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Chiesa e massoneria: è possibile una qualche vicinanza?

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Giovanni Marcotullio - Aleteia Italia - pubblicato il 16/11/17

L'evento del colloquio di Siracusa, svoltosi nei giorni scorsi, è utile a ripercorrere le ragioni storiche che hanno accompagnato la nascita della libera muratoria, ma pure a ricapitolare le ragioni dell'inconciliabilità tra l'obbedienza liberatrice a Cristo e quella a una loggia: il Signore è un Dio geloso – e difende i propri diritti.

Non c’è una definizione di “fesso”. Però: se uno paga il biglietto intero in ferrovia; non entra gratis a teatro; non ha un commendatore zio, amico della moglie e potente sulla magistratura, nella pubblica istruzione, ecc.; non è massone o gesuita; dichiara all’agente delle imposte il suo vero reddito; mantiene la parola data anche a costo di perderci, ecc. – questi è un fesso.

Giuseppe Prezzolini

Così comincia il primo capitolo del Codice della vita italiana di Prezzolini, uno dei più acuti e intelligenti uomini di cultura del Novecento italiano – che sarebbe ancora riduttivo (per quanto emblematico) ricordare “solo” come il fondatore de La Voce (la prima, essendo la seconda quella del discepolo Montanelli). Quello riportato sopra è in realtà il secondo articolo del primo capitolo, recitando invece il primo: «I cittadini italiani si dividono in due categorie: i furbi e i fessi». Come si vede, l’intento di Prezzolini era meno quello di accomunare tanto disparate categorie di persone che quello di definire, per esclusione, il “fesso” – per quanto l’accostamento tra massoni e gesuiti non sia sfuggito casualmente, a quel laicone perugino… –: il dato insinuato da Prezzolini è che molti sarebbero i modi di essere fessi, come molti quelli di essere furbi. Essere massoni, a parere del celebre aforista, sarebbe uno di questi.

Ma che cos’è la massoneria?

Ricordo bene la prima volta che affrontai seriamente l’argomento: fui invitato da un bravo docente di storia ecclesiastica a studiare la voce “Massoneria” dell’Enciclopedia Cattolica. Quattordici densi paginoni a firma di Pietro Pirri mi fecero scoprire la differenza tra massoneria pratica e massoneria speculativa, mi spiegarono come le radici di questa istituzione – ovvero le franchigie dei muratori, appunto detti “liberi” – affondassero sì nel laicato ma in un contesto di rapporto privilegiato col potere anzitutto ecclesiastico. Mi introdussero altresì alle specificità delle declinazioni moderne, in particolare sul metro dell’ostilità al cristianesimo (e in particolare alla Chiesa cattolica). Imparai così come altri fossero gli intendimenti della massoneria germanica (professata tra gli altri da fratel Mozart e da fratel Goethe) e americana e altri quelli delle massonerie latine, francese e italiana in particolare, deliberatamente protese a «colpire nel clero la Chiesa, nella Chiesa Cristo, e in Cristo Iddio stesso» (è la dura climax di Bopp nel Lexikon der Pädagogik, Freiburg 1953).

Dopo quel primo approccio, tuttavia, altre volte tornai a interessarmi al tema, leggendo libri scritti da autori che si protestavano “massoni in sonno”, cioè iniziati ma tornati fuori dalla loggia (solo che “un massone è per sempre”, ritengono): l’impressione che ne ricavai, leggendoli, era sempre che “mancasse qualcosa”, cioè che quanto andavo leggendo non potesse essere né tutto né il cuore della questione.

Tale aura di mistero e di segretezza, in effetti, questa vera e propria disciplina dell’arcano, è forse il tratto più distintivo della massoneria, e in tal senso non possono risultare persuasive le dichiarazioni e le iniziative di certe logge che affermano di non avere segreti per nessuno. Una siffatta “operazione glasnost” rappresenta più probabilmente un tentativo per recuperare presentabilità – se non una mera operazione di maquillage – ed è resa estremamente fattibile da un contesto che a parole proclama e idolatra la trasparenza e nei fatti conserva (e anzi genera!) massicce zone di opacità. Dai Panama Papers a YouPorn, il mondo finanziario e quello digitale sono uno stagno che facilmente finge fondali chiari e bassi – e si rivela fatalmente collegato a volontà oscure.

Questo ci riporta per un istante ancora alla questione “che cosa fa la massoneria?” – domanda a cui è impossibile rispondere in via definitiva. Ciò spiega pure donde sorgano e si alimentino, a livello popolare, le leggende nere che parlano di una promanazione più o meno indiretta della massoneria dal satanismo: senz’alcuna ansia di demitizzare le narrazioni popolari, occorre pure rilevare che i pronunciamenti del Magistero cattolico (senz’altro il più titolato a parlare sensatamente del preternaturale) non fanno riferimento a simili ipotesi. Nelle Riflessioni ad un anno dalla Dichiarazione della Congregazione per la Dottrina della Fede, infatti, leggiamo:

Da quando la Chiesa ha iniziato a pronunciarsi nei riguardi della massoneria il suo giudizio negativo è stato ispirato da molteplici ragioni, pratiche e dottrinali. Essa non ha giudicato la massoneria responsabile soltanto di attività sovversiva nei suoi confronti, ma fin dai primi documenti pontifici in materia e in particolare nella Enciclica «Humanum Genus» di Leone XIII (20 aprile 1884), il Magistero della Chiesa ha denunciato nella Massoneria idee filosofiche e concezioni morali opposte alla dottrina cattolica. Per Leone XIII esse si riconducevano essenzialmente a un naturalismo razionalista, ispiratore dei suoi piani e delle sue attività contro la Chiesa. Nella sua Lettera al Popolo Italiano «Custodi» (8 dicembre 1892) egli scriveva: «Ricordiamoci che il cristianesimo e la massoneria sono essenzialmente inconciliabili, così che iscriversi all’una significa separarsi dall’altra».

E più precisamente, quindi:

Prescindendo […] dalla considerazione dell’atteggiamento pratico delle diverse logge, di ostilità o meno nei confronti della Chiesa, la Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede, con la sua dichiarazione del 26.11.83, ha inteso collocarsi al livello più profondo e d’altra parte essenziale del problema: sul piano cioè dell’inconciliabilità dei principi, il che significa sul piano della fede e delle sue esigenze morali.

Si legge, sì, nella Humanum Genus, che «in questo pazzo e feroce proposito pare quasi potersi riconoscere quell’odio implacabile, quella rabbia di vendetta, che contro Gesù Cristo arde nel cuore di Satana»; il “pazzo e feroce proposito”, però, è definito dalla stessa enciclica come “il relativismo filosofico e morale della massoneria”, e poiché le circostanze storiche e il contesto culturale portarono il Papa della Rerum Novarum ad accostare la massoneria al socialismo e al naturalismo (correnti notevoli, ma subalterne all’inafferrabile entità della libera muratoria), è sembrato giusto e prudente, a Giovanni Paolo II e a Joseph Ratzinger, porre la questione in termini esclusivamente culturali e spirituali, ovvero di teologia fondamentale.

Il colloquio di Siracusa

Pochi giorni fa ha avuto luogo – nel centro storico della cittadina siracusana – un colloquio promosso dal Grande Oriente d’Italia, il cui titolo suona “Chiesa e massoneria, così vicini così lontani?”. Tanto è bastato per scatenare una ridda di polemiche da parte di cattolici (fortunatamente) non immemori della della Humanum Genus, ma (sfortunatamente) poco fiduciosi riguardo alla prudenza dei loro pastori. Molto opportunamente, un sacerdote blogger che conosce bene la gloriosa Chiesa di Siracusa e il suo pastore, ha sintetizzato lo stato dei fatti come segue:

Un uomo di esperienza pastorale, prudente e anche umile come l’attuale Arcivescovo Metropolita di Siracusa, non cadrebbe mai in un simile tranello, ed infatti non c’è caduto. Ciò che è realmente accaduto è semplicemente questo: quei quattro liberi professionisti e clinici più o meno tromboni che compongono una delle locali logge massoniche, hanno chiesto un confronto durante un convegno promosso dal Grande Oriente d’Italia. Poi, che i picciotti della Libera Muratoria abbiano stampato nella locandina dell’evento un Cristo col compasso, è una mancanza di buon gusto non imputabile certo all’Arcidiocesi, perché sul manifesto non c’è né lo stemma dell’Arcivescovo Metropolita né la dicitura “Col patrocinio dell’Arcidiocesi di Siracusa”. Pertanto, a chi chiede un confronto, la Chiesa offre da sempre confronto. E questo confronto sarà tenuto da un vescovo e da un presbitero, entrambi teologi.

«Così la neve al sol si dissigilla», direbbe Dante. Ma il colloquio c’è stato, e a questo punto era diventato importante assistervi e magari poterlo documentare. Ciò che è stato appunto fatto, e tutti gli interventi sono ora fruibili su YouTube.

In particolare l’intervento di mons. Antonio Staglianò, vescovo di Noto, è già circolato parecchio, in rete, per via dell’afflato pastorale che ha animato i suoi appassionati (e appassionanti) 50 minuti di allocuzione. Poiché il tutto è documentato in video, e poiché del resto esistono già ottime cronache dell’evento, indugeremo appena su qualche aspetto, relativo prima all’intervento di monsignor Maurizio Aliotta e poi a quello del professor Santi Fedele.

Punti di irriducibile distanza

Dopo lunghi minuti di “acclimatamento” – la tensione è stata palpabile in tutti dall’inizio alla fine dell’evento – mons. Aliotta si è detto desideroso di evidenziare semplicemente due elementi di “falsa contiguità” tra massoneria e Chiesa cattolica.

Prendiamo per esempio il dépliant dell’evento – ha detto il teologo siracusano – : io non avrei scritto “Uomo” con la maiuscola. Perché questo? Potrebbe sembrare che l’uomo diventi artefice dei propri progetti di salvezza, e questo è ciò che nega il cuore stesso della fede cristiana, che vede invece la salvezza come dono gratuito di Dio. Quindi la nostra teologia della grazia su questo punto avrebbe qualche difficoltà, a pensare l’“Uomo” con la maiuscola… mentre d’altro canto [per i massoni, N.d.R.] questa potrebbe essere la cifra stessa dell’antropologia. Ma tutte le confessioni cristiane concordano, su questo: se l’uomo pretende di essere l’artefice della propria salvezza si avvia su itinerari che lo portano, al contrario, a distruggersi.

Un altro (solo) apparente motivo di convergenza evidenziato da mons. Aliotta è insito nella categoria di “tolleranza”:

Ora, che la tolleranza sia un valore positivo nella tradizione cristiana qualcuno lo ha anche messo in dubbio. In realtà, nella tradizione cristiana, già dall’antichità, la tolleranza aveva un importantissimo significato. Penso a quanto Tertulliano scrisse che Gesù, sulla croce «ha tollerato il peccato dell’uomo». Il che non vuol dire accondiscendere al peccato, ma farlo proprio per superarlo. I temi vanno dunque esplorati nella loro profondità semantica.

Infine il teologo dell’Arcidiocesi ha voluto riprendere un’osservazione pratica delle note antropologiche emanate dalla Congregazione per la Dottrina della Fede nel 1984:

Per un cristiano cattolico, tuttavia, non è possibile vivere la sua relazione con Dio in una duplice modalità, scindendola cioè in una forma umanitaria – sovraconfessionale – e in una forma interna cristiana. Egli non può coltivare relazioni di due specie con Dio, né esprimere il suo rapporto con il Creatore attraverso forme simboliche di due specie. Ciò sarebbe qualcosa di completamente diverso da quella collaborazione, che per lui è ovvia, con tutti coloro che sono impegnati nel compimento del bene, anche se a partire da principi diversi. D’altronde un cristiano cattolico non può nello stesso tempo partecipare alla piena comunione della fraternità cristiana e, d’altra parte, guardare al suo fratello cristiano, a partire dalla prospettiva massonica, come a un «profano».

Simile a quella, antica, per cui la Chiesa ha respinto lo gnosticismo, in questo passaggio, in fondo, sta espressa la radicale incompatibilità tra cristianesimo e massoneria, che si presentano come se la prima fosse una moglie fedele e gelosa e la seconda un’amante che facesse professione di uguale fedeltà ma non esprimesse pari gelosia. La situazione è appunto questa: la massoneria protesta di non proibire assolutamente, ma anzi di favorire e di incoraggiare, la credenza in un essere supremo, ma di fatto costituisce una “super-chiesa” raccolta attorno a un focolare fatalmente vuoto, perché nessuna rivelazione vi è accolta e neppure vi viene formulato un bagaglio minimo dogmatico (dall’Ottocento le logge francesi non chiedono più ai loro “fratelli” di credere nel GADU!). Si capisce quindi perché un Dio geloso come il Dio cristiano non possa in alcun modo tollerare che la propria Chiesa, destinata ad essere «sacramento universale di salvezza», venga inglobata in un’organizzazione superiore: nella Chiesa la filantropia è mezzo per attingere il fine ultimo dell’uomo, che è Dio; nella massoneria essa è il fine a cui gli uomini dovrebbero autonomamente volgere i propri sforzi.

Noi non siamo ottimisti

A parte la confusione tra mezzi e fini, che di per sé basterebbe a dire l’incompatibilità radicale, sussiste nella massoneria un ottimismo antropologico che, sì, può storicamente collocarsi nel clima di positivismo scientifico attorno al quale fermentò la sua costituzione moderna (24 giugno 1717), ma che in ultima analisi l’esperienza cristiana – lumeggiata dalla Rivelazione – sa infallibilmente essere foriera di grandi rovine. Perché l’uomo, di per sé, non è capace di compiere davvero il bene – appena può desiderarlo, e quasi sempre lo desidera anche male. Ciò che la Tradizione della Chiesa ha costantemente chiamato “peccato originale” agisce nella vita di ogni persona, e desta stupore che alcuni possano non sobbalzare al pensiero di aver, innumerevoli volte nella vita, fatto il male che non volevano ed evitato il bene che volevano. Su quali basi, con quali forze la massoneria pretende che gli uomini guadagnino quella costanza che solo la grazia di Dio riesce ad alimentare? E quando i loro fratelli cadranno – perché tutti gli uomini cadono – con quale forza e in nome di cosa li perdoneranno? Chi può rimettere un debito se non gli è già stato rimesso il suo?

Storia e propaganda

Dopo l’intervento di mons. Staglianò la platea ha assistito all’interessante spettacolo di un Santi Fedele estremamente teso ma ugualmente controllato, che al proprio (denso) intervento ha premesso una “precisazione” relativa ai «frequenti insistiti riferimenti di mons. Staglianò al tema di una presunta mancanza di trasparenza nel Grande Oriente d’Italia»:

Non c’è un aspetto della vita dell’obbedienza a cui appartengo – che non è un’astratta “massoneria”, ma il Grande Oriente d’Italia di Palazzo Giustianiani: la più antica e numerosa e internazionalmente accreditata comunione massonica italiana – che non sia aperto all’osservazione dei profani. Signori! Collegatevi: www.grandeoriente.it, e non c’è aspetto di quello che riguarda la nostra vita di cui voi non possiate avere immediata conoscenza. Le nostre Costituzioni, i nostri Regolamenti, l’elenco delle nostre 870 logge, i componenti della nostra Giunta, con le nostre foto, con le nostre facce, con i nostri profili nel mondo e all’interno della massoneria. Tutte le nostre iniziative, giorno per giorno: tutto quello che facciamo, tutto quello che diciamo. In moltissime parti d’Italia abbiamo aperto le nostre sedi perché possano ospitare momenti di incontro e di dialogo con tutti.

Il piglio del televenditore (in senso buono, si capisce), e subito Fedele si è corretto aggiungendo: «Epperò abbiamo il diritto alla riservatezza, come ce l’hanno gli afferenti all’Opus Dei [sic!], come ce l’hanno al Rotary, al Lions: siamo cittadini della Repubblica e portatori degli stessi identici diritti». La stizza era meno per mons. Staglianò, si direbbe, che per il sottotesto (implicito ma infuocato) della frizione con la Commissione Antimafia, che aveva formalmente richiesto gli elenchi di tutti gli aderenti alle logge siciliane… (altra storia: un tema spinoso su cui si sono levate molte voci indignate ma sono arrivate poche risposte).

Il dato d’interesse della relazione di Fedele, molto puntuale ed approfondita, sta nella ricollocazione della nascita della massoneria teoretica nel contesto dell’Europa del primo XVIII secolo. La Pace di Westfalia a stento mantenuta, le guerre di religione che da secoli avevano preceduto, accompagnato e seguito lo Scisma d’Occidente e la Riforma luterana; d’altro canto le grandi scoperte scientifiche e geografiche che moltiplicavano le occasioni di crescita dell’umana famiglia, nonché le immancabili tentazioni che l’avrebbero minata. L’anelito alla fraternità universale trovò allora sbocco nell’idea di costruire una cerchia di illuminati volta a favorire il bene dell’umanità.

Ascoltando Fedele ho pensato che grandi spiriti come Mozart – l’Ave Verum non si può scrivere senza amare Gesù Cristo sopra ogni cosa! – non si sarebbero mai dati alla comunione massonica, se non vi avessero intravisto la risposta al loro più vivo desiderio, che – come avrebbe scritto nel XX secolo la Gaudium et spes – «è pure quello della Chiesa» (GS 1). Il tono del professore (evidentemente apologetico – e non c’è niente di male: l’apologetica è un genere letterario legittimo) era visibilmente volto a enfatizzare le antiche glorie e minimizzare gli scandali contemporanei. D’altronde, della P2 e di Licio Gelli si sa molto di più che dei mitici primi fratelli raccolti a Londra quel primo 24 giugno…

Ma pure sorvolando su questo punto, il quadro offerto da Fedele non poteva convincere un cristiano (nel video si nota che nell’attenzione di mons. Aliotta durante il suo intervento sembra aleggiare una tenera tristezza): tanta rettitudine morale, tanta altezza di principî, tanta nobiltà di sentimenti non possono essere gli unici contenuti di un cuore umano, che sempre invece patisce lo scacco, la delusione, l’amarezza – anzitutto da sé stesso.

Il metro della carità

A quella titanica e impossibile pretesa, del resto, aveva appena teso la mano mons. Staglianò: «Non lo stabilisco io, se siete vicini o lontani» (il riferimento era al titolo del convegno), ma “il kèrygma di Gesù”.

E allora volevo dirvi: visto che la scomunica vi toglie ogni possibilità di comunanza – perché siete fuori dalla Chiesa cattolica! – fate chiarezza, venite allo scoperto. Se c’è una vostra intenzione di gridare e appellarvi a valori come la dignità umana, la libertà religiosa, mostrate il vostro volto. A ora, essendo scomunicati, siete nella più abissale lontananza. Ma è possibile immaginare una certa vicinanza nell’abissale distanza? Ecco uno sforzo del lògos. E questo esercizio intellettuale (che con Rosmini vorrei chiamare “carità intellettuale”) che cosa porterebbe? Porterebbe i cattolici disorientati perché massoni e ai cattolici che si credono non-disorientati, perché “cattolici doc”, puri!, a riflettere anche sull’abissale distanza di chi si crede vicino, anzi centrale. Ma peccatori lo siamo tutti, lo ricorda sempre anche il Papa, ma corrotti mai: chi è corrotto, fosse anche un Vescovo, è abissalmente lontano dalla Chiesa cattolica! Il comandamento non adulterare vale per tutto: se hai un buon vino e lo annacqui, se hai una brava moglie e vedi un film pornografico, tu stai rovinando il buono che hai. San Paolo dice: «Se anche dessi i miei averi ai poveri e non avessi la carità, non sono niente». E non servirebbe fare la carità? Non possiamo trovarci nelle cose che facciamo: la carità è quella di don Pino Puglisi, che mentre lotta contro la mafia sorride a chi gli spara e lo uccide. In quel sorriso che perdona sta la carità, quella è la sola cosa che può unirci o dividerci – questo è il kèrygma cristiano. Rispetto a questo siamo tutti fuori o tutti dentro, tutti vicini o tutti lontani.

Uno dei tratti più originali e belli della relazione di Staglianò è stato appunto l’aver sciolto tutte le tensioni dovute alle polemiche che già infiammavano: i massoni sono a rischio tanto quanto i “kattolikoni”, com’è vero che il fratello maggiore della parabola non vive da figlio più del minore: «Lo dico anche a quei cattolici che, non usando il lògos, usano la ghigliottina» – un’immagine efficace da ritenere.

Quale Anticristo fuggire

E fa tenerezza, in tal senso, ricordare la relazione del Gran Maestro Sergio Rosso, che per quasi venti minuti aveva magnificato le numerose opere di carità compiute dalla massoneria, scendendo nel dettaglio fin dove il commovente e il patetico si toccavano: «Paghiamo il podologo ai senza tetto», «Offriamo assistenza psicologica ai mariti violenti [salvo ammettere che i mariti violenti non sono inclini ad accettare l’aiuto…]» e via dicendo.

In realtà, mentre già ascoltandolo sgorgavano in me le obiezioni che mons. Staglianò avrebbe così appassionatamente enunciato, mi sono ricordato del divino Solov’ëv, che sulla soglia del secolo XX vide le metamorfosi postmoderne dell’Anticristo, il quale non perseguita, non combatte, non schiaccia più la Chiesa, bensì tenta di corromperla con un discorso così suadente e pieno di apparente buonsenso che appare malfidato e malevolo chi nutra diffidenza nei suoi confronti. Così il grande e visionario precursore del cammino ecumenico descriveva l’Anticristo che deve mostrarsi negli ultimi tempi:

Il nuovo padrone della terra era anzitutto un filantropo, pieno di compassione e non solo amico degli uomini, ma anche amico degli animali. Personalmente era vegetariano, proibì la vivisezione e sottopose i mattatoi a una severa sorveglianza; le società protettrici degli animali furono da lui incoraggiate in tutti i modi. La più importante di queste sue opere fu la solida instaurazione in tutta l’umanità dell’uguaglianza che risulta essere la più essenziale: l’uguaglianza della sazietà generale. Questo evento si compì nel secondo anno del suo regno. La questione sociale, economica, fu definitivamente risolta. Ma se la sazietà costituisce il primo interesse per chi ha fame, per quelli che sono sazi sorge il desiderio di qualche cosa d’altro.

Perfino gli animali, quando sono sazi, vogliono di solito dormire, ma anche divertirsi. Tanto più l’umanità, che sempre post panem ha reclamato circenses.

E dopo i circenses l’Anticristo pensa anche ai bisogni dello Spirito, e per questo raccoglie in un grande concilio universale i cristiani di tutte le denominazioni, proponendo una coartata e atea formula d’unione. Entrato al suono della “marcia dell’umanità unita” (l’inno imperiale e internazionale), l’Imperatore/Anticristo si rivolse ai cattolici, agli ortodossi e ai protestanti:

Cristiani di tutte le confessioni! Miei amatissimi sudditi e fratelli! Fin dagli inizi del mio regno, che l’Altissimo ha benedetto con opere così meravigliose e gloriose, non una volta ho avuto motivo di essere scontento di voi; voi avete sempre fatto il vostro dovere secondo fede e coscienza. Ma questo per me non basta. Il sincero amore ch’io provo per voi, fratelli amatissimi, anela di essere ricambiato. Voglio che non per senso di dovere, ma per un sentimento di amore che viene dal cuore, voi mi riconosciate per vostro vero capo, in ogni azione intrapresa per il bene dell’umanità. E così oltre alle cose che faccio per tutti, vorrei darvi un segno di particolare benevolenza. Cristiani, come potrei io rendervi felici? Che posso darvi non come miei sudditi, ma come miei correligionari, miei fratelli? Cristiani! Ditemi ciò che vi sta più a cuore nel cristianesimo affinché io possa dirigere i miei sforzi in questa direzione

Seguirono, come è noto, proposte di valorizzazione di quanto l’Imperatore reputava essere “il cuore del cristianesimo”, rispettivamente, per cattolici, ortodossi e protestanti. Ogni volta che finiva di formulare le sue magnifiche proposte, la maggior parte del gruppo interessato scivolava da dietro al proprio legittimo pastore e ingrossava le fila dell’Anticristo. I tre archimandriti universali (che fin nei nomi richiamano l’autorità apostolica primitiva) restarono immobili senza rispondere, stringendo in mano il pastorale, facendo impercettibili gesti di scetticismo. E continua con l’Imperatore che si rivolga ancora agli incontentabili, l’immortale racconto di Solov’ëv:

Con accento di tristezza, l’imperatore si rivolse a loro dicendo:«Che cosa posso fare ancora per voi? Strani uomini! Che volete da me? Io non lo so. Ditemelo dunque voi stessi, o cristiani abbandonati dalla maggioranza dei vostri fratelli e capi, condannati dal sentimento popolare; che cosa avete di più caro nel cristianesimo?».

La risposta venne dallo starets Giovanni, che «simile a un candido cero si alzò in piedi». In essa possono riassumersi senz’altro aggiungere la ragioni della scomunica alla massoneria e al contempo l’offerta che anche ai massoni la Chiesa sempre continua a fare:

Grande sovrano! Quello che noi abbiamo di più caro nel cristianesimo è Cristo stesso. Lui Stesso e tutto ciò che viene da Lui, giacché noi sappiamo che in Lui dimora corporalmente tutta la pienezza della Divinità. Da te, o sovrano, noi siamo pronti a ricevere ogni bene, ma soltanto se nella tua mano generosa noi possiamo riconoscere la santa mano di Cristo. E alla tua domanda che puoi tu fare per noi, eccoti la nostra precisa risposta: confessa, qui ora davanti a noi, Gesù Cristo Figlio di Dio che si è incarnato, che è resuscitato e che verrà di nuovo; confessalo e noi ti accoglieremo con amore, come il vero precursore del suo secondo glorioso avvento.

L’Imperatore, come è noto, non accolse la richiesta e anzi si scatenò nella sua apocalittica violenza… ma un povero frammassone qualunque, invece, se non è l’Anticristo e davvero vuole vivere nella Chiesa, trova in queste parole la via per superare la confusione del suo stato.

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