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La vera storia della “foto coi buddisti” di padre Sosa, tra focolarini e riti cinesi

Giovanni Marcotullio - Aleteia Italia - pubblicato il 27/07/17

Come si comporta oggi il cristianesimo dove è conclamata minoranza di fronte non al secolarismo ma ad altre religioni, che magari non sono “positive” anche se si rifanno a fondatori storici?

La situazione è per forza diversa da Paese a Paese, oltre a variare di religione in religione: il caso dell’Islam è buono per esemplificare – vi sono i Paesi che hanno la sharía come legge fondamentale ed altri, come l’Indonesia, che pur essendo a maggioranza largamente musulmana sono tradizionalmente molto tolleranti.

Per quanto riguarda invece le tradizioni asiatiche, il buddismo è in genere molto tollerante, anche se ci sono situazioni in cui la tendenza violenta e fondamentalista delle persone prevale sul genuino portato religioso; l’induismo pure è solitamente tollerante, con varie deprecabili eccezioni… la situazione è complessa. In genere diremmo che nei Paesi di tradizioni spirituali dell’Asia la tolleranza reciproca sia la norma.

Lei conosce per esperienza personale il Giappone, ma è stato anche in Cambogia?

No, non ci sono stato quindi non conosco il posto per esperienza diretta, anche se ho alcuni contatti: il Paese è di forte tradizione buddista, maggioritaria, come in tutta l’Indocina. C’è un cristianesimo dialogante, e che va alla ricerca dei Semi del Verbo – come diceva Giustino e come ha ricordato il Concilio – e di ciò che ha precorso Gesù e l’annuncio del suo Vangelo.

Benissimo, ma torniamo quindi al Giappone cristiano, che l’anno scorso è tornato alla ribalta della scena mondiale con Silence – film capace di aprire un acceso dibattito – dove pure si parla di missioni gesuitiche: che impressione le ha fatto?

Intanto, come film, un grande film. Una metafora non soltanto della situazione giapponese e non soltanto la descrizione storica (molto ben fatta, tra l’altro, di quel momento del Giappone, della persecuzione sistematica del cristianesimo), ma mi pare metafora dell’uomo attuale, dell’uomo occidentale ma anche dell’attuale società giapponese. In che senso? Nel senso che il film lascia intravedere questa difficoltà di fondo radicata di capire le categorie cristiane. Le categorie di un Dio che può essere amore e allo stesso tempo permettere tanta sofferenza; di questo Dio che tace, come dice il titolo del romanzo di Shūsaku Endō, ispirazione del film.

Insomma penso che sia, dal punto di vista artistico, cinematografico, un eccellente film. Anche dal punto di vista della riflessione su Dio – il Dio creatore, il Dio provvidente, il Dio personale… – riflette bene le difficoltà dell’annuncio evangelico in certi contesti.

E qual è stato (qual è) lo stile dei gesuiti nel Sol Levante?

È uno stile rispettoso: loro dall’arrivo di Francesco Saverio (1549) hanno portato un tipo di annuncio che cercava di capire la cultura locale, di entrare attraverso i meccanismi di comprensione della mentalità del posto e poi dopo hanno avuto questa lunga esperienza di persecuzione, insieme ad altre congregazioni missionarie. Per quanto riguarda il Giappone contemporaneo, a partire dall’epoca Meiji, alla fine dell’Ottocento c’è stata un’impostazione chiara, simile a quella che c’era stata con Matteo Ricci in Cina. Penetrare attraverso la cultura. Per esempio, la fondazione dell’università Sophia a Tokio, ormai avvenuta quasi un secolo fa, è un tentativo in tale direzione. Solo pochissimi tra gli studenti dell’università sono cristiani, ma quest’opera in quel contesto dà un messaggio molto incisivo , che dà autorevolezza alla missione cristiana svolta dalle parrocchie e da altre istituzioni cattoliche.

Mi sembra che questo sforzo di penetrare nella cultura e conoscere i semi evangelici nella tradizione religiosa e spirituale locale sia conforme al dettame evangelico e alla missiologia della Chiesa. E poi dopo, a un certo punto, passare oculatamente all’annuncio esplicito di Gesù e del suo Vangelo, che può portare al desiderio di diventare cristiani. Questo richiede tempo: è un dialogo che si apre anche alla conversione, ma che già in sé stesso sa mostrare l’amore di Dio.

Il caso delle critiche a Sosa mi ha ricordato un po’ la vicenda dei Riti Cinesi: è destino della Compagnia quello di essere attaccato su certe aperture missionarie?

Non ho letto molto, in merito, ma per quanto comprendo penso di poter dire che certe critiche siano totalmente prive di fondamento, e mi spiego: riconoscere l’azione dello Spirito in qualsiasi tradizione spirituale autentica fa parte dello stile cristiano di evangelizzare. Non soltanto come strategia per entrare…

…ci mancherebbe: anche la Dominus Iesus riconosce che c’è un’economia dello Spirito fuori dai confini visibili della Chiesa…

…esatto: questo è già Magistero della Chiesa, quindi non si tratta di un sincretismo semplicistico, ma di vedere al di là dei confini visibili della Chiesa per constatare che lo Spirito del Risorto arriva ovunque. E come dice la Lumen Gentium, «per il mistero dell’incarnazione il Figlio di Dio si è in un certo modo unito ad ogni uomo». E si riceve tanto: io mi sento in debito con tanti fratelli buddisti perché mi ha aiutato e mi aiuta tutto quello che riguarda una sana interiorizzazione, un mettere ordine tra pensieri, sentimenti, emozioni… penso che il grande contributo della tradizione buddista sia questo. E ciò non esclude l’accoglienza piena e gioiosa dell’annuncio dell’incarnazione di Dio nella persona di Gesù Cristo.

No, ma infatti abbiamo visto che lo stesso Padre Sosa, nei discorsi ufficiali riportati, dice: «Ci piace parlare della missione gesuitica tra noi collaboratori, ma vogliamo ricordare che la nostra missione non è la nostra, ma è la missione di Cristo, e che anche noi gesuiti siamo collaboratori in questa missione». Quindi non mi pare che sia stato sincretista o altro…

Proprio così. Certamente noi portiamo un annuncio esplicito di Cristo: rendiamo possibile la presenza visibile della Chiesa, ma Cristo è già lì. Abbiamo l’incontro tra culture e tra persone che in qualche modo sono già unite a Cristo e che danno la vita… e che ci danno anche loro Cristo, sebbene in un altro modo. Per cui anche noi riceviamo, e il nostro cristianesimo viene arricchito dal contatto con fedeli di altre religioni che sinceramente, autenticamente vivono secondo la loro tradizione.

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Tags:
buddismodialogo interreligiosogesuitipolemizzare
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