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Omosessuale e cattolico: “La Chiesa ha ragione, quando chiede la castità”

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La Chiesa ha ragione, quando chiede la castità. Sul piano psicologico e umano prima che su quello spirituale

In alcuni periodi sono arrivato a vivere alla luce del sole comportamenti apertamente contrari a quanto la mia fede mi chiedeva, pur non rinnegandola mai (e senza mai avere la presunzione di dover essere “capito” dalla Chiesa, solo perché non avevo la forza di rispondere alla sua proposta, o di capirla io per primo). Ho sperimentato la vita gay, i locali, il sesso occasionale; ma ho anche avuto relazioni “stabili” (per quanto sia possibile la stabilità tra due uomini con una relazione vissuta sessualmente), mi sono innamorato, e mi sono assunto la responsabilità di vivere una storia con una persona anche sul piano sessuale, pur sapendo che questo contrastava con quanto chiesto dalla mia fede.

Ho vissuto la dipendenza sessuale e quella affettiva; ma ho anche avuto la grazia di amare un fratello tanto da lasciarlo libero di andare, nel momento in cui ho capito che questo era il suo bene; ho odiato il mio orientamento sessuale fino a desiderare con tutto il mio cuore cambiarlo, e poi ho accolto la mia attrazione omosessuale come parte della mia storia, fino a oppormi a qualsiasi cambiamento, anche quando mi era innamorato di una donna; per arrivare ad oggi che capisco che “il cambiamento” non va né inseguito né ostacolato, poiché non è il nocciolo della questione.

Ho vissuto il peggio e il meglio. E tutto senza mai dare per scontato nulla. Mi sono interrogato e ho interrogato centinaia e forse migliaia di persone, su come vivessero, sulla loro storia, su quanto fossero felici, trovandomi a letto con loro o meno. Ho fatto (quasi) ogni sorta di pratica che prima giudicavo impraticabile; sono stato usato e io stesso ho usato tantissime persone; ho toccato il fondo e sono risalito, più e più volte. E sebbene non vada fiero delle molte bassezze che ho compiuto, non le rinnego, poiché ciascuna di esse era un passo di un cammino autentico nella ricerca di me stesso e di quell’uomo che Dio aveva in mente quando mi ha creato.

Se da un lato infatti, è vero che non ho mai smesso di credere che un Dio ci fosse, dall’altro ho più volte dubitato del fatto che Egli si interessasse a me e mi amasse. E anche quando questo mi è risultato chiaro, non ho mai smesso di cercare una strada per vivere tutto quello che ero, fragilità comprese, con Lui, al di là delle risposte semplicistiche che talvolta mi venivano date dai sacerdoti e che non rispondevano alla totalità delle mie domande, risultando spesso castranti.

Perciò ecco, alla luce di tutto questo, non mi si può proprio dire che la mia sia una visione dogmatica delle cose.

Se ad oggi dico quello che dico, è solo perché da ciascuna di queste esperienze, anche le peggiori, ho appreso qualcosa che mi mostrava una verità insopprimibile al fondo di noi, che è la stessa che difende la Chiesa da sempre: la nostra natura non è definita dai nostri desideri, ma dal nostro corpo maschile e femminile, in termini biologici, e in termini spirituali dal nostro essere figli di Dio per lo Spirito Santo che questo corpo lo abita.

E se il nostro corpo, la nostra carne, dice una verità su di noi, definendoci come maschi o femmine, dice anche in maniera evidente che due persone dello stesso sesso non sono fatte per avere rapporti sessuali tra di loro (il che però non impedisce loro di amarsi, se per amore intendiamo il modo in cui Cristo ama noi: “dando la vita per i propri amici”).

Quindi ecco: sì sono cattolico, ma per sostenere ciò che dice la mia Chiesa, ho dovuto prima metterlo in discussione radicalmente, per arrivare poi a scoprirne la bontà. Badate, non sto dicendo che questo sia il modo migliore di fare: non occorre sempre provare tutto per sapere cosa è male. Anzi, se uno imparasse a fidarsi dell’esperienza di chi ha già vissuto certe cose, si risparmierebbe tanti guai. Dico solo che nel mio caso il mio approccio è stato tutt’altro che teorico, o basato su una fede cieca. E di questo, nel bene e nel male, porto ancora i segni addosso.

In un’epoca in cui, più di ogni altra, siamo chiamati a rendere ragione di quello che crediamo, io ho cercato quelle ragioni umane che supportassero ciò che mi veniva detto per fede: che avere rapporti sessuali con un altro uomo non mi avrebbe fatto bene. Per inciso, questo è anche ciò che inviterei a fare a chi si preoccupa di una pastorale per chi ha ferite dell’identità: prima di deporre le armi di fronte al pensiero dominante, come molti sacerdoti e vescovi stanno facendo (in buona o cattiva fede), verificate se non ci siano risposte umane che diano ragione di quanto la Chiesa propone e dice su questo argomento.

Perché le risposte, fratelli miei, ci sono. E se non ci sono, vuol dire che non le abbiamo cercate abbastanza.

Se c’è una cosa che ho imparato, infatti, è che tutto quello che noi crediamo sul piano spirituale, da cristiani, affonda le sue radici prima nella nostra umanità. Non c’è fede al mondo come il cattolicesimo che rispetti di più la natura umana nella sua interezza. E questa corrispondenza non si contraddice quando affrontiamo le cose dal punto di vista scientifico (se parliamo della scienza vera: quella che cerca di capire la realtà, e non di piegarla aprioristicamente alle proprie teorie e speculazioni ideologiche).

In fondo come potrebbe essere altrimenti? Poteva un Dio che ha preso appieno la nostra natura umana contraddire la Sua stessa volontà e l’ordine che Lui stesso aveva creato? Ma se tutto ciò che è cristiano è anche profondamente umano, allora tutto quello che noi crediamo buono per la vita, deve avere in realtà, prima di una ragione spirituale, una motivazione umana e terrena, che sia riconoscibile sul piano razionale da qualsiasi uomo intellettualmente onesto, a prescindere dalla propria fede.

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