. Dal punto di vista quantitativo abbiamo disinvestito sulle nuove generazioni. Dovremmo fare tesoro dell’insegnamento tedesco. La Germania ha subito lo stesso crollo delle nascite, con relativo de-giovanimento, solo che l’ha compensato con un potenziamento qualitativo. La comparazione con il modello tedesco è interessante in termini di strategie-Paese adottate».




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La strategia della Germania

«La Germania , avendo meno giovani – prosegue il docente – ha investito di più sulle politiche attive del lavoro, nella formazione sia professionale sia terziaria. Hanno detto: “Una volta preparati bene, i nostri giovani li inseriamo bene nel mondo del lavoro”. Hanno perciò puntato sui centri per l’impiego, fondamentali per accompagnare i giovani in un mercato del lavoro sempre più complesso, anziché abbandonarli a se stessi, rendendo efficiente l’incontro tra domanda e offerta di lavoro. Incontro che in Italia non avviene».




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Le raccomandazioni “made in Italy”

Questo accade «perché da noi vige un altro modello. Non ci curiamo di predisporre percorsi finalizzati a rispondere alla domanda di lavoro, alle esigenze delle imprese. Collochiamo i giovani dove capita o, peggio, lasciamo che entrino, quando riescono a entrare, sulla spinta di relazioni di tipo familiare e amicale, con buona pace della meritocrazia».

Assenza di formazione seria

A fronte di ciò, istruzione e alta formazione sono considerate investimenti secondari.

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europaformazionegiovaniitalialavoroneetstudiare
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