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Ratzinger eretico? Non diciamo assurdità!

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Il discepolo ed erede di Romano Amerio, Enrico Maria Radaelli, ha dedicato il suo ultimo libro alla contestazione sistematica di “Introduzione al cristianesimo” di Joseph Ratzinger. Antonio Livi ha scritto una prefazione rilanciata online da Magister: di molto si può discutere ampiamente, mentre si fanno chiare parecchie cose – dall'adesione del teologo all'imbarazzante “correctio filialis” contro il Papa alla considerazione della generica avversione di certa “teologia” a tutta la viva tradizione della Chiesa (il magistero e la teologia del XX secolo sembrano piuttosto un pretesto)

Seguono argomenti ad personam che suonano tanto imbarazzanti in mons. Livi quanto desterebbero poco stupore in polemistica di bassa lega: un capo d’accusa per Ratzinger sarebbe l’uso di espressioni comuni anche a Carlo Maria Martini (questa è citata dal testo: il prefatore aggiunge che i due concordavano con Gianni Vattimo). Di surrealismo in surrealismo, Livi giunge a individuare tracce di pensiero debole nell’invito di Ratzinger agli intellettuali non credenti:

Dovremmo allora capovolgere l’assioma degli illuministi e dire: anche chi non riesce a trovare la via dell’accettazione di Dio dovrebbe comunque cercare di vivere e indirizzare la sua vita “veluti si Deus daretur”, come se Dio ci fosse. Questo è il consiglio che già Pascal dava agli amici non credenti; è il consiglio che vorremmo dare anche oggi ai nostri amici che non credono. Così nessuno viene limitato nella sua libertà, ma tutte le nostre cose trovano un sostegno e un criterio di cui hanno urgentemente bisogno.

Per il monsignore questo significherebbe appropriarsi dell’assunto kantiano del postulato pratico dell’esistenza di Dio, e non invece invitare gli interlocutori non credenti alla pratica di una vita buona, cioè a quella che può purificare la coscienza e, conseguentemente, l’intelletto e la volontà: a me sembra che proprio questo si trovi nelle definizioni del Vaticano I, da Livi più volte richiamato. Proprio il domenicano Réginald Garrigou-Lagrange, che il monsignore cita come autorità a sostegno della propria posizione, scriveva riguardo al Vaticano I:

Un Padre del Concilio chiese [si discuteva la stesura della costituzione dogmatica Dei Filius, N.d.R.] che al verbo “dimostrare, demonstret”, che suppone che la ragione parta da principî di cui percepisce la verità per sua propria luce, si sostituisse il verbo “provare, probet”, che non lo suppone.

Dopo aver riportato che «il suo emendamento fu respinto dal Concilio», il Domenicano proseguiva riportando la risposta di mons. Pie:

Se anche non si dimostra la verità intrinseca della fede, se ne possono senza alcun dubbio dimostrare, in un certo senso, i fondamenti […].

E correttamente, a pie’ di pagina, spiegava:

“In un certo senso” non significa che la dimostrazione non è rigorosa: vuol dire che i fondamenti della fede in un certo senso si dimostrano, mentre in un altro non si dimostrano, ma sono creduti per via soprannaturale. Il fatto della Rivelazione si dimostra in quanto è soprannaturale quoad modum (come un intervento miracoloso di Dio), ma non in quanto soprannaturale quoad substantiam: da questo punto di vista è motivo formale della fede soprannaturale quoad substantiam e oggetto di fede.

Réginald Garrigou-Lagrange, Dieu, son existence et sa nature, 30 passim

E giù citazioni di san Tommaso e del Caetano come se piovesse… Del resto era stato proprio il Doctor Angelicus a illustrare nel primo articolo della Summa Theologiæ che la teologia non è una scienza teoretica, bensì pratica: se così non fosse neppure si spiegherebbe l’epica soprannaturale della Divina Commedia, di poco posteriore alla grande lezione di Tommaso, e come Dante si disponga alla visione beatifica, cui non l’aveva portato un’impareggiata erudizione, attraverso una lunghissima e dettagliata revisione etica – personale e universale.

Tuttavia si trova in Henri De Lubac il grande autore a cui si deve far riferimento per comprendere a fondo Ratzinger (qui Livi non fa onore a sé stesso, liquidando un simile colosso come “importante esponente della teologia progressista” – che Giovanni Paolo II avrebbe fatto male a creare cardinale, peraltro…): nella sua celebre Méditation sur l’Église, il gesuita patrologo spiegava come la fede vivesse sempre nella tensione di essere

ecclesiale nel suo modo (se così si può dire), ma teologale nel proprio oggetto come nel proprio principio.

Henri De Lubac, Méditation sur l’Église 25

Come sia possibile tacciare di “riduzione antropologica” e di soggettivismo idealistico autori tanto chiari e netti nel ribadire continuamente il primato di Dio – questa è cosa che sfugge alle mie facoltà. Mi pare anzi utile riportare il paragrafo appena superiore, per capire cosa Ratzinger ammiri in quello che ha sempre dichiarato essere il proprio maestro:

Attraverso esitazioni e ripensamenti di cui testi greci e traduzioni latine portano la traccia – raramente una nuova idea si libra in una formula subito ben fissa – «sempre più credere in diventa l’espressione abituale per designare l’atto di fede cristiano». Il fatto è che il senso che mano a mano prende suppone una rivelazione di Dio riguardo a Sé stesso, rivelazione che culmina in Cristo, e suggerisce un’attitudine dell’anima che risponde a questa rivelazione – l’una e l’altra sconosciute nel mondo antico. Sebbene le due parole di credenza e di fede, nella nostra lingua corrente, servano ugualmente da sostantivo al verbo “credere”, e quantunque possano essere impiegate come sinonimiche, la seconda è capace di evocare in alcuni casi un atto più profondo del primo. Più profondo e di un’altra natura. Il soggetto s’impegna più nella sua fede che in una semplice credenza. Perché si può credere a tante cose: ma non si dà, in senso proprio, la propria fede, se non a qualcuno. Si può anche credere a degli esseri personali, cioè credere alla loro esistenza: così si parlerà della credenza negli angeli; ma la fede, nel senso più forte del termine, non s’indirizza che a Dio, ed è questo tipo di fede che si traduce nell’espressione “credere in”.

Ibid.

Si fa fatica a tornare nell’acquitrino ristagnante di certi veleni, dopo aver assaporato gli insegnamenti di cotanti maestri… Davvero a leggere certa “teologia” fatico a riconoscere i tratti del cristianesimo (almeno per quanto lo conosco io). Ma perché non si dica che sto qui a difendere gli eretici (Ratzinger) con gli scritti degli eretici (De Lubac), mi piace chiudere con una delle ultime osservazioni del già ricordato padre Garrigou-Lagrange, contenuta proprio in una delle ultime pagine di Dieu, son existence et sa nature – opera che nel 1919 ricevette la benedizione di Papa Dalla Chiesa, quello di cui Papa Ratzinger volle riprendere il nome… –:

Vorremmo poterci collocare in un’atmosfera tutta soprannaturale, per meditare fuori dallo strepito delle dispute il senso profondo delle parole divine. Le dottrine teologiche più elevate non agiscono veramente sul nostro spirito che se il Maestro interiore apre la nostra intelligenza, rischiara e istruisce i nostri cuori. Egli solo può concederci di comprendere in tutta la loro profondità le parole che ha dettato: «Senza di me non potete fare niente». Noi non siamo capaci, da noi stessi, di formare – come se venisse da noi – neanche il più piccolo pensiero utile alla salvezza. È Dio solo che opera in noi il volere e l’operare, secondo il suo beneplacito.

Chi ti distingue dagli altri? Che cos’hai, tu, che tu non abbia ricevuto?

R. Garrigou-Lagrange, Dieu, son existence et sa nature 847

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