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Mauro Biglino? Gli danno torto sia gli ebrei antichi e credenti sia quelli atei e moderni

SIGMUND FREUD - MAURO BIGLINO

MAURO BIGLINO © GABRIELE GERACI (CC BY-NC-SA 2.0) | SIGMUND FREUD by Max Halberstadt (1882–1940)

Giovanni Marcotullio - Aleteia Italia - pubblicato il 05/04/18

Da circa mezzo secolo in qua la fantasiosa tesi della paleoastronautica si è scavata una certa nicchia di pubblico, tra Stati Uniti ed Europa: riallacciandosi ad essa, e servendosi di un'editrice amica, un appassionato di letteratura ebraica ha avviato un florido business che ha fatto promanare da libri complottisti perfino delle serie di fumetti. Osservare le fallacie del suo incedere è noioso e snervante, ma può risultare utile. Oggi rispondiamo all'“obiezione principale” di Mauro Biglino sulla base degli antichi traduttori della prima versione della Bibbia in una lingua non semitica e su quella, più moderna e laica, di Sigmund Freud, che oltre a essere padre della psicanalisi duellò per tutta la vita – da quell'ebreo ateo che fu – con “l'uomo Mosè”.

Qualcuno ricorderà forse che tempo fa mi occupai di Antico e Nuovo Testamento, libri senza Dio, il penultimo libro di Mauro Biglino (l’ultimo l’anno scorso: il 2017 ci ha regalato anche la revisione dei libri Veda!). Mi ero ripromesso all’epoca di passare in rassegna gli errori, le contraddizioni e le contraffazioni di cui l’autore aveva infarcito il suo testo “a tesi”. Poi ho tralasciato la cosa: i miei interessi (esegesi, teologia, storia) mal si conciliano con la fantascienza, e quest’ultima facilmente mi viene in uggia. Ogni promessa, però, è debito, e del resto vedo che quel vecchio articolo continua a macinare parecchie letture ogni giorno: evidentemente la domanda c’è, dunque sarà opportuno offrire una confutazione serrata alle tesi di Mauro Biglino.

Forse il problema più serio, nell’affrontarle, è che tutto il suo impianto manca di una vera organicità: normalmente, nella controversistica, i disputanti riescono a individuare nelle idee dell’avversario una certa gerarchia, un’armonia delle parti che – proprio come in un organismo vivente – rende chiaro quali sono gli organi vitali e quali no. Si colpisce allora al cuore la tesi avversaria smascherando la fallacia centrale, quella da cui, a cascata, si smontano le altre.

Ora, una tesi centrale nelle teorie di Mauro Biglino non c’è: l’autore ha un bel dire e ripetere che la questione fondamentale sarebbe quella del plurale di Elohîm. Non è così: la questione di “Elohîm plurale/singolare” è relativamente difficile da buttare giù… solo in quanto non sta in piedi di suo. Ricordiamo:

  1. che l’uso di Elohîm come plurale tantum sia attestato in tutto il semitico nord-occidentale è un’evidenza filologica a prova di bomba;
  2. che nelle Scritture bibliche si attestino ricorrenze di Elohîm come veri plurali – e che dunque postulano l’esistenza di altre divinità oltre al Dio di Israele – è la cosa più normale del mondo: che io dica a un induista “Shiva non potrà salvarti” non può essere addotto come prova della mia credenza nell’esistenza di Shiva (ovvero poiché innegabilmente Shiva esiste, almeno nelle credenze di alcuni uomini, tutti gli uomini possono parlarne concedendogli un certo grado di esistenza – quello dei personaggi di fantasia – e tuttavia negandogli il grado di esistenza propriamente detto, quello che può supportare l’azione e la passione); infine,
  3. che da un lato si ostenti riguardo asettico per le fonti, quasi come se potessero risultare parlanti al di là del proprio sitz im-Leben, e dall’altro si introiettino nei testi categorie anacronistiche è un’incoerenza metodologica tale da inficiare ogni considerazione – anche quelle che, prese singolarmente, sono in sé stesse fondate e ragionevoli.

Cosa vuol dire quest’ultimo punto? Una cosa che Biglino fa di continuo, per quanto la dissimuli: periodicamente ripete di volersi attenere al nudo testo, salvo poi operare censure previe, sul testo stesso, in base a presupposti ermeneutici extra-testuali. Il più ricorrente di questi è l’affermazione che «nella Bibbia non v’è nulla di religioso»: il gioco di prestigio riesce, a Biglino, perché da una parte si coartano a forza, nella Bibbia, i concetti di “Dio”, di “spirituale” e di “sacro” come sono stati distillati da tremila anni di riflessione giudaico-cristiana, e dall’altro gli stessi testi addotti sono sempre parziali, mai presi veramente sul serio nella loro integralità.

Cercheremo di darne un saggio, nelle prossime settimane, a partire dai capitoli centrali di Antico e nuovo testamento, libri senza Dio: quelli dedicati a Gesù. Come dicevo all’inizio, non si ha a che fare con un’organica (ancorché eterodossa) serie di tesi, tra le quali colpendo le principali si ottenga un organico disgregamento. Leggere Biglino è piuttosto come assistere a uno spettacolo di ombre cinesi: al lettore, anche a quello non mal disposto (ma poco formato), sembra di riconoscere la sagoma di cani, gatti, colombe, draghi… però nulla del genere è realmente presente; le immagini vengono percepite da un pubblico già capace di riconoscere certi contenuti e sono prodotte tramite l’artificiosa sovrapposizione di realtà solide distinte e la sistematica proiezione su un piano mutilato di una dimensione.

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