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Accompagnare un genitore anziano: i consigli della psicologa

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© Shutterstock

Marie de Ménibus - pubblicato il 04/08/17

5 domande a Claudine Badey-Rodriguez, psicologa specializzata in gerontologia, per imparare ad accompagnare al meglio un genitore che invecchia. Una prova che per alcune persone può essere psicologicamente pesante…

Claudine Badey Rodriguez è psicologa specializzata in gerontologia. È l’autrice, con Rietje Vonck, di “Quand le caractère devient difficile avec l’âge” [“Quando con l’età il carattere diventa difficile”, N.d.T.]. Ha pure scritto “La Vie en maison de retraite” [“La vita in casa di riposo”, N.d.T.] per le edizioni Albin Michel. Intervista.

È un dovere aiutare i propri genitori?

Ora risulterò forse scandalosa, ma non necessariamente: tutto dipende dalla nostra storia. Il semplice fatto di diventare protettivi può creare confusione nell’ordine delle generazioni e riattivare le sofferenze che si sono vissute da bambini, le frustrazioni e i momenti di collera. Se abbiamo ricevuto molto amore si può avere, per esempio, il sentimento di non fare abbastanza per i genitori. Questa situazione può risvegliare anche delle rivalità tra fratelli e sorelle, talvolta con la complicità dei genitori. Ciascuno deve valutare ciò che è meno nocivo per sé, pensando bene ai benefici e ai rischi: scegliere tra la colpa di non vederli mai e lo sforzo di mettersi a disposizione qualche giorno all’anno? In compenso è nostra responsabilità assicurarci che ci sia qualcuno – che sia o meno un professionista – che si prenda cura dei nostri genitori.

Come fare a non reiterare le attitudini negative dei nostri genitori?

Già comprendendo meglio i legami, spesso inconsci, che ci sono tra noi e i nostri genitori. E anche coscientizzando il fatto che le loro riflessioni, la loro aggressività, i loro rimproveri eccetera, possono essere il segno di una sofferenza tipo perdita del proprio ruolo sociale, delle capacità, dell’autostima… la cosa migliore è quindi ascoltarli, aiutarli a esprimere ciò che sentono; rassicurarli, valorizzarli, tentare di cambiare argomento quando si lamentano e, eventualmente, incoraggiarli a consultare qualcuno, perché questi segni possono essere sintomi di una patologia.

Come fare allora per tenere la distanza di sicurezza?

Non si deve accettare tutto, dei propri genitori, per il semplice fatto che stanno invecchiando. Tanto per cominciare, bisogna individuare le avvisaglie – quando è ancora più facile mettersi al riparo o tagliare corto – e fissarsi dei limiti, essere vigili sulle proprie emozioni, a quanto si è disposti a sopportare o meno, e dirlo al proprio genitore. Dirlo significa considerare il genitore un essere umano responsabile dei propri atti. Inoltre, bisogna tenere ben presente che siamo chiamati ad aiutarli, non a diventare genitori dei nostri genitori – per quanto questo sia difficile.

Come fare a non farsi sommergere?

Bisogna anticipare ciò che può accadere, organizzare un consiglio di famiglia per dividersi i compiti, trovare degli aiuti esterni per sé e per il proprio genitore… associandolo il più possibile alle decisioni.

Come non farsi divorare dal senso di colpa?

Quando il genitore diventa dipendente, è difficile non sentirsi in colpa. Del resto è questo che ci spinge a spenderci anche a discapito della nostra salute. È importante riconoscerlo, il senso di colpa, e sapere che cosa lo muove dentro di noi – poi prenderne distanza con una terza persona per evacuarlo. Può essere un membro della famiglia o un medico, o ancora un gruppo di mutuo aiuto, o – perché no? – uno psicologo. L’aiuto per chi aiuta è una cosa fondamentale per l’avvenire.

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio]

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