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Il caso Pamela: davanti all’orrore ma per ripetere la speranza di Cristo

PAMELA MASTROPIETRO
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Cercando in rete le reazioni, le analisi, le prese di posizione sono tante. La più ragionevole rimane quella del vescovo: "senza preghiera non si può essere credenti e senza fede non si può portare al mondo né l’amore né la speranza"

Pamela ha diciotto anni ed è già morta. Lo scempio compiuto sul suo corpo ci è ricordato continuamente da giorni. Tante, troppe volte nei titoli, dove lo speaker alza la voce in modo sensibile, sentiamo le frasi “fatta a pezzi e messa in due trolley”, barbaramente smembrata, macellata. Uno strascico di sinonimi, un profluvio di avverbi a rinforzo.

I fatti

Il 31 gennaio 2018 a Pollenza, nei pressi di Macerata, vengono ritrovate due valigie abbandonate in un fosso. Chi le vede si insospettisce e chiama le forze dell’ordine. Il contenuto è un cadavere. L’identità non tarderà ad emergere. Si tratta di Pamela Mastropietro, allontanatasi spontaneamente e di nascosto, anche se intercettata in fretta, dalla comunità di recupero di Corridonia, Pars, il 29 gennaio dove era ospitata con un programma di riabilitazione e recupero dalla tossicodipendenza. La comunità non è un carcere arredato meglio; non prevede contenimento coatto.

Scappa a piedi per tre chilometri, senza portare con sé né documenti né telefono. Pare abbia fatto l’autostop fino a Macerata, dove incontrerà l’uomo nigeriano che è il principale indiziato ma non l’unico per  vilipendio e occultamento di cadavere.

Le cause della morte non sono ancora state chiarite: l’omicidio è una delle ipotesi insieme con il decesso per overdose. Il farmacista di Macerata che conosce le abitudini e le necessità dei tossicodipendenti ha riferito al Corriere che la siringa da 5 ml acquistata da Pamela è quella che si usa per i cocktail di sostanze, per l’eroina invece va bene quella da 1, la stessa che usano i diabetici per iniettarsi l’insulina.

Innocent Oseghale accompagna Pamela da un amico, il nuovo sospettato, anch’egli spacciatore.

Il concorso di colpa, per ora, è in spaccio di droga e non per omicidio. Le indagini tossicologiche non sono ancora state completate e potrebbero confermare o smentire la versione del ventinovenne già in carcere ad Ancona. L’uomo dichiara di essersi fatto prendere dal panico dopo avere visto che Pamela era morta per l’assunzione delle sostanze.

La famiglia, la comunità

Pamela a soli 18 anni aveva problemi di dipendenza già da tempo. Era entrata in comunità incoraggiata e sostenuta anche dal fidanzato l’autunno scorso. Quando è fuggita la famiglia e il ragazzo non si sono dati pace convinti che l’avrebbero trovata. Hanno chiesto aiuto anche al programma Chi l’ha visto.

Avrebbe voluto seguire le orme della madre, raccontano i familiari, diventando estetista. Ma prima avrebbe dovuto liberarsi della droga che la teneva in pugno.

La comunità Pars, di Corridonia, ha riferito che non appena Pamela è stata vista allontanarsi è stata raggiunta da un’operatrice che ha cercato di convincerla a rientrare, senza riuscirci. Lo si legge nel comunicato stampa accessibile sulla pagina Facebook della struttura.

Le reazioni

Fino a sabato mattina, il 3 febbraio, tutto lo sgomento e il dolore erano per Pamela e la sua famiglia. Curiosamente non è comparso nei titoli delle testate principali, di solito altamente sensibili alle scelte lessicali, il termine femminicidio.

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