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Come incassare un’umiliazione: nella nostra risposta c’è molto in gioco

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padre Carlos Padilla - pubblicato il 27/04/18

L’odio genera desiderio di vendetta. Il mio bene e il mio male si scontrano con altri sguardi. Il danno ricevuto fa nascere il desiderio di danneggiare. Le mie lamentele mi riempiono di una rabbia che mi fa perdere il controllo e la pace.

La mia resistenza a soffrire è molto grande. La mia resistenza ad accettare la realtà com’è, non come la vorrei.

Mi costa molto baciare il male che mi opprime. Perdonare chi mi fa del male. Benedire Dio per quello che considero una tragedia, un danno senza senso.

Non voglio né la malattia né la morte. Né l’umiliazione né il disprezzo. Curo il mio buon nome. La mia fama. La mia immagine. I miei progetti incisi nel fuoco perché nessuno li cambi.

E se sembra che Dio voglia alterare la mia rotta mi blocco. Mi acceco. Non voglio perdere quello che possiedo. Forse mi prendo troppo sul serio.

E allo stesso tempo non do importanza alle mie mancanze. Le minimizzo. E ingrandisco, non so bene come, tutti i difetti di coloro che mi circondano. Loro sì che sono colpevoli del male che fanno, penso. Mi danneggiano con il loro atteggiamento.

E io non voglio soffrire. Credo di avere sempre ragione. Sbaglio poche volte. La mia resistenza a non avere ragione. A sbagliare. Ad essermi confuso e ad aver danneggiato altri.

Mi costa chiedere perdono? Sì. La mia resistenza a mostrarmi debole, fragile, povero. Sono un uomo senza una direzione chiara. Con fragilità inconfessabili. Tremo vedendo la mia carne ferita.

Mi costa accettarmi così davanti a Dio e agli uomini. Bacio la croce delle mie resistenze. Voglio essere più di Dio.

[1] J. Kentenich, Conferenze di Sion
[2] Young, Wm. Paul, The Shack

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

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