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«Giovane cattolico, non aver paura del due di picche»: cinque consigli per vivere nella fede lo statuto di single

© Surkov Dimitri/SHUTTERSTOCK

Agnès Pinard Legry - pubblicato il 16/01/18

È con un tono mordace, spontaneo e risolutamente ancorato nel proprio tempo che Benoît, 46 anni, oggi sposato e padre di quattro bambini piccoli, racconta la sua storia, i suoi dubbi e soprattutto il suo cammino sul sentiero del celibato a Parigi.

Mi ricordo di essermi sentito molto libero, all’approssimarsi della trentina. È stato un momento in cui mi sono detto: «In fin dei conti il matrimonio è come una sbronza. […] Siamo chiari: il matrimonio è per me qualcosa di insostituibile. Ma prima di arrivarci ci sono alcune piccole tappe».

E che tappe! Sposato allo scoccare dei suoi 40 anni, Benoît, oggi padre di quattro bambini, ha deciso di impugnare la penna per raccontare il proprio percorso. Quello di un single «strattonato fra il desiderio di darsi pienamente nel matrimonio e le sirene della vita moderna». Intitolato Célib’à terre [Single a terra, N.d.T.], questa testimonianza si indirizza ai single che si pongono questioni sul cammino che seguono, ma pure alle coppie – giovani o meno giovani – che si sono impegnate sulla via del matrimonio.

Trovare la propria vocazione, il proprio posto

«Non conoscevo né la bellezza né la felicità, ma solo uomini felici e cose belle», scriveva Saint-Exupéry in Citadelle. È lo stesso per la vocazione, scrive Benoît all’inizio del suo libro.

Cercare la vocazione è come cercare la donna. Non esiste. Potete star certi che non la troverete. Più o meno lo sapete, in fondo a voi stessi, senza che osiate confessarvelo, ma per niente al mondo abbandonereste la ricerca. Cercare la vocazione è il modo più sicuro per non trovarla.

Così spiega:

Io non ho la vocazione al matrimonio, no. In compenso, posso legarmi a quella ragazza, camminare con lei e dopo un certo tempo dirmi che ho voglia di vivere con lei questo progetto particolare che si chiama “matrimonio”.

Sì, è necessario discernere e riflettere su cosa sia ciò a cui ciascuno è chiamato (vocazione religiosa, matrimonio, professione…), ma non bisogna immaginarsi la cosa come qualcosa di fluido e di esteriore a noi:

La vocazione non esiste. La vocazione è una cosa incarnata, personale, che tiene conto dei gusto della persona, del suo passato eccetera.

Fare esperienza della libertà

Per essere pienamente sé stessi e crescere nella verità, non bisogna accontentarsi di frequentare i medesimi circoli (di amici, di riflessione e via dicendo).

Forse siamo tutti ciechi. Forse altrove sono tutti sordi. E un cieco non è d’aiuto per un altro cieco, mentre un sordo per un cieco… o il contrario? – si chiede Benoît – Bisogna assumersi il rischio di partire soli e di fare un bilancio. Per poi eventualmente tornare, differenti, differentemente, o trovare altrove una strada.

Tale apertura all’alterità si accompagna necessariamente a un’esperienza di libertà. Attenzione, non si tratta di rigettare in blocco tutti i consigli e i suggerimenti che ci arrivano. Si tratta soprattutto di non chiedere ad altri di scegliere al nostro posto.

Io non posso rifilare a Tizio la libertà che Dio mi ha dato. […] È il primo regalo che mi ha fatto. È il primo utensile per amare.

Per coltivare questa libertà bisogna saper ascoltare, confrontarsi, scoprire ma non passare

ore ad ascoltare persone che fanno cose straordinarie invece di assumersi il piccolo rischio di fare cose ordinarie.

Mettere una dose di levità nel quotidiano

«Eh, sì, giovane cattolico: non aver paura del due di picche!», si diverte Benoît. Quanto può sembrare lungo il cammino verso la semplicità e la levità! Eppure bisogna

essere capaci di approcciare una ragazza con semplicità – perché è una cosa semplice. […] e non aver paura di sentirsi dire no, perché anche questa eventualità non è grave.

Scendendo nel dettaglio di più esperienze – scacchi – personali, Benoît riassume ciò che non ha funzionato in questi termini:

Il problema non era che io fossi serio nelle mie intenzioni, ma in certi casi e meglio non mostrarlo troppo. O comunque non troppo velocemente. Che due persone non procedano alla stessa velocità è una cosa evidente.

E in ultimo, secondo lui,

essere d’accordo sui valori, l’amore secondo Giovanni Paolo II eccetera, è una cosa possibile con non poche donne, nei fatti. Scoppiare a ridere insieme per tre volte: senza dubbio niente è più significativo.

Portare serenamente il peso della solitudine

Solitudine benedetta dei momenti di calma, rubati alla nostra vita agitata… solitudine felice dei tempi spirituali, scelta per respirare Dio… solitudine richiesta da pensieri profondi elaborati nel silenzio… ma pure… solitudine imposta da un lungo celibato, celibato non scelto, colmato di attese…

ha scritto in prefazione al libro mons. Ravel, l’arcivescovo di Strasbourg. Questa solitudine del celibato è stata per Benoît «necessaria e insieme pesante».

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