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Parla il vescovo caldeo di Aleppo: «I cristiani hanno dato prova del loro attaccamento alla Siria»

© AFP PHOTO / ALBERTO PIZZOLI

ITALY, Rome : Chaldean bishop of the war-torn Syrian city of Aleppo Antoine Audo poses on January 4, 2013 in Rome. Audo urged the same day the international community to pay greater attention to the fate of Syria's Christian minority, saying they were being terrorised by a spate of kidnappings for money. AFP PHOTO / ALBERTO PIZZOLI

Paul de Dinechin - i.Media per Aleteia - pubblicato il 12/02/18

Vescovo caldeo di Aleppo, una delle roccheforti cristiane più antiche di Siria, mons. Antoine Audo s’è messo al servizio dei Siriani durante i sei anni della guerra, come presidente della Caritas. Oggi vuole continuare a servire il suo Paese.

La Chiesa caldea fa parte delle chiese cattoliche orientali, duramente perseguitata, in Siria e in Iraq. I suoi rappresentanti sono stati ricevuti in udienza dal Papa il 5 febbraio 2018 in occasione della loro visita ad limina. Durante il vostro incontro con il Santo Padre, di cosa si è parlato?

Abbiamo toccato numerosi argomenti, abbiamo esposto le sofferenze e le difficoltà. Va da sé che s’è parlato molto anche del mondo arabo-musulmano: le sue gestazioni e le risposte che dobbiamo apportare. E, certamente, dell’Isis. Siamo rimasti molto colpiti al toccare con mano fino a che punto il Santo Padre fosse al corrente di tutte le questioni. Segue le cose molto da vicino.

Come è andato l’incontro?

Sono stato molto colpito dalla sua prossimità. A un certo punto, il nostro Patriarca ha trovato che avessimo già passato un congruo tempo con lui, e ha preso quindi a ringraziare il Santo Padre per accomiatarci. Di solito, è il Papa che si alza e che congeda i convenuti. Ma Papa Francesco ha risposto: «Se avete ancora domande da pormi, prendiamoci il tempo necessario, non ho fretta». Colpisce molto, una simile disponibilità, un tale ascolto. Ciò che mi ha più toccato è il suo linguaggio di verità: non ha peli sulla lingua e non si lascia condizionare da protocolli o da divieti. Si esprime così come pensa, senza mezzi termini e senza paura di affrontare i problemi. È veramente una grande novità per un Vescovo di Roma.

Vi ha parlato del suo desiderio di venire, intendo proprio in Siria e in Iraq?

Gli iracheni gli hanno dichiarato che vorrebbero tanto vederlo in Iraq. Un Vescovo ha pure affermato che tutti i Paesi del Medio-Oriente sono stati visitati da un Papa, eccezion fatta per l’Iraq. Si pensi a cosa fece Giovanni Paolo II quando venne da noi, in Siria, a Damasco. Io non l’ho invitato in Siria [Francesco, N.d.T.], perché credo che per il momento l’Iraq resti prioritario, e che sia troppo difficile per lui venire, anche se ne ha il desiderio. Ma è una questione di sicurezza, in un contesto bellico.

Se la situazione migliorasse, in quali città potrebbe venire?

A Damasco in primo luogo, come fece Giovanni Paolo II nel 2001. È la capitale, è san Paolo. È poi lì che attualmente ci sono più cristiani. Quando il Papa polacco venne, nutrivamo pure la speranza che venisse ad Aleppo, perché è una città che vanta una presenza cristiana molto antica. Ma la cosa non si potè fare per via delle troppo ingenti minacce per la sua sicurezza. Tradizionalmente, è ad Aleppo che si trovava la più forte concentrazione di cristiani. Con le sue comunità e la sua storia, la presenza di chiese e di Vescovi. Ma dall’indipendenza della Siria in qua, dal 1946 a oggi, c’è stato un ritorno di fiamma verso Damasco, come è capitato del resto per Baghdad, con i caldei venuti dal nord. Le università della capitale attirano, così come pure il lavoro.

Al termine della guerra, si può affermare che lo Stato Islamico è stato definitivamente battuto?

Il 15 marzo 2018 saranno sette anni. In questi ultimi tempi, abbiamo avuto diversi incontri in distinti dicasteri della Curia romana. Durante uno di questi incontri mi ha colpito sentire un diplomatico affermare che da una parte l’Isis era stato vinto, ma dall’altra questo non voleva dire che il fondamentalismo islamista era stato battuto. Forse rispunterà in un altro modo, poiché esistono altre tendenze estremiste, nell’Islam.

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guerrasiria
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