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8 consigli per avviare una Pastorale Digitale efficace in ogni Diocesi

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Sono i suggerimenti del sacerdote 2.0 Don Alessandro Palermo. «Se un prete resta fuori da questa logica, vive fuori dal mondo»

Un libro sul legame tra Chiesa e comunicazione, la necessità degli Uffici diocesani per le comunicazioni e come bisogna progettare la comunicazione della Chiesa. In particolare parla di cosa pensa la Chiesa riguardo i social network e la pastorale digitale, come attivarla e perché.

“La Chiesa mediale. Sfide, strutture, prassi per la comunicazione digitale” (edizioni Paoline) di Don Alessandro Palermo vuole rispondere ad un limite che oggi si manifesta in molte realtà ecclesiali: una comunicazione 2.0 o intensa ancora con le logiche dell’1.0 (ci si ferma solo al sito web).

E allora Don Alessandro prova a offrire delle linee guida per una “Pastorale digitale” – o meglio come la definisce lui “mediale” perché «ognuno di noi è un ormai un media che quotidianamente pubblica qualcosa con e nei propri social media», che risulti concreta e sopratutto efficace.

1) GLI UFFICI DIOCESANI

Secondo la norma 190 del Direttorio Generale per la Catechesi «l’Ufficio diocesano per le comunicazioni sociali deve «formalmente ed effettivamente costituito in ogni diocesi al pari degli altri uffici diocesani, con un direttore ed eventuali collaboratori, un proprio statuto e un regolamento che ne definisca compiti, responsabilità e modalità di funzionamento».

In realtà le attività di comunicazione pastorale (e digitale) sono quasi assenti in molte diocesi. Forse perchè gli Uffici non hanno ancora avviato una progettazione pastorale che tenga conto di una pastorale della comunicazione. Ci si ferma spesso al solo giornale della diocesi.

E’ importante che ci sia, ma oggi occorre assumere anche una logica e una struttura digitale, in particolare gli Uffici per le comunicazioni devono rifondersi a partire dallo scenario digitale puntando e investendo sui social media.

2) L’ORGANIZZAZIONE

Fondamentale è il ruolo del direttore, nominato dall’Ordinario del luogo e può svolgere anche l’incarico di portavoce ufficiale dello stesso presule. 

Al direttore vengono richieste alcune caratteristiche «pastorali». Innanzitutto deve mostrare una sensibilità ecclesiale e un interesse all’ambiente sociale e culturale; una competenza professionale e pastorale riguardo ai processi comunicativi e culturali; una formazione teologico-pastorale, oggi capacità ritenute essenziali per l’intera azione ecclesiale.

Poi, data la crescente complessità che la cultura e la comunicazione registrano nella contemporaneità, un lavoro in équipe diventa necessario per un processo comunicativo efficiente ed efficace. A tal proposito, la CEI ritiene che l’Ufficio diocesano per le comunicazioni debba essere strutturato sinergicamente; dove con sinergia si intende la convergenza delle capacità possedute dai membri dell’équipe.

L’Ufficio, inoltre, può avvalersi della collaborazione di una consulta o di una commissione diocesana per le comunicazioni

3) COORDINAMENTO DEI VARI MEDIA

Per un’efficace pastorale della comunicazione è opportuno che venga messa in atto, da parte degli altri uffici pastorali e delle parrocchie, una comune missione comunicativa. «Spetta all’Ufficio coordinare, in un piano comune, i media ecclesiali presenti in diocesi, promuovendo ogni sinergia possibile», al fine di realizzare, all’interno della comunità, un’unica azione comunicativa.

Il coordinamento dei vari media (bollettini e giornali parrocchiali, siti, social network, App e altro) è un’esigenza non solo per la pastorale del- la comunicazione, ma per la comunicazione interna ed esterna della stessa diocesi.

4) PROGETTARE LA COMUNICAZIONE

E’ fondamentale progettare la comunicazione ecclesiale. Non serve improvvisare, occorre intessere una rete con tutte le iniziative di comunicazione 2.0.

L’Ufficio diocesano per le comunicazioni dovrà impiantare una pastorale della comunicazione che sia, allora, uno speciale ambiente pastorale (con un’attenzione particolare ai media) e, contemporaneamente, un fattore dell’ambiente pastorale (di catechesi, liturgia e carità), con un riferimento diretto all’intero ambito culturale.

Questa è l’era dei social network, attraverso i quali la rete è luogo di condivisione, di interazione e di contenuti creati dagli utenti. Dunque, per la pastorale della comunicazione non basta avere una pagina web, è necessario aprirsi alle nuove piattaforme di condivisione.


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5) CONTATTO UMANO

Va detto, allo stesso tempo, che la pastorale mediale non è messaggistica religiosa sui social network. Non è un ambone virtuale dove si predica il Vangelo. Prima di tutto deve consentire di entrare in contatto con la persona che è dall’altra parte dello schermo. Il contatto è digitale ma comunque reale. E senza rapporto umano non ci può essere pastorale.

Ricollocare, quindi, al centro la persona, con i suoi bisogni e le sue capacità, permetterà all’Ufficio diocesano di elaborare progetti di comunicazione per una pastorale che, pur tenendo conto dei media, avrà costantemente a che fare con la persona. Quindi non una semplice pastorale «con» o «nei» media, ma un’azione mediale – una pastorale mediale –, ovvero rivolta all’uomo e precisamente alla sua intenzionalità e ai suoi bisogni che necessitano di essere educati.

6) CONDIVIDERE I GIUSTI CONTENUTI

La condivisione dei contenuti è strategica. Le persone a cui ci rivolgiamo non vanno solo bersagliate quantitativamente di contenuti, ma bisogna fare una cernita di essi. Non devo condividere solo il versetto del Vangelo ma la logica del Vangelo, attraverso una foto, un pensiero, un’attività. Il social deve essere funzionale a questo obiettivo. 

E allora bisogna Inventarsi cose nuove. E’ più efficace mandare un messaggio che crei tu, anziché condividere link di pagine fatte da altri.

7) SOCIAL MEDIA SPECIALIST

Ecco perché negli Uffici Diocesani sono necessari degli esperti che sappiano gestire nel modo corretto i contenuti delle pagine facebook, ma che sappiano veicolare contenuti efficaci anche per gli altri social network a cui “legare” la parrocchia. Un’azione pastorale incisiva si muove anche sapendo come animare la viralità a seconda delle dinamiche e dei linguaggi di ogni social. 

8) I MEDIA SIAMO NOI

La logica che sottende questo percorso è che i social media non sono strumenti. Noi siamo “media”, perché sono il riflesso delle nostre intenzioni, sono luoghi di memoria, dove lasciamo continue tracce. Il problema dei media è un problema umano. La Chiesa deve impegnarsi ad incontrare le persone. E se l’uomo è mediale, anche la chiesa deve essere mediale. È impensabile che oggi un prete sia fuori da questa logica.  

Per tale motivo nella pastora- le mediale, il destinatario «non è uno spettatore, un utente o un consumatore d’informazioni»; ogni processo comunicativo dovrà configurarsi come ascolto dell’altro. Di conseguenza, «l’accesso alle reti digitali comporta una responsabilità per l’altro che non vediamo, ma è reale: ha la sua dignità che va rispettata.

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