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Che fare se il Papa perde l’uso della ragione?

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Un problema particolarmente vivo in un'epoca in cui la scienza medica prolunga di molto la vita biologica delle persone: da Paolo VI in qua tutti i Pontefici si sono arrovellati e i canonisti si chiedono se occorra una disposizione speciale.

«E se divento pazzo?» – pare che avesse chiesto Paolo VI al suo segretario di Stato. L’apologo vuole che l’interlocutore fosse Amleto Giovanni Cicognani, primo “numero due” della Santa Sede sotto il pontificato montiniano. Questi avrebbe risposto al Santo Padre: «Lo Spirito Santo non lo permetterà». È questo uno di quegli apologhi che vengono narrati, nelle aule delle Pontificie Università romane, benché nei manuali di storia della Chiesa non trovino ancora ampio rilievo.

E sembra strano a tutti, ogni volta che si ripercorre l’aneddoto, il fatto che si pensi al cardinal Cicognani, il quale appunto fu Segretario di Stato fino a tutto l’aprile 1969, ovvero fino a quando a Paolo VI mancavano ancora nove anni buoni di pontificato: che papa Montini sentisse affievolirsi la lucidità, negli ultimi anni, è cosa nota agli storici; ma che tale sensazione lo abbia accompagnato dagli anni ’60 è cosa che non consta dai documenti. E allora uno si dice che probabilmente Amleto Giovanni Cicognani è personaggio (sempre per chi non sia digiuno di storia della Chiesa) più colorito e interessante del (pur apprezzatissimo) curiale Jean-Marie Villot, e che forse il Papa avrà interloquito con quest’ultimo laddove si dice che abbia interloquito col primo.

E certo non si fa la storia con le voci di corridoio, ma una rivelazione sembra essere sopraggiunta a dare credito – se non all’evento in sé – al fatto che Paolo VI contemplasse l’eventualità della propria demenza senile fin dagli anni ’60: il cardinal Giovanni Battista Re ha raccontato pochi giorni fa di aver visto nelle mani di Giovanni Paolo II, il quale glie le mostrava, due lettere di dimissioni scritte da Paolo VI e lasciate nel cassetto della scrivania. Stando al racconto di Re, le dimissioni dovevano diventare effettive nel caso in cui il Papa fosse subentrato in una condizione di disabilità totale:

Paolo VI era preoccupato di una eventuale futura disabilità, di un grave impedimento che non gli avrebbe permesso di espletare il proprio ministero, e voleva essere pronto.

John L. Allen, su Crux.com, ha opportunamente chiosato ricordando che la storica prossimità di Giovanni Battista Re al cardinal Giovanni Benelli, Sostituto per gli Affari generali alla Segreteria di Stato sotto Paolo VI, consolida il credito della rivelazione: non v’è motivo di dubitare della veridicità dell’incontro narrato. Il quale, pur ponendo nuovi e contingenti interrogativi, che in quanto particolari non ci vincolano qui, conferma quanto già apprendevamo dalle pagine di mons. Pasquale Macchi, già segretario particolare di Papa Montini:

Paolo VI, dopo aver scritto il proprio testamento, preparò pure una lettera di dimissioni da consegnarsi in caso si fossero create condizioni tali da rendergli impossibile governare la Chiesa in un modo adeguato.

Pasquale Macchi, Paolo VI nella sua parola, 129.

Ora, la data del testamento di Montini, che fu scritto dopo un corso di esercizi spirituali, è pubblica: la firma fu apposta il 30 giugno 1965; dunque nulla vieta di pensare che nelle settimane, nei mesi o in un paio d’anni a seguire, Paolo VI abbia aggiunto al documento pubblico un allegato privato. Privatissimo, anzi solo virtuale.

Allen evidenzia con grande nettezza la differenza tra il caso di Montini e quello di Papa Ratzinger (per quanto l’espressione “ingravescente ætate”, usata da Ratzinger, sia un’evidente citazione della lettera apostolica Ingravescentem ætatem del 21 novembre 1971, e su questo si potrebbe dire molto altro…), perché il 13 febbraio 2013 Benedetto XVI era perfettamente padrone delle proprie facoltà, e in quanto tale adempieva alla lettera il dettato del Codice di Diritto Canonico, che al Can. 332 § 2 enuncia:

Nel caso che il Romano Pontefice rinunci al suo ufficio, si richiede per la validità che la rinuncia sia fatta liberamente e che venga debitamente manifestata, non si richiede invece che qualcuno la accetti.

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