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Ha ancora senso far penitenza con strumenti come il cilicio?

CILICE PENITENCE

Albert Lozano - Shutterstock

Giovanni Marcotullio - Aleteia Italia - pubblicato il 22/11/17

L’imitazione di Cristo

Ma l’ordinamento monastico può interessarci forse solo per gusto di erudizione, mentre per il nostro nutrimento spirituale vorremmo capire come, se e quando si faccia bene a infliggersi qualche mortificazione corporale. I tre testi di cui vado a proporre qualche passo sono espressione nobilissima della cristianità moderna (o devotio moderna, secondo l’espressione con cui alcuni l’hanno insipientemente screditata). Il terzultimo e il penultimo capitolo della Prima Parte dell’aureo libello già attribuito a Tommaso da Kempis (ma la questione è tutt’altro che chiusa…) sono soffusamente dedicati al tema della penitenza. Vi leggiamo, fra l’altro:

Ora, una piena fiducia di morire santamente la daranno il completo disprezzo del mondo, l’ardente desiderio di progredire nelle virtù, l’amore del sacrificio, il fervore nella penitenza, la rinuncia a se stesso e il saper sopportare ogni avversità per amore di Cristo. […] Procura di vivere ora in modo tale che, nell’ora della morte, tu possa avere letizia, anziché paura; impara a morire al mondo, affinché tu cominci allora a vivere con Cristo; impara ora a disprezzare ogni cosa, affinché tu possa allora andare liberamente a Cristo; mortifica ora il tuo corpo con la penitenza, affinché tu passa allora essere pieno di fiducia

[…]

In quel giorno il corpo tribolato godrà più che se fosse stato nutrito di delizie; risplenderà la veste grossolana e quella fine sarà oscurata; una miserabile dimora sarà più ammirata che un palazzo dorato. In quel giorno una pazienza che non sia venuta mai meno, gioverà più che tutta la potenza della terra; la schietta obbedienza sarà glorificata più che tutta l’astuzia del mondo. In quel giorno la pura e retta coscienza darà più gioia che la erudita dottrina; il disprezzo delle ricchezze varrà di più che i tesori di tutti gli uomini. In quel giorno avrai maggior gioia da una fervente preghiera che da un pranzo prelibato; trarrai più gioia dal silenzio che avrai mantenuto, che da un lungo parlare. In quel giorno le opere buone varranno di più che le molte parole; una vita rigorosa è una dura penitenza ti saranno più care di ogni piacere di questa terra.

Im. Chr. I, 23,2. 24,3.

La caratteristica dominante di questo libretto sta nel fatto che – se ancora è nettamente riconoscibile una matrice monastica nella proposta etica – esso è comunque rivolto a un pubblico più largo, cioè a tutti quelli che vogliono vivere nella “devozione” (oggi diremmo “a quanti prendono sul serio la vocazione universale alla santità”).

Ignazio di Loyola

Più di un secolo dopo, l’ambizioso soldato spagnolo che si convertì durante una dura convalescenza sarebbe riuscito a veder firmate le Costituzioni di quell’inaudita novità che si chiamò “Compagnia di Gesù” (e sia lodato il Cielo per Paolo III che, pur essendo divenuto cardinale per i favori concessi dalla sorella al predecessore, ebbe occhio lungo e discernimento fine). In quelle pagine Ignazio torna più volte a parlare di “penitenze”, alludendo anche (sebbene non esclusivamente) alle mortificazioni fisiche. Leggiamo ad esempio:

Quanto alle correzioni e penitenze, la misura da osservare la stabilirà la carità discreta del superiore e di chi egli metterà in suo luogo. Essi le proporzioneranno alla disposizione delle persone e alla edificazione di tutti e di ciascuno in particolare a gloria di Dio. Ognuno, poi, dovrebbe accettarle volentieri e con desiderio sincero d’emendarsi e di profittarne spiritualmente, anche se gli fossero imposte per una mancanza non colpevole.

Costituzioni 268, 15

E ancora:

Non bisogna esagerare né essere indiscreti nel castigo del corpo, con digiuni, veglie, ed altre penitenze esterne e fatiche, che recano danno ed impediscono beni maggiori. Perciò, è bene che ognuno informi il confessore di quanto fa in questo punto. E questi, se pensa o dubita che uno ecceda, lo mandi dal superiore. Questo si fa per procedere con più lume, e per glorificare maggiormente Dio nostro Signore nelle nostre anime e nei nostri corpi.

Costituzioni 300, 5

E dopo numerosi accenni Ignazio riassume mirabilmente il proprio principio all’inizio del Capitolo III:

Poiché, in considerazione del tempo e dell’approvazione della vita, che si richiedono prima che i soggetti ammessi in Compagnia siano accolti tra i professi o i coadiutori formati, si presume che riusciranno uomini spirituali, che hanno fatto tali progressi da correre nella via di Cristo nostro Signore, compatibilmente con le forze del corpo e con le occupazioni esteriori di carità e di obbedienza, non sembra che, per quanto riguarda l’orazione, la meditazione, lo studio, come anche la pratica corporale dei digiuni, delle veglie e delle altre austerità e penitenze, si debba assegnare regola diversa da quella dettata dalla discreta carità. Ma se ne deve sempre informare il confessore e, nel dubbio intorno a quel che convenga fare, anche il superiore. In generale, si dirà soltanto questo: si badi che l’uso immoderato di questi mezzi non debiliti le forze del corpo e non occupi il tempo talmente che non siano sufficienti per l’aiuto spirituale del prossimo, secondo il nostro Istituto; e che, al contrario, non si giunga a un rilassamento tale, per cui lo spirito si raffreddi e s’infiammino le basse passioni umane.

Costituzioni 582, 1

Il grande criterio è dunque l’ordinata obbedienza a una volontà esterna, che impedisca alla nostra di scivolare nella superbia spirituale per via di una sfrenata corsa nelle pratiche ascetiche come pure, allo stesso modo, di decadere in un lassismo indifferente a ogni esigenza morale.

Francesco di Sales

Il rimando a san Girolamo, implicito in Ignazio, diventa patente nell’ultimo autore, che difatti scrive:

San Girolamo racconta che la sua cara figlia spirituale Santa Paola, non solo era portata all’esagerazione, ma era testarda nella pratica delle mortificazioni corporali, fino a non volersi arrendere al parere contrario che il suo Vescovo, Sant’Epifanio, le aveva espresso al riguardo. Oltre a ciò, si era lasciata andare talmente al pianto per la morte dei suoi, che aveva rischiato di morire. San Girolamo conclude: «Mi direte che anziché tessere le lodi di questa santa, sto scrivendone critiche e rimproveri. Ma, davanti a Gesù, che ella ha servito e che io voglio servire, affermo che non mento né pro né contro, come cristiano di una cristiana; voglio dire che io ne sto scrivendo la storia e non un panegirico; i suoi vizi sono virtù per gli altri». Intende dire che gli scarti e i difetti di Santa Paola sarebbero state virtù in un’anima meno perfetta; se consideriamo seriamente le cose troveremo degli atti che vengono considerati difetti in coloro che sono perfetti, che potrebbero essere considerate grandi perfezioni in coloro che sono imperfetti.

Francesco di Sales, Filotea II

Pochi decenni dopo l’approvazione delle Costituzioni della Compagnia di Gesù, infatti, un giovanissimo vescovo di Ginevra, maestro nella “polemica dialogica” e finissimo direttore spirituale, riaprì definitivamente a tutti gli stati di vita “la devozione” (cioè – l’abbiamo detto sopra – la possibilità di correre la via della santità). Nella celeberrima Filotea (giacché ogni anima è amica di Dio) Francesco di Sales dedica un intero capitolo (il XXIII) a Gli esercizi della mortificazione esteriore. Chi vorrà leggerlo tutto ne troverà facilmente il testo, mentre a noi qui preme raccoglierne solo alcuni passaggi, che ci paiono raccordare bene tutti i testi or ora esposti, e in tal senso evidenziarne la viva traditio:

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