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Perché San Francesco d’Assisi è stato un cristiano e non Gesù Cristo un francescano

JESUS SAINT FRANCIS
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Una questione importante per orientarsi nella fede cristiana

«Nella Chiesa del Signore ci sono diverse magioni. Ogni eresia è stato uno sforzo per rimpicciolire la Chiesa. Se il movimento francescano si fosse risolto in una nuova religione, questa sarebbe stata, dopo tutto, una religione meschina. E se degenerò, qua e là, in una quasi eresia, fu certamente una meschina eresia. Produsse ciò che l’eresia poteva produrre: oppose gli eccessi del sentimento francescano al vero spirito di Dio. ù
Quel sentimento, in origine, era quello buono e glorioso di San Francesco, ma quando non si ispirò più al vero spirito di Dio, degenerò in monomania. Sorse così la setta dei Fraticelli. Costoro si dichiararono i veri figli di San Francesco e si sottrassero alla condizioni imposte da Roma, in omaggio a quello che chiamavano «il programma completo di Assisi».
In pochissimo tempo, questi bislacchi francescani apparvero feroci come i Flagellanti. Lanciavano violenti anatemi, denunciavano le unioni matrimoniali, minacciavano l’umanità. In nome del più umano fra i santi, dichiaravano guerra al genere umano.
Non fu la persecuzione ad annientarli: alcuni, alla fine, si convertirono e gli altri non realizzarono niente che avrebbe potuto, seppure lontanamente, ricordare il vero San Francesco.
Quella gente era formata da mistici, che non erano null’altro che mistici; mistici ma non cattolici, mistici ma non cristiani, mistici ma non uomini. E deviarono dalla giusta via, perché non vollero ascoltar ragione, nel vero senso della parola.
Per quanto San Francesco possa sembrare impetuoso e romantico nella sua evoluzione, c’è comunque sempre un legame invisibile e indistruttibile che lo tiene avvinto alla ragione. Il grande Santo era sano e lo stesso suono della parola «sanità», simile al vibrare profondo di una corda dell’arpa, ci riporta a qualcosa di molto profondo in lui che sembrò quasi eccentrico.
Ma non fu un eccentrico, perché si girava sempre al centro e al cuore di ogni labirinto; attraversava con i più bizzarri zigzag i sentieri più brevi del bosco, ma dirigendosi sempre verso casa. Era non solo troppo umile per essere un eresiarca, ma troppo umano per essere un estremista nel senso di poter fuggire ai confini della terra.
 Quelsense of humour che si rivela nei racconti delle sue impetuose avventure, non permise l’irrigidirsi nella solennità dell’auto-giustizia del settario».

Chesterton ricorda anche come ogni esistenza cristiana si caratterizza non per una sopravvalutazione di se stessa, bensì per quello spirito di lode e di ringraziamento che permette di cogliere l’ampiezza dell’opera di Dio[11] 

«[Francesco] fu soprattutto un grande donatore, che ideò il miglior modo di donare, detto «ringraziamento». Se un altro grande uomo[12] scrisse una grammatica del consenso, di Francesco si può dire che scrisse una grammatica della gratitudine, perché comprese, in tutta la sua profondità, la teoria del ringraziare; e quella profondità è un abisso senza fondo.
Egli seppe che la gloria di Dio è posata sul suolo più forte quando appoggia sul nulla. E seppe anche che noi possiamo valutare meglio il grande miracolo della nostra semplice esistenza, se riusciamo a comprendere che è solo una straordinaria grazia, che ci ha fatto esistere. E qualche cosa di quella più grande verità è ripetuta, in forma più piccola, nei nostri rapporti con un così potente costruttore di storia.

Anch’egli ci ha donato dei premi che non avremmo neppure immaginato di potere avere
, ed è stato così grande che non possiamo dargli nient’altro che la nostra gratitudine. […] E chiunque riconosca il valore della sua ispirazione e ricordi, della sua storia, anche solo qualche aneddoto incompleto, sentirà dentro di sé almeno un poco di quel senso di impotenza che costituì gran parte del suo potere; e capirà, almeno in parte, ciò che San Francesco capì di quel debito, grande e buono, che non può essere mai pagato. Avvertirà il desiderio di voler fare infinitamente di più e, al tempo stesso, il vuoto di non aver fatto nulla.
Saprà cosa significa essere inondati da un tale diluvio di meraviglie e non avere nulla con cui ricambiarlo; nulla da appendere alle immense volte di un tempio così ampio, che è stato eretto nel tempo e nell’eternità, tranne questa piccola candela consumata tanto rapidamente al suo altare».

Dell’inopportunità di erigere la propria esistenza a norma della vita di ogni credente doveva essere consapevole lo stesso Francesco che non volle che gli sposati o i mercanti lo seguissero nella via della castità e della rinuncia ad ogni bene materiale. La stessa fondazione del Terz’ordine francescano – è di relativa importanza la questione se Francesco stesso ne sia stato l’iniziatore materiale o se esso sia nato immediatamente dopo su sua ispirazione – mostra la consapevolezza della prima generazione francescana che le beatitudini dovevano essere vissute con specificità diverse nel caso di laici sposati o di ecclesiastici con incarichi specifici o piuttosto nel caso di fratelli consacrati nell’ordine francescano stesso tramite i voti, come ha recentemente ricordato Joseph Ratzinger – Benedetto XVI nel suo Gesù di Nazaret[13]:

«L’interpretazione della Scrittura non può essere una faccenda puramente accademica e non può essere relegata nell’ambito esclusivamente storico. La Scrittura porta in ogni suo passo un potenziale di futuro che si dischiude solo quando le sue parole vengono vissute e sofferte fino in fondoFrancesco d’Assisi ha colto la promessa di questa Beatitudine [beati i poveri in spirito] nella sua radicalità estrema – fino al punto di dare via anche il proprio vestito e farsene dare uno dal Vescovo, rappresentante della bontà paterna di Dio, che veste i gigli del campo meglio di come vestiva Salomone (cfr. Mt 6,28s). Per Francesco questa umiltà estrema significava soprattutto libertà di servire, libertà per la missione, estrema fiducia in Dio che non provvede solo ai fiori del campo, ma si prende cura proprio dei suoi figli; significava un correttivo alla Chiesa del suo tempo che con il sistema feudale aveva perso la libertà e la dinamica dello slancio missionario; significava un’intima apertura a Cristo a cui, mediante lo strazio delle stigmate, veniva totalmente conformato cosicché ora egli veramente non viveva più se stesso, ma, in quanto persona rinata, esisteva completamente da Cristo e in Cristo. Francesco non aveva intenzione di fondare un Ordine religioso, ma voleva semplicemente radunare di nuovo il popolo di Dio per un ascolto della Parola che non si sottraesse con dotti commenti alla serietà della chiamata. Tuttavia, con la fondazione del Terz’ordine ha poi accettato la distinzione tra l’impegno radicale e la necessità di vivere nel mondo. Terz’ordine significa accettare in umiltà proprio il compito della professione secolare e delle sue esigenze, laddove ci si trova, ma vivere nello stesso tempo protesi verso la profonda comunione interiore con Cristo, nella quale il santo di Assisi ci ha preceduti. «Avere come se non si avesse» (cfr. 1 Cor 7,29ss): apprendere questa tensione interiore come la sfida forse più difficile e poterla veramente vivere in modo sempre nuovo, sostenuti in ciò da coloro che hanno scelto di seguire Cristo in modo radicale – è questo il senso dei Terz’ordini e in ciò si rivela che cosa può significare la Beatitudine per tutti. Soprattutto diventa anche evidente in Francesco che cosa vuol dire «regno di Dio». Francesco era collocato totalmente dentro la Chiesa e, d’altra parte, in figure come lui la Chiesa si protende verso la sua meta futura, ma già presente: il regno di Dio si avvicina».

L’esperienza francescana illumina così e specifica anche il ruolo dei nuovi movimenti e delle nuove comunità dopo il Concilio Vaticano II: la santità di un fondatore di una determinata realtà ecclesiale ed anche i frutti manifesti che lo Spirito dona alla chiesa tramite quella stessa comunità non implica assolutamente che tutti i credenti debbano assoggettarsi a quella forma poiché nessuna forma concreta di vivere il Vangelo può pretendere lo stesso posto del Vangelo stesso.

Note al testo

[1] A. Vauchez, Francesco d’Assisi, Einaudi, Torino, 2010 (originale francese del 2009).

[2] A. Vauchez, Francesco d’Assisi, Einaudi, Torino, 2010, p. 361.

[3] A. Vauchez, Francesco d’Assisi, Einaudi, Torino, 2010, pp. 360-361.

[4] Cfr. R. Lambertini, Apologia e crescita dell’identità francescana (1255-1279), Istituto storico italiano per il Medioevo, Roma 1990.

[5] Secondo la felice espressione di G. G. Merlo, Tra eremo e città cit., p. 506.

[6] In effetti, Vauchez cita tre volte nella sua opera Chesterton, ma non nelle pagine finali che sono state presentate più sopra.

[7] G.K. Chesterton, San Francesco d’Assisi, Mursia, Milano, 2007.

[8] G.K. Chesterton, San Francesco d’Assisi, Mursia, Milano, 2007, pp. 151-152.

[9] G.K. Chesterton, San Francesco d’Assisi, Mursia, Milano, 2007, pp. 153-154.

[10] G.K. Chesterton, San Francesco d’Assisi, Mursia, Milano, 2007, pp. 155-156.

[11] G.K. Chesterton, San Francesco d’Assisi, Mursia, Milano, 2007, pp. 157-159.

[12] Il cardinal Newman.

[13] J. Ratzinger – Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, Rizzoli, Milano, 2007, p. 102.

 

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE DAL PORTALE “GLI SCRITTI”

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