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Perché l’impotenza impedisce il matrimonio?

© wavebreakmedia/SHUTTERSTOCK
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La dimensione fisica è una componente imprescindibile?

Diversi anni fa ho letto sui giornali che il vescovo di Viterbo avrebbe negato a una coppia di fidanzati la possibilità di sposarsi in chiesa, dopo che lui è rimasto invalido per un incidente. Come si spiega una decisione di questo tipo? L’amore e la volontà delle due persone non dovrebbe essere superiore a qualsiasi questione fisica? La vicenda mi lascia molto perplessa, ma prima di esprimere qualsiasi giudizio vorrei che qualcuno mi aiutasse a capire di più.
Laura – Firenze

Risponde padre Francesco Romano, docente di Diritto Canonico

La notizia che il Vescovo di Viterbo non ha ammesso alla celebrazione del sacramento del matrimonio una coppia di fidanzati, essendo l’uomo divenuto impotente a seguito di un incidente stradale che lo ha reso paraplegico, ha provocato una reazione sdegnata che si è levata da diversi ambiti dell’opinione pubblica, stimando fredda e disumana questa decisione presa dall’autorità ecclesiastica. Comprendiamo, pertanto, la perplessità che la nostra lettrice ci ha manifestato. La nostra chiarificazione, richiesta dalla lettrice, prende come punto di partenza proprio la motivazione che lei ha addotto per obiettare sull’operato del Vescovo di Viterbo: «l’amore e la volontà delle due persone non dovrebbero essere superiori a qualsiasi questione fisica?».

Il Concilio Vaticano II nella Costituzione Pastorale Gaudium et spes (GS), definisce il matrimonio come «intima comunità di vita e d’amore coniugale, fondata dal Creatore e strutturata con leggi proprie, è stabilita dal patto coniugale vale a dire dall’irrevocabile consenso personale» (GS 48, 1).

L’amore naturale che attrae e suscita sentimenti di affetto è una realtà psicologica molto importante, potremmo dire previa, ma indeterminata, non qualificabile né quantificabile. Il matrimonio, infatti, nasce e si fonda non su un generico sentimento mutevole, ma sul consenso come atto di volontà che due persone si manifestano. Si tratta di un patto irrevocabile che ha per oggetto la reciproca accettazione e donazione dei coniugi per costituire il matrimonio (can. 1057). In altre parole, il matrimonio non può dipendere soltanto da un sentimento naturale come l’amore, assai mutevole e imprevedibile per sua natura. La volontà coniugale, invece, da cui promana il consenso, è il punto limite in cui l’amore naturale si specifica in amore coniugale. Per questo il matrimonio sopravvive nella buona e nella cattiva sorte, anche se l’amore naturale dovesse dissolversi del tutto.

Per i cristiani, inoltre, questo patto è un sacramento che rende gli sposi segno e partecipazione «al mistero di unità e di amore fecondo tra Cristo e la Chiesa» (can. 1063). La reciproca donazione degli sposi diviene, così, un atto di rendimento di culto perfetto. Attraverso il patto coniugale, gli sposi manifestano il loro consenso, cioè la volontà di «instaurare il consorzio di tutta la vita, ordinato per sua natura al bene dei coniugi e alla procreazione ed educazione della prole» (can. 1055). Questo «consorzio» come atto volontario, che lo distingue dall’unione di fatto, non ha soltanto un’estensione temporale, ma esprime il totale coinvolgimento dei due coniugi in tutte le loro dimensioni comunicabili, sia sul piano psicologico che fisico, fino a diventare «una sola carne» in modo irreversibile fino alla morte.

A proposito della dimensione fisica del matrimonio, l’impotenza copulativa (coeundi) è una circostanza che investe la persona nella sua capacità di realizzare l’unione sessuale coniugale.

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