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Che cos'è il libro che Papa Francesco ha regalato alla Curia?

ŚWIĘTA TERESA Z LISIEUX

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L'Osservatore Romano - pubblicato il 21/12/17

La spiritualità carmelitana in un libro di padre Maria Eugenio di Gesù Bambino

Uscito nel 2010 a cura dell’Istituto Nostra Signora della Vita, nella collana «Studi Carmelitani», è una traduzione italiana (di Maria Rosaria Del Genio) del libro francese Je veux voir DieuPadre Maria Eugenio di Gesù Bambino, Voglio vedere Dio , Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, pagine 1.364, euro 43 con prefazione del cardinale Georges Marie Martin Cottier, Pro-Teologo emerito della Casa Pontificia, e presentazione di padre Luigi Borriello, direttore della collana.

1908. In un seminario minore del centro della Francia, Henri Grialou, 13 anni, scopre suor Teresa di Gesù Bambino. È conquistato da colei di cui si riconoscerà un fratello minore. Crescerà all’ombra amica della piccola Teresa, riceverà esperienze mistiche analoghe e potrà scrivere in Voglio vedere Dio : «Ci sembra quasi di averla conosciuta, talmente agiamo e parliamo come lei».

1920. Lo stesso seminarista legge una vita di san Giovanni della Croce e subisce lo shock d’una chiamata irresistibile: deve entrare nel Carmelo per camminare sui passi del dottore dell’amore e della fede. Sul letto di morte confesserà: «In fondo all’anima, è con san Giovanni della Croce che io vivo».

Così attratto dal Carmelo, Henri Grialou s’immerge nelle opere di santa Teresa d’Avila, la grande riformatrice spagnola, e trova in lei la «Madre», che descrive in Voglio vedere Dio , «ardente e luminosa, audace nei suoi desideri e discreta nei suoi consigli, sublime ed equilibrata, anima regale, materna e divina, genio umano in ciò che ha di più concreto e di più universale».

Sacerdote e carmelitano scalzo, il giovane padre Maria Eugenio di Gesù Bambino è chiamato a predicare, a partire dal 1923, in diversi ambienti francesi. Religiosi e secolari, preti e laici accolgono l’insegnamento carmelitano come una luce che aiuta a comprendere anche altre spiritualità, ciò che la Chiesa riconoscerà nel corso del XX secolo, proclamando dottori i tre grandi rappresentanti del Carmelo. Con la fecondità di questo apostolato della parola, padre Maria Eugenio prende coscienza della sua missione: «La mia missione è teologale. Sono fatto per condurre le anime a Dio».

La Provvidenza gli dà la possibilità di compiere questa missione in vari modi: sacerdote e carmelitano scalzo, assume molti incarichi nel suo ordine: priore, definitore generale (1939-1954), vicario generale (1954-1955), provinciale di Avignone-Aquitania (1957-1960, poi dal 1963 fino alla sua morte, il 27 marzo 1967). Nel 1932 fonda Notre-Dame de Vie, istituto secolare di diritto pontificio, con tre rami autonomi: femminile e maschile laici e sacerdotale.

Nella premessa di Voglio vedere Dio racconta la genesi del libro. Dal 1931 egli è portato a offrire la scienza della preghiera carmelitana a «un gruppo in cui si trovavano parecchi insegnanti di scuola media e superiore (…). Le conferenze, sette o otto ogni anno (…) erano seguite da una mezz’ora di preghiera e si prolungavano in incontri personali e scambi di opinioni comunitari». Il gruppo «manifestava un gusto accentuato per un insegnamento pratico e vivo, per una testimonianza semplice ma autentica di una dottrina vissuta».

Tra i maestri del Carmelo occorreva scegliere una guida: «Noi abbiamo scelto santa Teresa (…) perché è proprio lei che nel suo ultimo trattato, nel suo capolavoro, il Castello interiore , offre il processo completo dell’ascesa di un’anima. Il suo genere descrittivo, il suo linguaggio concreto ci collocavano nell’atmosfera viva e pratica nella quale volevamo restare; questa strada divisa in tappe o Mansioni, oltre ad offrirci il piano del nostro lavoro, creava l’ambito e la prospettiva nei quali ogni cosa trovava il suo posto e il suo valore. Sarebbe stato facile inserirvi, nei momenti pericolosi, l’insegnamento particolare di san Giovanni della Croce e farvi brillare la luce che i suoi principi proiettano verso l’infinito. La divisione in Mansioni ci permetteva anche di apprezzare meglio l’eccezionale rapidità delle ascesi di santa Teresa di Gesù Bambino e la semplicità sublime della sua piccola via».

Da questa esperienza viva di un insegnamento sistematico dato a Marsiglia e poi in numerosi altri luoghi, è nata l’idea di metterlo per iscritto, ciò che padre Maria Eugenio realizza a Roma quando è definitore generale. Pubblica dapprima l’opera in due tomi: Voglio vedere Dio (1949) e Sono figlia della Chiesa (1951). Per rispettare meglio l’unità profonda di tutto il cammino spirituale, egli stesso in seguito li riunisce, in un solo volume (1957), sotto il titolo generale: Voglio vedere Dio. Dalla sua pubblicazione è stato diffuso in più di 100.000 esemplari, in sei lingue. Le edizioni cinese, coreana, portoghese, lettone e lituana sono in corso. Il titolo Voglio vedere Dio è, innanzitutto, il grido d’una bambina di sette anni, nel XVI secolo spagnolo, la futura Teresa d’Avila, che tentò di lasciare la casa paterna con suo fratello per farsi decapitare dai mori. Ella in seguito spiegò ai suoi genitori: «Sono scappata perché voglio vedere Dio, e per vederlo bisogna morire». Vedere Dio è infatti il desiderio cosciente o non, di tutte le persone create a immagine di Dio. L’insegnamento del Carmelo, e dunque di Voglio vedere Dio, ha come unico scopo di condurre a Dio, affinché ognuno impari a contemplare il suo mistero trinitario e ad abbandonarsi al suo disegno d’amore che è la Chiesa, Corpo di Cristo.

«Quando scrissi Voglio vedere Dio era per mostrare il ruolo dello Spirito Santo» (giugno 1963). Di fatto, le due citazione paoline più utilizzate dall’autore sono Romani , 5, 5 e Romani , 8, 14. Esse rendono conto del fondamento e dello scopo della vita spirituale.

Alla base: «L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» ( Romani , 5, 5). Lo Spirito divino che abita nella regione più intima dell’anima, è «un sole che invia costantemente i suoi raggi, un braciere sempre ardente, una fonte sempre zampillante». Esso diffonde incessantemente l’amore che purifica la persona, la trasforma e le permette di unirsi a Dio e di donarsi per la realizzazione del suo disegno. La crescita spirituale, che consiste in «una interiorizzazione progressiva», verso questo centro dove risiede il Dio vivente, è dunque realizzata dall’attività di due forze vive: l’amore di Dio per la persona e l’amore della persona per Dio. «La carità soprannaturale, infatti, essendo amore di amicizia, stabilisce rapporti di reciprocità tra Dio e l’anima. A volte attiva, a volte passiva, essa dona e riceve. Fatta per tali scambi, esiste solo per questi».

Questi «scambi» si realizzano innanzitutto nell’orazione, la cui definizione teresiana — «un rapporto intimo di amicizia dove ci si intrattiene spesso soli con Dio, dal quale ci si sente amati» — è proposta a tutti (cfr. Catechismo della Chiesa cattolica , n. 2709); l’orazione che nella spiritualità del Carmelo, «non conosce altra legge che la libera espressione di due amori che s’incontrano e si donano l’uno all’altro»; l’orazione che, divenendo contemplazione, vale a dire «sguardo semplice sulla verità sotto l’influsso dell’amore», inonda misteriosamente l’anima della luce e dell’amore, al di là di tutte le esperienze sensibili poiché, precisa san Giovanni della Croce, «è di notte». In effetti, non si può entrare in contatto con Dio che per mezzo della fede, la cui caratteristica è di essere «certa e oscura allo stesso tempo». Padre Maria Eugenio lo sa, lui, che le esperienze del noviziato hanno portato a scrivere in un quaderno intimo: «La fede è un faccia a faccia nelle tenebre (san Giovanni della Croce)».

Tale è il fondamento di tutta l’attività cristiana, ciò che Padre Maria Eugenio chiama, secondo le espressioni del suo tempo: l’apostolato, e che include ciò che oggi si chiama «la nuova evangelizzazione». L’ultimo capitolo di Voglio vedere Dio è un trattato sull’apostolato, come lo ha ben notato, in una lettera indirizzata all’autore, il cardinale Adeodato Piazza, un altro carmelitano scalzo, il cui incarico corrispondeva a quello dell’attuale prefetto della Congregazione per i Vescovi: «Le sono profondamente riconoscente per questo dono che fa all’ordine (del Carmelo) e a tutta la Chiesa, rivelando la grandezza della “Madre” ed il valore della sua dottrina per formare e guidare i veri apostoli di tutti i tempi».

Dalla prima pagina, nel quadro sintetico della spiritualità teresiana che apre l’opera, la prima direttiva data al principiante è: «Studiare Cristo nel Vangelo e unirsi alla sua umanità». Poiché Egli è «il capolavoro della Sapienza d’amore» e il «mediatore universale e unico», Gesù è il modello per eccellenza del battezzato. La santità, «l’unione trasformante porta all’identificazione con Gesù Cristo, che è la sua espressione e la sua opera più perfetta. Si trovano dunque, nel corso dei capitoli, quadri della vita di Gesù, la cui descrizione svela lo sguardo contemplativo dell’autore: con lui si contempla Gesù in preghiera, bisognoso di silenzio e di solitudine, la fecondità del «movimento e dei gesti del Verbo sotto l’azione dell’amore» fino al momento centrale del Getsemani; con lui s’impara il suo modo di formare gli apostoli. Le parole e i gesti di Gesù ci indicano gli atteggiamenti chiave della vita cristiana: la fede con l’emorroissa, il dono di sé, a cominciare dalla vita stessa di Gesù; l’umiltà con Nicodemo e la Samaritana; la speranza, sempre con Nicodemo. Spesso messi in evidenza in vari capitoli, questi brani evangelici fondano e chiariscono l’insegnamento.

San Paolo non è da meno. È sufficiente vedere l’indice delle citazioni bibliche, per rendersi conto che l’insegnamento proposto in Voglio vedere Dio è scritturale e paolino, ciò che fa la sua universalità.

Le citazioni dall’Antico Testamento riprendono spesso quelle di san Giovanni della Croce; ciò rivela che padre Maria Eugenio ha fatto suo lo sguardo biblico del mistico spagnolo. Nella prefazione il cardinale Cottier scrive che Voglio vedere Dio non è soltanto una «guida spirituale», ma anche un «trattato teologico mistico», poiché «le realtà della vita spirituale e del suo cammino non sono soltanto descritte, ma sono anche accompagnate dalla loro giustificazione teologica».

QUI L’ORIGINALE

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