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5 storie di risurrezione raccontate da un missionario in Sud America

© mbolina / Shutterstock

Gelsomino Del Guercio - pubblicato il 31/03/17

La lotta contro il tumore, il pentimento dopo la violenza contro la moglie, la grande fuga verso Lima. Tutte vicende con lo sguardo rivolto a Gesù

Storie di risurrezione che si specchiano negli insegnamenti del Vangelo. In “Ri-sorgere” (Ancora editrice)don Roberto Seregni racconta con passione alcune vicende che gli sono capitate da quando è missionario in Perù.

Cosa hanno in comune queste vicende? La speranza che attraverso l’incontro con Gesù possano volgere verso un esito positivo.

REBECA E LUIS

«Ripenso agli occhi luminosi di Rebeca – spiega don Roberto – che contro tutto e tutti ha deciso di ricevere il battesimo cattolico. La sua serena determinazione è un piccolo miracolo, fiorito nel deserto dell’indifferenza».

«Ripenso a Luis – prosegue il sacerdote – che ogni sabato sera si ubriacava e picchiava sua moglie, dopo aver rinchiuso i figli nello sgabuzzino. È arrivato piangendo alla parrocchia dopo essersi accorto che la moglie e i figli sono ritornati sulle Ande e lo hanno lasciato solo con i suoi debiti».

«Ripenso – sottolinea – ai tanti compagni di viaggio che hanno dato carne e fatto vibrare la presenza di Gesù nella mia vita. Più di una volta mi sono reso conto che il missionario non è solo uno che deve annunciare Gesù, ma soprattutto uno che deve imparare a riconoscerlo».

GLI OCCHI DI ROSA

Rosa è una bella ragazza di ventinove anni, con due figli, che vive in una casetta di legno e cartone a mezz’ora di jeep da Carabayllo. L’anno scorso Rosa scoprì di avere un tumore all’utero. All’ospedale statale le fissarono un esame più approfondito. Tempo di attesa: tredici mesi. Rosa non aveva alternative: aspettare e sperare che il tumore non la divorasse prima della biopsia.

Don Roberto va a trovarla insieme a Milagros, l’assistente sociale della parrocchiale. Rosa è disperata. Si siedono su un divano e racconta la sua odissea.

«Dopo un’ora di conversazione, Rosa accetta di sottoporsi a una nuova visita al policlinico parrocchiale. Forse il tumore è davvero maligno, forse dovrà iniziare la chemioterapia, forse dovrà operarsi. Forse. Ma negli occhi di Rosa brilla una piccola luce, un frammento di dignità ritrovata, un piccola scintilla di speranza».

«Ci salutiamo all’ombra di un banano, Rosa mi abbraccia e mi sussurra: “Grazie padre, ora so che non sono più sola…”». Ora sa che è «nel Rabbì di Nazareth che possono trovare il loro principale alleato» per ricominciare a sperare.

IL CORAGGIO DI FELICITA

Felicita ha ottantadue anni e tre denti. Vive in una casa con il tetto basso, le pareti di vari colori sgargianti e, al posto delle porte, ha delle tende fatte con cartelloni pubblicitari riciclati. Felicita ha passato tutta la sua vita vendendo pesce al mercato e crescendo sette figli.

Diciassette anni fa, tornando a casa dopo una giornata di lavoro iniziata all’alba, trovò davanti alla porta una coperta arrotolata. Al suo interno c’era una bimba di pochi giorni. Felicita la raccolse, la abbracciò, la lavò, corse dalla giovane vicina che stava allattando il suo primogenito e le chiese che spillasse un po’ di latte per quell’angioletto caduto sul suo zerbino.

Poi scoprì che la bimba era figlia della giovanissima convivente di uno dei suoi figli. Sua mamma l’aveva abbandonata perché al momento del parto i dottori le avevano detto che la bimba aveva seri problemi di salute. L’aveva abbandonata ed era scappata in Argentina.

La bimba si chiamava Stefany e aveva una paralisi celebrale. Ora ha diciassette anni e da quel giorno dorme nel letto di Felicita. Stefany non parla, ma gli occhioni neri e il suo sorriso svelano la bellezza del suo cuore.

A don Roberto, Felicita dice di essersi sposata prima di aver compiuto tredici anni. La sua famiglia era molto povera e l’arrivo di vari fratellini costrinse il padre a dare in matrimonio la primogenita a un vicino di casa, in cambio di un buon terreno da coltivare.

«Felicita sorride – ricorda il missionario – mentre mi racconta che quando suo padre le comunicò la data del matrimonio pianse per un numero incalcolabile di giorni. Il suo sguardo sembra perdere contatto con la realtà quando mi racconta che guardò per la prima volta gli occhi di suo marito dopo cinque mesi di matrimonio. Felicita vide in quegli occhi qualcosa che le fece intuire che quell’uomo non era il suo carceriere e, giorno dopo giorno, imparò ad amarlo. Felicita seppe ricredersi, si concesse il rischio di guardare quell’uomo con altri occhi, provò a cercare sotto i folti baffi neri un sorriso che potesse darle l’audacia di iniziare a costruire la sua vita».

L’USCITA DALLA NOTTE

Una storia di speranza è quella che Don Roberto scopre nel cuore di una notte peruviana. «Mentre ritorno verso Carabayllo, contemplo la distesa infinita e geometrica delle recenti urbanizzazioni che stanno invadendo le ultime strisce di terra libera dell’estrema periferia nord di Lima. Il flusso di intere famiglie che abbandonano le province per migrare verso la capitale è costante e inarrestabile. E anche la nostra parrocchia cresce a vista d’occhio accogliendo esodi personali e famigliari».

In pochi istanti, come capita a questa latitudine, si fa buio. Il tramonto è intenso, ma brevissimo. «Parcheggio la jeep piena di fango e polvere nel grande spiazzo sterrato della parrocchia».

Il silenzio della notte «mi avvolge e penso a un’altra notte, quella di Nicodemo e al suo incontro con il Rabbì di Nazareth. Da tempo sto meditando su questo intensissimo brano del quarto Vangelo. Ogni volta che lo leggo – e mi lascio leggere – mi sembra di scorgere qualcosa di nuovo, qualcosa che mi costringe a puntare lo sguardo sempre più lontano».

«Il Nicodemo del Vangelo e il Nicodemo che c’è dentro ciascuno di noi – conclude Don Roberto – proviamo a lasciarci mettere in discussione da Gesù per uscire dalla notte, rinascere e camminare nella luce».

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