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Avere dei figli è un pericolo per il pianeta?

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Isabelle Cousturie - Aleteia Francia - pubblicato il 22/12/17

Il manifesto di più di 15mila scienziati che invitano a frenare la crescita demografica per “salvare” il pianeta allerta i promotori di un’etica rispettosa degli uomini

In una tribuna comparsa il 13 novembre nella rivista Bioscience, più di 15mila scienziati – biologi, fisici, astronomi, chimici – lanciano un avvertimento a fronte delle minacce che pesano sul pianeta e che non cessano di aggravarsi. Tra i fattori incriminati, i modelli di vita e il consumismo, il riscaldamento climatico ma pure la crescita demografica “galoppante” – più del 35% in 25 anni – che dev’essere «frenata» mediante azioni sociali drastiche come la riduzione del tasso di fecondità a livello mondiale. Quest’ultimo inquietante argomento ha sortito l’effetto di una bomba tra i difensori dell’uomo e della vita dei nascituri.

Un’impostura?

Così Pierre Rabhi, uno dei pionieri dell’agricoltura ecologica in Francia, promotore di una nuova etica orientata a una “felice sobrietà”, ha reagito dalle colonne de La Croix a questo “avvertimento all’umanità”. Per lui, quella dell’aumento demografico è un’impostura. C’è abbondante cibo per nutrire tutti, al mondo. La vera questione è quella «dell’equità nella ripartizione delle risorse». E poi non crede che, in una società incentrata sul profitto e sul denaro, dove a regnare sono gli interessi finanziari, i problemi ecologici siano trattati tanto seriamente quanto si vorrebbe far credere. Per lui, la mancanza di decisioni radicali dei dirigenti in occasione dei summit globali è la prova che la volontà sia quella di «fare melina». Secondo Pierre Rabhi, bisogna adoperarsi a una revisione del nostro modello di sviluppo, «sfiancato e sfiancante», come spiega Jean-Pierre Denis su La Vie.

Sfruttamento sfacciato delle risorse

L’argomento demografico usato per “salvare” il pianeta è pure riprovato dalla Chiesa cattolica, sempre vigile a fronte di tutti i tentativi di regolazione della fertilità rimandanti a una “cultura di morte”. Rilanciato da La Croix, il vescovo di Havre, mons. Jean-Lui Brunin, considera che quest’argomento è il segno di «un’indolenza intellettuale e politica». Non sono i bambini che nascono a minacciare il pianeta, ma «lo sfruttamento sfacciato delle risorse da parte di alcuni». Mons. Bruno Feuillet, vescovo ausiliare di Reims e membro del Consiglio famiglia e società, gli fa eco. Per lui «la soluzione sta nel vivere più sobriamente». Le cifre ci parlano: meno di un quinto dell’umanità utilizza i quattro quinti delle risorse del pianeta, spreca e getta, mentre ogni sette secondi un bambino muore di fame.

Il paradosso dell’abbondanza

Senza negare l’importanza delle sfide demografiche – anch’ella difende l’idea di una procreazione responsabile che si avvalga dei metodi naturali di regolazione della fertilità – la Chiesa chiama a una conversione. Si spreca tantissimo, e questo perché abbiamo modelli di consumo improntati allo spreco sistematico: «ridurre il numero delle bocche da nutrire» non è una “soluzione” per contrastare l’accrescimento della domanda di derrate alimentari – ha dichiarato Papa Francesco il 16 ottobre scorso intervenendo alla sede della FAO. E ha soggiunto:

Abbiamo la possibilità e il dovere di cambiare direzione […]. È facile ridurre: invece la condivisione esige una conversione, che non è cosa da poco,

ha riconosciuto. Sta tutto qui il paradosso dell’abbondanza descritto da Giovanni Paolo II, nel 1992, e riaffermato a più riprese da Francesco:

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio]

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