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Gucci fa sfilare teste mozzate, Armani non ci sta. Perché l’anima ha bisogno di fiorire anche in un guardaroba autunno/inverno

GUCCI FASHION
Filippo MONTEFORTE / AFP
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L’ultima provocazione della moda è portare un calco della propria testa al posto della borsa. Eppure l’idea di un taglia e cuci umano in cui le membra sono ridotte ad accessorio stride col bisogno testardo di essere un’anima intera, irriducibile.

Naomi, Cindy e Claudia erano bellissime, aldilà di ogni ragionevole invidia. Lo sono tuttora. Negli anni in cui erano le top model venerate da tutti gli stilisti, il mondo effimero della moda era sinonimo di bellezza da guardare occhi spalancati, luccicante, estroso, esagerato e non alieno alle provocazioni.

La passerella è sempre stata lontana dai marciapiedi di città: lassù tra le dee si danza con luci accecanti, passi ritmati e trucco-parrucco perfetto; quaggiù tra i mortali si arranca tra spintoni dagli estranei, vestiti messi di corsa di prima mattina e un po’ di mascara se ci si riesce.

La moda ha sempre reclamato per sé il vanto di essere uno specchio dei tempi, ma quel che riflette oggi non rientra nemmeno più nella categoria della provocazione. La settimana della moda di Milano è alle spalle e ci ha lasciato in dote un evento che ha suscitato reazioni forti. Non poteva essere altrimenti.

Alessandro Michele, direttore creativo di Gucci dal 2015, ha presentato la collezione autunno inverno 2018 / 2019 ambientando la sfilata in una sala operatoria: sulla passerella hanno sfilato modelle e modelli che portavano tra le mani la propria testa ( un calco che riproduceva con esattezza le fattezze del viso di ciascuno). L’idea di Michele era trasmettere un messaggio di creatività estremo, ciascuno è Frankenstein di se stesso.

Insomma, la vita è una sala operatoria in cui si può fare un taglia e cuci delle proprie membra, riassemblarsi, staccare delle parti e aggiungerne altre (metaforicamente e non) a seconda dell’impulso momentaneo. Specchio, specchio delle mie brame quale volto indosserò domattina?Ma la vera domanda è: chi sono io? Ed è sottesa in ogni frase di quel capolavoro letterario che è Frankenstein, troppo spesso svilito a horror datato. Invece la trama si regge sul rapporto tra una creatura e il suo creatore umano, il quale svicola dalla responsabilità di aver dato la vita, e quindi l’anima, a una persona assemblata in laboratorio. Il dottor Frankenstein è un padre scienziato che rifiuta l’affetto di un figlio buttato da lui nel mondo come esperimento.

La voce di Mary Shelley ci ha lasciato questo in eredità col suo capolavoro: ogniqualvolta entra in scena una creatura, si spalanca l’esigenza di chiedere conto creatore (perfino umano e non più divino!) il senso dell’esistenza, il valore dell’anima. Ma se io divento Frankenstein di me stesso, a chi chiederò conto delle mie domande più vitali e urgenti? Farò finta di non sentirle e finirò per portare a spasso la mia testa come fosse un nuovo modello di borsetta? Un tremendo accessorio intercambiabile en pendant con l’umore del giorno?

La modella bionda avanza, capelli lunghi di un biondo chiarissimo. Si fa fatica a dirla bella nel modo in cui lo si diceva Naomi. Si fa fatica non provare quasi compassione del suo volto serrato in un’espressione dura, fissa, quasi alienata. Porta la sua testa tra le mani, ed è proprio identica a lei nella sua amorfa impassibilità. Non c’è nulla di vivo negli occhi, nella carnagione, però si muove.

Guardando meglio, qualcosa scappa e vola via dall’aura di morte che aleggia: indossa una meravigliosa camicia a fiori sgargianti, lunga, leggera, bella davvero. In questa sfilata di poco autunno-tanto inverno dell’umano, resta un briciolo di primavera. La ragazza bionda e smunta è avvolta da boccioli e petali, quel meraviglioso tripudio di vita che c’è in un giardino all’indomani del gelo invernale. Verrebbe da dirle che Botticelli l’avrebbe fatta danzare in un bosco di alberi fioriti, quasi nuda ma florida.

Della primavera, quell’immagine feconda in cui ciascuno rivede il bisogno di rinascere dai propri governi di dolore e prova, resta addosso alla ragazza bionda solo un’effigie firmata Gucci; quella camicia è come un messaggio inascoltato, un desiderio impresso nella stoffa che si è spento nel cuore.

Giorgio Armani è intervenuto pubblicamente per contestare la scelta estrema del direttore creativo Alessandro Michele e ha dichiarato in una conferenza stampa: “Se quello che fanno gli altri è questo, meglio che stiamo a casa nostra“.

O in giardino, a guardare la botanica creatività gratuita del creatore.

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