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Davvero la Chiesa sta pensando di far soldi con le opere di bene?

UNAMID Albert Gonzalez Farran CC
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The Economist annuncia la grande svolta e tutti si mettono a scrivere di come finalmente si possano “servire Dio e mammona”. Ma è proprio così? Lo abbiamo chiesto al professor Flavio Felice, ordinario di Storia delle dottrine politiche

«“Non potete servire Dio e Mammona”, ammonisce la Bibbia. ma la Chiesa ci ha sempre provato». Così The Economist comincia il suo recente articolo su “fede, speranza e impatto” che tanto inchiostro sta facendo versare in questi giorni. «La Chiesa cattolica diventa un investitore d’impatto», perché – è il succo dell’articolo – «la filantropia è soggetta a un ripensamento».

La solidarietà “conviene”?

Nientemeno. Ma «perch’io non proceda troppo chiuso», direbbe Dante, spieghiamo anche noi che cos’è l’“impact investing”, e anzi facciamocelo spiegare da chi ha inventato il termine – la Cambridge Associated e GIIN (Global Impact Investing Network) la dice così: si tratta di

investimenti fatti in società, organizzazioni e fondi con l’intento di generare un impatto sociale o ambientale misurabile e favorevole a fianco o in sostituzione di un rendimento finanziario.

Introducing the Impact Investing Benchmark
Cambridge Associates,  GIIN (Global Impact Investing Network) – 2015

Che vuol dire questo? Tante cose, come si capisce dalla descrizione, ma facciamo qualche esempio: andare a scavare un pozzo in una zona desertificata per le popolazioni che ci vivono è un’opera di bene; andare a impiantarvi un’azienda che distribuisca e venda acqua è un “investimento d’impatto”. Dare denaro a un nullatenente perché paghi derrate e bollette è un’opera di bene; avviare una struttura di microcredito è un “investimento d’impatto”.

Certo, va da sé che l’imprenditore o il finanziatore che sposino simili progetti dovranno disporsi ad alti rischi e bassi profitti: non si può pensare di arricchirsi con l’acqua a spese di popolazioni assetate, né si può compensare il forte rischio insito nel prestare a persone senza garanzie con un importante tasso d’interesse.

Dunque perché, stando a The Economist e a quanti gli sono andati appresso, tutti corrono a rischiare i loro quattrini in progetti ad alto rischio e basso rendimento? Perché tra i potenziali investitori in questi campi ce n’è uno che dispone di un capitale incalcolabile: la Chiesa cattolica. Scrive l’articolista della testata inglese:

Per il momento, il capitale cattolico dedicato a investimenti d’impatto si aggira in totale intorno al miliardo di dollari. Il fatto è che la Chiesa è in condizioni tali da avere il potenziale per trasformare la categoria del mercato di investimenti d’impatto.

Ci risiamo: quanti non capiscono (lo si è visto fin dall’incipit dell’articolo) che la Chiesa non ha “sempre provato” a servire due padroni sono gli stessi che equivocavano quando intimavano al diacono Lorenzo di condurli al “tesoro della Chiesa” – il santo mostrò loro i poveri di Roma.

E il tesoro della Chiesa è oggi quello di ieri, né si può quantificare in milioni o miliardi di dollari – questi sono al servizio di quelli, semmai, ora come allora. L’impressione, invece, è che alcuni (o molti?) siano già appostati per appaltarsi le numerosissime opere che la Chiesa potrebbe finanziare. Lo stesso Economist non manca di annotare la relativa inettitudine della Chiesa di fronte alle sfide pionieristiche della finanza:

Nella Chiesa stessa, pochi hanno la capacità e l’esperienza finanziarie richieste, per quanto le congregazioni possano costituire una risorsa considerevole.

È facile, tuttavia, riportare l’impressione che una volta tanto qualcuno voglia tirare per la mantellina il Santo Padre… ma verso destra, a dispetto di quanto accade di solito. Basta vedere come tutti, dall’Economist in giù, stiano citando il suo (ormai famoso) discorso del 2014 al convegno “Impact investing for the poor – perlopiù limitandosi a questa sola frase (quell’unica citata dalla rivista inglese, guarda caso):

Compito dei cristiani è riscoprire […] questa preziosa e originaria unità fra profitto e solidarietà.

Sembra evincersene l’equazione “solidarietà=profitto”, come se fare del bene “convenisse”. E si può certo parafrasare alla bisogna il detto paolino

la pietà è un grande guadagno, ma con moderazione.

1Tim 6, 6

Il fatto che la Chiesa parli di “pietà” (che indica per sua natura un rapporto verticale col numinoso, la trascendenza) e l’Economist di “filantropia” (la quale è deprecabilmente decaduta a un attivismo immanente sovente interessato) spiega bene i timori di alcuni – quelli che lo stesso Economist spiega male:

Alcuni si preoccupano che il fare soldi con la filantropia non possa coesistere con l’imperativo morale fondamentale di aver cura del bisognoso. Altri temono una perdita di contatto con i beneficiari della generosità dei cattolici.

Ad essere fuorviante è anzitutto il dato – tendenzioso – che vuole Papa Francesco artefice di questa presunta “svolta” finanziaria della Santa Sede: il nome del Santo Padre si veste bene, sì, soprattutto quando lo si ritaglia ad usum Delphini e lo si porta in ambienti che amano passare per “solidali” stringendo la mano a liberisti non alieni a progetti di speculazione. La dottrina sociale della Chiesa trova in realtà in Papa Francesco un interprete originale perché fedele alla Tradizione, che da Leone XIII a Giovanni Paolo II ha insegnato come il denaro abbia sempre un significato morale, oltre che economico.

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