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È «valida» per un cattolico l’Eucaristia in una chiesa ortodossa?

Ramona August

Toscana Oggi - pubblicato il 29/12/17

Altra dimensione caratteristica della liturgia orientale è il suo carattere d’invocazione o epicletico. Lo Spirito Santo trasforma sia i doni del pane e del vino nel Corpo sacramentale di Cristo sia coloro che vi partecipano, inserendoli profondamente nel Corpo ecclesiale di Cristo. L’azione dello Spirito è un dono del Padre che suscita e manifesta la richiesta da parte della comunità ecclesiale. La Chiesa implora il Padre fin dall’inizio della celebrazione. Con un’immagine eloquente, il teologo russo Paul Evdokimov parla di onde sempre più alte di epiclesi preliminari, fino al momento in cui la liturgia si estende nell’epiclesi della preghiera eucaristica, come per esempio nella liturgia di san Basilio: «Ti preghiamo e ti invochiamo, o santo dei santi, per il beneplacito della tua bontà venga il tuo santo Spirito su noi e sui doni qui presenti. Li benedica e li consacri e renda questo pane il corpo stesso prezioso del Signore, Dio e salvatore nostro Gesù Cristo, e renda questo calice il sangue stesso prezioso del Signore, Dio e salvatore nostro Gesù Cristo, versato per la vita del mondo».

Il valore profondo dato all’epiclesi da parte della tradizione orientale ha un risvolto importante nella visione della Chiesa. La Chiesa è posta dalla liturgia in una posizione di umiltà e invocazione nei confronti di Cristo, suo Signore e Sposo. La sua relazione con Cristo è sul versante dell’umile invocazione, cominciando dal riconoscimento delle proprie colpe fino all’attesa fiduciosa della sua venuta. Inoltre, la preghiera eucaristica viene sigillata dal triplice Amen del popolo, significando la sua partecipazione attiva alla stessa epiclesi.

Infine, come accennato all’inizio, l’Eucaristia costituisce la Chiesa nella comunione. I fedeli che partecipano al corpo eucaristico diventano consanguinei, concorporei di Cristo. San Massimo il confessore scrive che «l’eucaristia trasforma i fedeli in se stessa, per cui essi possono essere chiamati “dèi” perché tutto Dio li riempie interamente. … Così tutti sono uniti in modo veramente cattolico, tutti si fondono per così dire gli uni negli altri». La comunione con Cristo si apre alla comunione tra i fratelli, che travalica ogni distinzione, nello spazio e nel tempo. E si allarga anche ad una comunione mistica con il creato stesso.

Quanto detto sopra non è estraneo alla visione cattolica. Un solo esempio lo prendo dagli scritti di Francesco d’Assisi, dove troviamo un’espressione molto simile a quella di san Massimo il confessore. Francesco scrive ai suoi frati sacerdoti: «Tutta l’umanità trepidi, l’universo intero tremi e il cielo esulti, quando sull’altare, nella mano del sacerdote, si rende presente Cristo, il Figlio del Dio vivo. O ammirabile altezza e degnazione stupenda! O umiltà sublime! O sublimità umile, che il Signore dell’universo, Dio e Figlio di Dio, così si umili da nascondersi, per la nostra salvezza, sotto poca apparenza di pane! Guardate, fratelli, l’umiltà di Dio, ed aprite davanti a lui i vostri cuori; umiliatevi anche voi, perché siate da lui esaltati. Nulla, dunque, di voi trattenete per voi, affinché totalmente vi accolga colui che totalmente a voi si offre. Amen».
Mi piace concludere, infine, con alcune parole del patriarca Atenagora, che ricordiamo ancora per lo storico abbraccio fraterno con Paolo VI: «L’eucaristia protegge il mondo e già segretamente lo illumina. L’uomo vi trova la sua filiazione perduta, attinge la sua vita in quella di Cristo, l’amico segreto, che condivide con lui il pane della necessità e il vino della festa. E il pane è il suo corpo e il vino e il suo sangue e in questa unità più nulla ci separa da nulla né da nessuno. … Esiste qui in terra un luogo nel quale non c’è più separazione, nel quale c’è solo il grande amore, la grande gioia. E questo luogo è il santo calice, il Graal nel cuore della Chiesa. E, di conseguenza, nel tuo cuore» (In dialogo con il patriarca Atenagora, Parigi 1976).

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