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Una cattolica può essere femminista? Ecco perché Giovanni Paolo II pensava di sì

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Dominika Cicha - pubblicato il 15/09/17

Ispirato da Edith Stein, Giovanni Paolo II chiese la nascita di un “nuovo femminismo”

Troppo spesso vediamo il femminismo come un’ideologia in contrasto con gli insegnamenti della Chiesa. È bene ricordare, ad ogni modo, che esistevano ed esistono tuttora molti tipi di femminismo: radicale, liberale, postmoderno, marxista, accademico. Il “nuovo femminismo” che chiedeva Giovanni Paolo II occupa un posto particolare nella nostra cultura moderna.

Una breve storia del femminismo

I ricercatori affermano che il femminismo è nato nel XVIII secolo. All’epoca era più che altro un movimento socio-politico volto a rendere uguali i diritti di uomini e donne nel campo lavorativo e in quello dell’istruzione. Il termine venne utilizzato molto probabilmente per la prima volta da Charles Fourier nel 1837.

La prima grande ondata di femminismo iniziò tra il 1890 e il 1920, durando fino all’inizio degli anni Sessanta. Il suo obiettivo principale era stabilire uguali diritti per uomini e donne, e le suffragette inglesi e statunitensi giocarono un ruolo di primo piano. I loro sforzi portarono al diritto di voto per le donne negli Stati Uniti nel 1920, e nel 1918 in Polonia. Tanto per fare un paragone, le donne in Svizzera hanno ottenuto il diritto di voto solo nel 1971, e in Arabia Saudita nel 2015.

La seconda ondata di femminismo è iniziata negli anni Sessanta, proseguendo negli anni Settanta. Questa volta gli obiettivi principali erano l’equità salariale, la libertà sessuale e/o il diritto all’aborto.  La maternità e il matrimonio erano considerati una forma di schiavitù. La femminista più famosa di quel periodo è stata probabilmente Simone de Beauvoir, autrice de Il Secondo Sesso.




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È arrivata poi la terza ondata, iniziata negli anni Ottanta. Ispirata dal movimento LGBT e dall’ambientalismo, ha preso in considerazione le questioni razziali, economiche e religiose.

Edith Stein: nessuna donna è solo una donna

Parlando di femminismo non possiamo ignorare Edith Stein, conosciuta anche come Santa Teresa Benedetta della Croce. La storia la ricorda come eminente filosofia, e i suoi discorsi, articoli e saggi sulle donne elaborati tra il 1928 e il 1932 non si possono dimenticare. “Nessuna donna è solo una donna”, sottolineava. Cercò di esaminare la natura umana dal momento della creazione e di mostrare che ogni donna è una creatura accuratamente progettata da Dio e chiamata da Lui a compiti specifici, indipendentemente dall’epoca in cui vive e dal luogo di provenienza. Al di là dei doni femminili come la capacità di guardare a un’altra persona in modo olistico e un’empatia e un desiderio di aiutare innati, ogni donna riceve doni e talenti individuali come persona, che può usare al lavoro e come moglie, madre, suora o persona single.

La Stein ha precorso i tempi, e ha messo in guardia contro la direzione in cui si stava muovendo il movimento dell’emancipazione. L’obiettivo delle donne, sottolineava, non dovrebbe essere quello di diventare come gli uomini, ma di vivere in armonia con la loro natura e realizzare la propria chiamata.

Giovanni Paolo II e il suo nuovo femminismo

Oggi definiamo Edith Stein un precursore del nuovo femminismo, che Giovanni Paolo II ha sottolineato nell’enciclica Evangelium Vitae, “Il Vangelo della Vita”, al n. 99. Non si sa se il Papa si sia basato sui testi di Santa Teresa Benedetta, ma i loro punti di vista sulla questione sembrano essere ampiamenti allineati.

Ha scritto Giovanni Paolo II:

Nella svolta culturale a favore della vita le donne hanno uno spazio di pensiero e di azione singolare e forse determinante: tocca a loro di farsi promotrici di un ‘nuovo femminismo’ che, senza cadere nella tentazione di rincorrere modelli ‘maschilisti’, sappia riconoscere ed esprimere il vero genio femminile in tutte le manifestazioni della convivenza civile, operando per il superamento di ogni forma di discriminazione, di violenza e di sfruttamento. (…) Siete chiamate a testimoniare il senso dell’amore autentico, di quel dono di sé e di quella accoglienza dell’altro che si realizzano in modo specifico nella relazione coniugale, ma che devono essere l’anima di ogni altra relazione interpersonale”.

Non è l’unico documento papale sulle donne. Il primo è stato la lettera apostolica Mulieris Dignitatem, “Sulla dignità e vocazione della donna”, diffuso nel 1988 durante l’Anno Mariano. Giovanni Paolo II ha scritto sulla femminilità anche nella lettera apostolica Ordinatio Sacerdotalis, “Sull’ordinazione sacerdotale”, del 1994, e nella Lettera alle donne indirizzata a tutte le donne del mondo in occasione della Conferenza Mondiale delle Nazioni Unite a Pechino del 1995.




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Il Papa sottolineava che la dignità e la responsabilità delle donne sono uguali a quelle degli uomini, e che l’uguaglianza tra i sessi si realizza nella dedizione reciproca. Ha anche scritto che i doveri materni e familiari della donna e i suoi compiti professionali dovrebbero essere complementari, e che solo in questo modo lo sviluppo sociale e culturale sarà completo. Se una donna decide di lavorare a casa, dovrebbe essere supportata in questa scelta.

È tuttavia difficile offrire una definizione specifica del nuovo femminismo. Michele M. Schumacher, teologa e uno dei principali ricercatori in questo campo, lo intende come “il compito – o la missione – di sottolineare esattamente ciò che differenzia una donna da un uomo, e così come ella gli è complementare, e viceversa. Ha anche l’obiettivo di promuovere un’autentica cultura umana e cristiana”. Il vecchio e il nuovo femminismo concordano sulla necessità di combattere ogni tipo di violenza, sfruttamento e discriminazione nei confronti delle donne, eredità del peccato.

Il genio femminile

Il nuovo femminismo si concentra particolarmente sul genio femminile, che sottolinea come ogni donna abbia una predisposizione particolare e sia capace di arricchire il mondo in base alla propria vocazione. Incoraggia le donne a riconoscere i loro talenti, e mostra il loro potenziale per costruire una civiltà dell’amore. Allo stesso tempo, il nuovo femminismo ci ricorda l’uguaglianza tra uomini e donne. Non è che la donna dovrebbe essere soggetta all’uomo, ma che entrambi dovrebbero essere soggetti a Dio. Sono entrambi creati a Sua immagine e somiglianza, e, come spiega Giovanni Paolo II nella Mulieris Dignitatem, sono entrambi in grado di condividere la verità e l’amore divini nello Spirito Santo.

… la donna deve ‘aiutare’ l’uomo – e a sua volta questi deve aiutare lei – prima di tutto a causa del loro stesso ‘essere persona umana’: il che, in un certo senso, permette all’uno e all’altra di scoprire sempre di nuovo e confermare il senso integrale della propria umanità. E’ facile comprendere che – su questo piano fondamentale – si tratta di un ‘aiuto’ da ambedue le parti e di un ‘aiuto’ reciproco. Umanità significa chiamata alla comunione interpersonale” (Mulieris Dignitatem, n. 7).

[Traduzione dall’inglese a cura di Roberta Sciamplicotti]

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