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Perché vengono raccontate due «ascensioni» di Gesù?

© Tupungato / Shutterstock

Dimensione Speranza - pubblicato il 25/05/17

Nel celebre inno della Lettera ai Filippesi ­del quale si riconosce generalmente il carattere tradizionale – è detto di Cristo che «umiliò se stesso» e «per questo Dio lo esaltò» (Fil 2,8s). Con qualche leggera differenza terminologica, lo stesso si legge nelle lettere agli Efesini (E! 4,8-10) e a Timoteo (l Tm 3,16).[ii]

Ma soprattutto il quarto evangelista ama parlare della glorificazione di Gesù in termini di «innalzamento» o elevazione o ascensione al cielo. Tra i diversi passi, basti citare Gv 3,14: «…come Mosè innalzò il serpente nel deserto, co­sì bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo», ove il verbo «innalzare» può essere riferito sia alla crocifissione sia alla esaltazione nella gloria (cf 8,28; 12,32-34; v. anche 20,17).

Si può pertanto parlare di un duplice schema o linguaggio relativo alla risur­rezione di Gesù: uno che esprime l’evento come passaggio dalla morte (e al giacere del cadavere in posizione orizzontale) alla vita (e alla postura vertica­le del vivente); l’altro che esprime il medesimo evento come passaggio dalla situazione umana, terrestre (quaggiù) alla situazione divina, celeste (lassù). Dunque, risurrezione ed esaltazione non sono per sé due avvenimenti conse­cutivi, ma due modalità complementari di descrivere il medesimo evento, che è anche «mistero», in quanto supera l’esperienza e la possibilità di una de­scrizione empirica. Risorgendo, Gesù è entrato nella sfera del divino, nella «gloria». Questo è meglio suggerito dal linguaggio dell’innalzamento, della esaltazione, della «ascensione».

3. Modelli biblici

Leggendo il testo di At 1,9-11 l’attenzione è colpita da alcuni dettagli: il cielo, la nube, i due personaggi dalle vesti bianche … Il fatto stesso dell’innalza­mento e del rapimento di Gesù, che un nuvola sottrae allo sguardo intento de­gli Undici, richiama alcuni episodi, si direbbero «leggende», narrate dalla Bibbia: quella di Enoc, il quale «camminò con Dio e non fu più perché Dio l’aveva preso» (Gn 5,24; cf Sir 44,16; 49,14: «fu rapito dalla terra»); quella di Elia, che fu «assunto in un turbine di fuoco, su un carro di cavalli ai fuoco» (Sir 48,9), mentre Eliseo «gridava: “Padre mio, padre mio, cocchio di Israele e suo cocchiere”». Il racconto continua: «E non lo vide più» (2 Re 2,12). Nel­la tradizione giudaica si parla ancora del rapimento o assunzione di Mosè, Baruch, Esdra, né mancano paralleli ellenistici.[iii]

Nella «geografia» simbolica della Bibbia – e non solamente della Bibbia – il cielo è il luogo della divinità, mentre la nube è un segno classico della sua presenza nascosta (cf Es 13,21s; Dn 7,13); gli angeli, a loro volta, compaiono come interpreti di eventi o di visioni apocalittiche (cf Ez 40,3ss; Dn 8,15ss).

Questi confronti permettono d’intuire che la descrizione lucana va intesa se­condo un codice convenzionale: Gesù passa dal mondo degli uomini al mon­do di Dio. L’evento, preparato dal dialogo con i discepoli dei versetti prece­denti, è ulteriormente commentato dal «due uomini in bianche vesti» che si rivolgono agli «uomini di Galilea».

4. Fu elevato in alto

Leggiamo ora con attenzione i vv. 9-11 del l° capitolo degli Atti. Al termine dei «quaranta giorni», dunque dieci giorni prima del «cinquantesimo», ossia della Pentecoste (At 2,1), in quella che si suppone l’ultima delle apparizioni di Gesù risorto, preparato da un ultimo dialogo (1,6-8), accade il fatto che fa da spartiacque tra la presenza di Cristo sulla terra e la sua definitiva appartenen­za al mondo di Dio, tra il tempo di Gesù (il Gesù della storia) e il tempo del­la Chiesa. Il v. 12 (v. anche il parallelo di Lc 24,50) consente di localizzare l’evento sul monte degli Ulivi.[iv]

Dopo le ultime parole (« … mi sarete testimoni … »), Gesù «fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi». Il movimento ascendente è sottolineato con insistenza in ciò che segue: «mentre egli se ne andava» (v. l0); «assunto in cielo» (v. 11; v. anche At 1,2: «fu assunto in cielo», e Lc 24,51: «fu portato verso il cielo»). L’immagine è quella di un movimento fisico graduale, come nel “rapimento” della tradizione biblico-giudaica; il passivo suggerisce l’a­zione di Dio (il “passivo divino” del greco biblico). La nube, elemento teofa­nico, segna il passaggio alla sfera celeste; essa appartiene anche alla coreo­grafia del ritorno glorioso (cf Lc 21,27), che accadrà «allo stesso modo», co­me diranno i due personaggi (v. 11). I discepoli sono testimoni diretti del fat­to, che si svolge «sotto i loro occhi»: ciò corrisponde al tema dei discepoli «testimoni» della risurrezione di Gesù (cf At 2,32 ecc.).

Gli angeli sono già comparsi al sepolcro (cf Lc 24,4ss), con il medesimo ruo­lo: interpretare l’evento. La parola di Dio, recata dai suoi messaggeri, mani­festa il significato dell’esperienza straordinaria di cui gli Undici sono spetta­tori. Il messaggio ovviamente è anche rivolto al lettore. Il rimprovero («Uo­mini di Galilea, perché … ?») suppone un errore, un atteggiamento non ade­guato (v. già Lc 24,5.25; At 1,7). «I discepoli – commenta lo Schneider – non devono attendere con le mani in mano e stare a guardare il cielo, speculando sulla parusia e sul tempo in cui verrà, ma dedicarsi piuttosto alla testimonian­za del risorto, secondo le ultime parole di Gesù».[v]

«Questo Gesù … ritornerà un giorno allo stesso modo … ». La prospettiva della Parusia non è esclusa; anzi il suo necessario fondamento sta precisamente nella esaltazione di Gesù alla destra di Dio (cf Lc 22,69). Cristo ritornerà «al­lo stesso modo», ossia «con potenza e gloria grande» (Lc 21,27), per salvare i suoi (cf Lc 21,28) e attuare l’attesa restaurazione (At 3,21) non solamente a favore di Israele (cf At 1,6), ma dell’universo («di tutte le cose»: l’universalità della salvezza è sottolineata dalla citazione di Gn 22,18 in At 3,25).

5. Due «ascensioni»?

Come spiegare il doppione di Lc 24,50-53?

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Tags:
ascensionevangelo
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