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Papa Francesco: la dottrina non si conserva in naftalina senza farla progredire

Antoine Mekary | Aleteia | I.Media
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Custodire il patrimonio di fede e verità ricevuto dai Padri e proseguire nell’apostolato seguendo le strade nuove del presente con gioia e misericordia, compete alla Chiesa, ed è per il popolo di Dio una grazia e una missione di cui essere responsabili. E’ il presupposto da cui è partito stasera Papa Francesco intervenendo alla commemorazione per i 25 anni dalla firma della Costituzione Apostolica Fidei Depositum da parte di San Giovanni Paolo II.

Questo testo accompagnava l’uscita del Catechismo della Chiesa Cattolica che proprio per Papa  Wojtyla, ha ricordato Francesco, avrebbe dovuto far crescere nella “comprensione della fede” con “l’insegnamento di sempre”, ma anche “avvicinare i contemporanei” con le risposte agli interrogativi umani che vengono proprio dalla fede.

“Non è sufficiente, quindi”, osserva il Papa, “trovare un linguaggio nuovo per dire la fede di sempre; è necessario e urgente che, dinanzi alle nuove sfide e prospettive che si aprono per l’umanità, la Chiesa possa esprimere le novità del Vangelo di Cristo che, pur racchiuse nella Parola di Dio, non sono ancora venute alla luce.”

Ma “tutta la sostanza della dottrina e dell’insegnamento”- sottolinea a questo punto il Papa,riprendendo proprio il testo del Catechismo– ”dev’essere orientata alla carità che non avrà mai fine”: “sempre e in tutto va dato rilievo all’amore di nostro Signore” . In un tale orizzonte, prosegue, c’è un tema che “dovrebbe trovare nel Catechismo della Chiesa cattolica, uno spazio adeguato e coerente” con queste finalità: è la pena di morte

Davanti a questa problematica non possiamo non tenere conto sia del ”progresso della dottrina da parte degli ultimi pontefici” sia della ”consapevolezza mutata del popolo cristiano che rifiuta un atteggiamento consenziente nei confronti di una pena che lede pesantemente la dignità umana”. Questa misura è “inammissibile” sottolinea con forza il Papa :

“Si deve affermare con forza che la condanna alla pena di morte è una misura disumana che umilia, in qualsiasi modo venga perseguita, la dignità personale. E’ in sé stessa contraria al Vangelo perché viene deciso volontariamente di sopprimere una vita umana che è sempre sacra agli occhi del Creatore e di cui Dio solo in ultima analisi è vero giudice e garante. Mai nessun uomo, «neppure l’omicida perde la sua dignità personale» (Lettera al Presidente della Commissione Internazionale contro la pena di morte, 20 marzo 2015), perché Dio è un Padre che sempre attende il ritorno del figlio il quale, sapendo di avere sbagliato, chiede perdono e inizia una nuova vita. A nessuno, quindi, può essere tolta non solo la vita, ma la stessa possibilità di un riscatto morale ed esistenziale che torni a favore della comunità.

“In passato”, fa notare il Pontefice, il ricorso a questo “ estremo e disumano rimedio” è apparso, in mancanza di maturità sociale e strumenti di difesa,” una conseguenza logica dell’applicazione della giustizia a cui doversi attenere”; anche nello Stato Pontificio, ammette Francesco, è avvenuto così,“trascurando il primato della misericordia sulla giustizia”. Da qui il forte monito:

“Assumiamo le responsabilità del passato, e riconosciamo che quei mezzi erano dettati da una mentalità più legalistica che cristiana. La preoccupazione di conservare integri i poteri e le ricchezze materiali aveva portato a sovrastimare il valore della legge, impedendo di andare in profondità nella comprensione del Vangelo. Tuttavia, rimanere oggi neutrali dinanzi alle nuove esigenze per la riaffermazione della dignità personale, ci renderebbe più colpevoli.”

Non c’è contraddizione col passato insegnamento perché la Chiesa ha sempre difeso la vita umana dall’inizio fino alla morte naturale; tuttavia, è la sottolineatura del Papa, “ è lo sviluppo armonico della dottrina” che richiede di tralasciare la “difesa di argomenti che appaiono decisamente contrari alla nuova comprensione della realtà”.

La “ tradizione”, torna a ricordare il Papa al termine del suo lungo discorso, è una “ realtà viva”: “solo una visione parziale può pensare il ‘deposito della fede’ come qualcosa di statico”. Lo Spirito Santo continua infatti a parlare alla Chiesa e per farla progredire con entusiasmo occorre mettersi in “religioso ascolto”:

“La Parola di Dio”, conclude il Papa,”non può essere conservata in naftalina come se si trattasse di una vecchia coperta da proteggere contro i parassiti! No. La Parola di Dio è una realtà dinamica, sempre viva, che progredisce e cresce perché è tesa verso un compimento che gli uomini non possono fermare. Questa legge del progresso secondo la felice formula di san Vincenzo da Lérins: ‘annis consolidetur, dilatetur tempore, sublimetur aetate’ (Commonitorium, 23.9: PL 50), appartiene a una peculiare condizione della verità rivelata nel suo essere e trasmessa dalla Chiesa, e non significa affatto un cambiamento di dottrina”.
di Gabriella Ceraso

 

Ascolta e scarica il podcast del servizio con la voce del Papa:

 

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI PARTECIPANTI ALL’INCONTRO PROMOSSO DAL
PONTIFICIO CONSIGLIO PER LA PROMOZIONE DELLA NUOVA EVANGELIZZAZIONE

Aula del Sinodo
Mercoledì, 11 ottobre 2017

 

Signori Cardinali,
cari fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
Signori Ambasciatori,
illustri Professori
fratelli e sorelle,

vi saluto cordialmente e ringrazio Mons. Fisichella per le cortesi parole rivoltemi.

Il venticinquesimo anniversario della Costituzione apostolica Fidei depositum, con la quale san Giovanni Paolo II promulgava il Catechismo della Chiesa Cattolica, a trent’anni dall’apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II, è un’opportunità significativa per verificare il cammino compiuto nel frattempo. San Giovanni XXIII aveva desiderato e voluto il Concilio non in prima istanza per condannare gli errori, ma soprattutto per permettere che la Chiesa giungesse finalmente a presentare con un linguaggio rinnovato la bellezza della sua fede in Gesù Cristo. «E’ necessario – affermava il Papa nel suo Discorso di apertura – che la Chiesa non si discosti dal sacro patrimonio delle verità ricevute dai padri; ma al tempo stesso deve guardare anche al presente, alle nuove condizioni e forme di vita che hanno aperto nuove strade all’apostolato cattolico» (11 ottobre 1962). «Il nostro dovere – continuava il Pontefice – non è soltanto custodire questo tesoro prezioso, come se ci preoccupassimo unicamente dell’antichità, ma di dedicarci con alacre volontà e senza timore a quell’opera che la nostra età esige, proseguendo così il cammino che la Chiesa compie da quasi venti secoli» (ibid.).

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