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Ratzinger eretico? Non diciamo assurdità!

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Il discepolo ed erede di Romano Amerio, Enrico Maria Radaelli, ha dedicato il suo ultimo libro alla contestazione sistematica di “Introduzione al cristianesimo” di Joseph Ratzinger. Antonio Livi ha scritto una prefazione rilanciata online da Magister: di molto si può discutere ampiamente, mentre si fanno chiare parecchie cose – dall'adesione del teologo all'imbarazzante “correctio filialis” contro il Papa alla considerazione della generica avversione di certa “teologia” a tutta la viva tradizione della Chiesa (il magistero e la teologia del XX secolo sembrano piuttosto un pretesto)

Ieri è stato pubblicato su Settimo Cielo, il blog di Sandro Magister, il testo della prefazione di monsignor Antonio Livi al nuovo libro di Enrico Maria Radaelli: Al cuore di Ratzinger. Al cuore del mondo. Il titolo scelto da Magister per la pubblicazione è quanto mai eloquente: L’eresia al potere. La tesi di Radaelli viene in estrema sintesi enunciata così da mons. Livi:

che l’egemonia (prima di fatto e poi di diritto) della teologia progressista nelle strutture di magistero e di governo della Chiesa cattolica si deve anche e forse soprattutto agli insegnamenti di Joseph Ratzinger professore, che mai sono stati negati e nemmeno superati da Joseph Ratzinger vescovo, cardinale e papa.

Immediatamente l’esimio teologo si è premurato di soggiungere, a chiarificare:

Questa tesi, che così enunciata potrebbe apparire a molti inaccettabile (mi riferisco a tutti coloro che finora avevano visto in Ratzinger come cardinale Prefetto della congregazione per la dottrina della fede e poi come papa Benedetto XVI un provvidenziale baluardo contro quella che lui stesso definiva “dittatura del relativismo”), ha una sua adeguata giustificazione scientifica nel libro di Radaelli, il quale analizza pagina per pagina il testo fondamentale di Ratzinger, quella “Einführung  in das Christentum: Vorlesungen über das apostolische Glaubensbekenntnis”, che fu pubblicata nel 1968 come rielaborazione delle lezioni di Teologia tenute nel semestre precedente dall’allora giovane professore nell’Università di Tubinga ed ha avuto nel testo originale ben ventidue edizioni, l’ultima nel 2017.

Un passaggio quanto mai utile a ricordare che la leggenda nera di Ratzinger “pastore tedesco” della fede è un surrettizio sistema di calunnia imbastito nei decenni scorsi contro un uomo la cui mitezza è pareggiata in lui solo dall’erudizione e dalla pietà. Officiali della Congregazione per la Dottrina della Fede mi hanno raccontato personalmente di processi ad alcuni autori che duravano molto di più di quanto ci si sarebbe aspettato perché “il Cardinale” rimandava di settimana in settimana la sentenza aggiornando le sedute e chiedendo nuove delucidazioni, riflessioni, preghiere… Un giorno qualcuno racconterà la storia di “Joseph Ratzinger, l’inquisitore dal cuore d’oro”. Quel giorno però non è oggi: ciò che si racconta oggi è la fandonia di “Ratzinger, eretico dissimulato”. A prima vista, dunque, sembrerebbe che il discorso infamante sostenga e comprovi quello encomiastico – un po’ come Ebeneezer Scrooge lodava Jacob Marley per il suo spregiudicato operare a discapito di orfani e vedove –: per non cadere fin da subito in tanto semplicistico manicheismo bisogna ricordare che conclamati modernisti come Hans Küng hanno sempre additato – e tuttora additano! – in Ratzinger/Benedetto XVI l’acme del conservatorismo. Non di rado nelle scienze ecclesiastiche il fuoco incrociato subito da una teoria o da una persona è un buon (benché rudimentale) criterio di discernimento della bontà delle stesse. L’occasione data dal libro di Redaelli, però, consiglia riflessioni più profonde ed estese. Una prima impressione possiamo ricavarla dalla reazione a caldo condivisa da Massimo Introvigne su Facebook:

Interessante intervento di don Antonio Livi, che è il vero maître à penser di chi gestisce la Bussola e altre pubblicazioni ostili a Papa Francesco, dove si accusa di eresia anche Benedetto XVI – e pure Giovanni Paolo II non se la passa troppo bene, soprattutto perché era troppo amico degli Ebrei. Un testo molto, molto importante per capire l’ideologia soggiacente alle campagne contro Papa Francesco, i cui teorici più influenti – che non sono necessariamente quelli che appaiono più spesso – non sono affatto nostalgici di Benedetto XVI ma accusano di eresia globalmente tutti i Papi post-conciliari (alcuni di loro, per la verità, non amano neppure Pio XI e Pio XII, per cui l’ultimo Papa “sicuro” sarebbe stato Pio X, che veniva peraltro dopo un altro Pontefice di cui diffidano, Leone XIII). Come mi è capitato di scrivere altre volte, questi sono i veri leder della rivolta contro Francesco e gli ingenui che rimpiangono Benedetto XVI sono solo carne da cannone per battaglie di cui non conoscono i generali.

Introvigne è un sociologo, è vero, ma è pure un sociologo delle religioni – e uno dei più accreditati al mondo –, nonché un uomo che per i propri trascorsi personali ha avuto modo di familiarizzarsi a fondo con le tematiche teologiche, e che dunque non è costretto a giudicarle da fuori (a differenza di quanto invece moltissimi altri devono fare). Senza entrare nel merito delle valutazioni sulle singole testate giornalistiche che Introvigne include nelle «campagne contro Papa Francesco», trovo senza dubbio condivisibile questo punto:

  1. i nemici di Papa Francesco storcevano il naso anche nei pontificati precedenti;
  2. per ogni Papa postconciliare hanno sempre richiamato le parole di Paolo VI sul “fumo di satana” entrato nella Chiesa (unica citazione montiniana a loro gradita, peraltro prontamente ritorta contro il suo autore);
  3. quando si gratta sotto al loro millantato apprezzamento per Pio XII (difficile sottrarsi al fascino magnetico di un uomo tanto ieratico e statuario) e se ne saggia la reale consistenza li si trova o impreparati o estremamente critici su documenti come Divino afflante Spiritu, Mystici corporis e altri;
  4. poiché quei documenti di Papa Pacelli furono solo gli ultimi e manifesti ritocchi preparatori al grande evento ecclesiale del Concilio Vaticano II, i suddetti critici storcono il naso ancora di più quando si risale a Pio XI, alla sua Quadragesimo anno e alla sua Casti connubii.

Dunque qual è il Papa che va bene, a costoro? Risponderei: nessuno. A parole, forse, Pio X (come suggerisce Introvigne), ma Papa Sarto è da costoro apprezzato soprattutto per alcune sue sofferte opposizioni dialettiche alle derive moderniste di certi teologi, quali l’enciclica Pascendi, e non posso trattenermi dal pensare che anche lui – uomo mite che da Patriarca di Venezia andava volentieri a visitare il manicomio in abito corale per rallegrare i pazzi con lo spettacolo della porpora («ghe piase el rosso»: spiegava ai suoi…) – attirerebbe rapidamente alti lai da parte di certi malpancisti di mestiere, il sacramento della cui religione sembrerebbe essere la bile.

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