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I martiri copti di Minya: i toccanti racconti dei loro ultimi istanti

Roger Anis / DPA
Egyptian men show empty cartridge cases in ∑Deir El-Garnouse, near Al-Minya, Egypt, 27 May 2017. 28 coptic Christians died when fighters of the terror militia group Islamic State, or Daesh opened fire on their bus. Photo: Roger Anis/dpa
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Tre giorni dopo il massacro perpetrato dallo Stato islamico contro dei pellegrini cristiani egiziani, diversi racconti attestano la loro mirabile fine. Le vittime hanno rifiutato, tutte, di fare apostasia – ciò che i loro aguzzini proponevano per lasciar loro salva la vita

In occasione della festa dell’Ascensione si recavano in bus al monastero di san Samuele, situato a 200 km a sud del Cairo: decine di pellegrini copti sono caduti, venerdì scorso, in un’imboscata sanguinosa tesa dall’Isis. Il bilancio è terribile: almeno 29 morti, caduti sotto i proiettili dei terroristi, e 25 feriti. Si tratta dell’ultimo attentato anticristiano di una ormai lunga serie. All’inizio di aprile, 45 fedeli copti erano morti negli attacchi suicidi indirizzati contro due chiese.

Nel caso dell’attacco di Minya, secondo più testimonianze concordanti, tutto sembra indicare che i copti egiziani assassinati venerdì, tra cui numerosi bambini, sono morti da martiri della fede in senso stretto. Dopo aver derubato i pellegrini del loro denaro, dei loro gioielli e di altri oggetti di valore, gli assassini li avrebbero letteralmente incitati a fare apostasia e a pronunciare la professione di fede islamica: la chahada. I prigionieri, inginocchiati, avrebbero rifiutato categoricamente. Sarebbero stati allora immediatamente abbattuti con una palla di piombo nella nuca, nella testa, nella gola o al petto.

Il quotidiano Libération, nella sua edizione di ieri, pubblica il toccante reportage del suo inviato speciale nel villaggio di Nazlet, che piange sette vittime:

«Una decina di uomini mascherati e armati ci hanno tagliato la strada. Ci hanno chiesto di rinunciare a Dio. Abbiamo detto di no, che non se ne parlava. Allora è cominciato il massacro», racconta una delle donne in lutto.

Padre Pernaba Fawzi Hanine, che ha in cura la parrocchia di Nazlet, non esita ad usare il termine “martiri”:

Dobbiamo essere fieri dei nostri morti. Nessuno tra loro ha rinnegato Dio. Sono morti da credenti. Sono i nostri martiri.

Il corrispondente dell’Agenzia France Presse ha raccolto testimonianze analoghe in un aggiornamento pubblicato domenica:

«Hanno fatto scendere gli uomini dal pullman, hanno preso le loro carte di identità e l’oro che avevano addosso, le fedi e gli altri anelli». Poi «hanno chiesto loro di pronunciare la professione di fede islamica», riferisce Maher Tawfik, un uomo venuto dal Cairo a Bani Mazar, nella provincia di Minya, a sostenere la propria parrocchia nel momento del dolore.

Padre Rashed, come il suo confratello di Nazlet, sottolinea anche lui l’eroismo e la fedeltà delle vittime:

«Hanno chiesto loro di rinnegare la fede cristiana, uno a uno, ma tutti hanno rifiutato», ha raccontato il prete.

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