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Perché non partecipiamo al linciaggio mediatico di Flavio Insinna

Flavio Insinna

Luca Bruno | AP

Giovanni Marcotullio - Aleteia Italia - pubblicato il 26/05/17

Una ceretta per la “carità pelosa”

Anni fa – quando già non vivevo più dai miei ma per alcuni periodi all’anno tornavo a stare qualche tempo a casa loro – mio padre rientrò a casa visibilmente innervosito, una sera, e dopo appena uno scambio di battute con mia madre e me (scambio nient’affatto teso: si trattava di qualche commissione da fare o cose così), egli esplose in un’esclamazione che ci lasciò di sale. Era una breve frase che, in poche parole, pareva liquidare l’intero valore della sua vita.

A ripensarci mi vergogno molto della mia reazione (ché già non avevo più gli anni dell’adolescenza, in cui l’idiozia è un vizio passeggero): scattai in piedi con la voce rotta dal nervoso e, quasi piangendo dalla rabbia, gli urlai che così facendo ci stava insultando tutti. Che imbecille (io)!

L’aneddoto mi torna alla mente perché anche mio padre – come Flavio Insinna – è noto a tutti quelli che lo conoscono come persona mite e piacevole, incline alla facezia e di buona compagnia. Ma io mi ero sentito ingiustamente maltrattato da lui. E poco importava che non sapessi niente della sua giornata prima di quell’istante: io mi ero sentito ingiustamente maltrattato da lui, e non mi pareva ci fosse altro da dire. Qualche giorno dopo andai a trovare il mio padre spirituale e – con quel sussiego meditabondo e contrito, quasi dolorante per la finzione della profondità che subconsciamente volevo illudermi di significare – gli raccontai il fatto. Oh, come lo dicevo bene: già pensavo a quanti nei secoli avrebbero trascritto l’apologo nelle mie agiografie – che ragazzo sensibile, io! – e credo di aver studiatamente inchinato la testa di lato, come in una brutta oleografia ottocentesca, mentre “mi confessavo (i peccati degli altri)”.

Fortuna che il mio padre spirituale è un sant’uomo per davvero… mi ascoltò con attenzione mentre lo sguardo trafiggeva le volute di fumo della pipa per non staccarsi da me. Quando ebbi finito il mio melodrammatico spettacolino privato, il gesuita si tolse la pipa dalla bocca e sentenziò il verdetto:

Tu hai gravemente mancato di carità verso tuo padre.

Così: secco. Inappellabile. Rimasi gelato come se in una mattina di agosto al mare fossi stato investito da una raffica di tramontana triestina. Però aveva ragione lui, e con quello strappo brutale passava la ceretta alla mia carità pelosa:

Si sa che la gente dà buoni consigli,
sentendosi come Gesù nel tempio;
si sa che la gente dà buoni consigli,
se non può più dare il cattivo esempio.

E io, che all’epoca non ero padre, non ero marito, non avevo particolari responsabilità e soprattutto ero abituato a dedurre le persone a partire dalle idee, non riuscivo neppure a immaginare che giornata potesse aver avuto mio padre fino al momento in cui è esploso, sfogandosi col dire cose che non pensava. Era quasi scontato che la vedessi così, non potendolo ancora dare, il cattivo esempio.

Penso pure che i tanti che hanno augurato a Insinna di “morire di fame” parlano così perché non lo potranno mai dare, il cattivo esempio: non credo che nelle panetterie e nei bar d’Italia si allevino queste grandi fucine di conduttori di punta dell’ammiraglia Rai. «E le regine del tua culpa – cantava mestamente De André – affollarono i parrucchieri». E se anche lì vi fosse qualcuno, invece, che un domani o già oggi si troverà a gestire la pressione di trecento puntate all’anno di una trasmissione nazionale in prima serata su Rai1 (roba da Ventimila leghe sotto i mari), quel qualcuno invece comprenderà Flavio esattamente come il mio padre spirituale – che non per nulla è padre – capiva benissimo mio padre. E svelava l’ipocrisia del mio moralismo da quattro soldi, tanto più odioso quanto più smaltato da velleità agiografiche.

L’opera dell’inferno – diceva Chesterton – è tutta spirituale;

inoltre aveva ragione Elsa Morante a osservare che

la più grande frase d’amore che si possa dire è “hai mangiato?”.

Nella pubblica e oscena lapidazione mediatica di Flavio Insinna – che ha superato di misura l’inqualificabile performance fuori onda del conduttore – troviamo lo specchio di un’italiuccia pusillanime e piccolo-borghese, che risponderebbe – se le chiedessimo del suo essersi mai domandata se Flavio Insinna “abbia mangiato”, quella sera – «Eh, però i soldi li prende! E quanti!»

E allora avanti un altro – cantava dolorante Ligabue –: «Eh… con quello che guadagni, stai muto!»
Avanti pure un altro: «Con quello che guadagni, sorridi nella foto!»

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invidiamaldicenzapeccatopeccatoripentimento
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