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Lavoro, la staffetta tra vecchi e giovani farà ripartire l’Italia?

© Tom HALEY / SIPA
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I dati sono sconfortanti. Per la Chiesa italiana è la priorità politica. Alcune modifiche della riforma Fornero allo studio da parte del Governo

Il lavoro è un’urgenza politica non più rimandabile, soprattutto per i giovani. Forse non ce n’era nemmeno bisogno, ma anche il Rapporto Istat 2013 arriva a confermare, anzi, a riconfermare un allarme ormai permanente. “Sei milioni di persone sono senza lavoro e vorrebbero trovare un'occupazione”. La disoccupazione giovanile supera ormai il 38%: “quasi la metà dei nuovi disoccupati del 2012 ha tra i 30 e i 49 anni”. E tra i giovani cresce il fenomeno dei cosiddetti Neet  (Not in Education, Employment or Training), ossia giovani che non stanno né lavorando né istruendosi “aumentati del 4,4% tra il 2011 e il 2012 (+21,1% dal 2008) (Il Sole 24 Ore, 22 maggio).



Anche per la Chiesa la questione occupazione deve essere una priorità assoluta per la politica. Negli ultimi giorni, dalla presentazione del Rapporto-proposta per il lavoro sulla situazione italiana – curato dal Progetto culturale della Cei – fino alla prolusione dell’Assemblea dei vescovi, il cardinal Angelo Bagnasco ha ribadito più volte questa linea, definendo il lavoro come la “lama più penetrante e tagliente nella carne della gente di oggi” e l’impegno per affrontare questo nodo “il criterio per giudicare qualunque urgenza e qualunque intervento efficace” addirittura la “domanda che deve presiedere a qualunque riflessione politica a qualunque livello” (Avvenire, 19 maggio).



Il governo Letta, che chiede all’Europa lo stesso impegno negli investimenti per lo sviluppo di quello applicato nel rigore dei conti, sta cercando di intervenire sul mercato del lavoro. Il ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, Giovannini, ha sul tavolo alcune modifiche alla riforma Fornero, volte soprattutto a ridurne la rigidità. Sul fronte dell’occupazione giovanile, tra le ipotesi sul piatto più discusse, quella di una cosiddetta “staffetta generazionale”: un dipendente anziano accetta di lavorare meno ore, con uno stipendio più basso, e in cambio la sua azienda assume un giovane.  Quasi una sorta di azione di scelta riparatoria per i costi che le vecchie generazioni hanno gravato sulle spalle dei giovani.

Non mancano le critiche a questa proposta. Per il vicedirettore del Sole, Alberto Orioli il meccanismo di contribuzione figurativa “funziona se affidata ai contratti di categoria e agli accordi aziendali, ma, se generalizzata, resta una misura onerosa” del valore di circa “100 milioni di euro ogni 10 mila lavoratori” (Il Sole 24 Ore, 21 maggio). L’economista Alberto Alesina non vede l’utilità del meccanismo perché non crea nuovo lavoro né nuova ricchezza ma riconosce che “qualche effetto indiretto potrebbe averlo” soprattutto perché “potrebbe per questo aiutare a ridurre il tempo di attesa per l'impiego” dei giovani e “rendere figli e figlie meno legati al reddito di padri, madri e alla famiglia, quindi più mobili” (Corriere della sera, 22 maggio).



Molto positivo invece il giudizio di un altro economista, Leonardo Becchetti, che addirittura sostiene che “il ministro del Lavoro Giovannini ha buone probabilità di diventare tra i ministri della Repubblica il primo economista civile” in nome di “un approccio che sa andare oltre il riduzionismo economicista che affligge il pensiero economico tradizionale”. L’economia civile cui si fa riferimento è quella per cui “un contratto di solidarietà che riduce per tutti le ore di lavoro invece che licenziare centinaia di lavoratori in grandi imprese e sottoporli all’umiliazione di un sussidio che non compensa affatto la perdita di dignità” è una soluzione infinitamente migliore. È proprio su questa linea di riflessione che Becchetti valuta positivamente, tra le altre, anche l’ipotesi della “staffetta generazionale” che considera un buon esempio di “matematica solidale” perché “oltre ad essere economicamente vantaggiosa è umanamente e socialmente intelligente” (Avvenire, 22 maggio).

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