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Papa Francesco: “Si digiuna aiutando il prossimo, non continuando le ingiustizie”

© Antoine Mekary / ALETEIA


Pope Francis leads his weekly general audience in St. Peter's Square in Vatican City, October 26, 2016. © Antoine Mekary / ALETEIA

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Il pontefice a Santa Marta parla della penitenza: no alla «tangente della vanità, del farci vedere»; «pensiamo a uno che, dopo una cena da 200 euro, vede un affamato e lo ignora»

Oggi, primo venerdì di Quaresima, le Letture parlano della penitenza «che noi siamo invitati a fare in questo tempo» per avvicinarsi a Dio. Il digiuno, che però è vero e autentico se significa soccorrere il prossimo, mentre è falso e ipocrita se mischia la religiosità con le ingiustizie e le «tangenti della vanità». Lo afferma papa Francesco nella Messa di questa mattina, 3 marzo 2017, a Casa Santa Marta, come riferisce Radio Vaticana.

Nel Salmo odierno si legge che il Signore apprezza «il cuore penitente, il cuore che si sente peccatore e sa di essere peccatore». Nella Prima Lettura, dal Libro del Profeta Isaia, Dio sgrida la falsa religiosità degli ipocriti che digiunano mentre continuano a curare i propri affari deplorevoli, opprimendo gli operai e litigando «colpendo con pugni iniqui». In pratica, compiono penitenza mentre fanno «affari sporchi».

Ecco, Dio invoca invece un digiuno vero, sincero, coerente. Attento al prossimo. Spiega il Pontefice: «L’altro è il digiuno “ipocrita” – è la parola che usa tanto Gesù – è un digiuno per farsi vedere o per sentirsi giusto ma nel frattempo ho fatto ingiustizie, non sono giusto, sfrutto la gente. “Ma io sono generoso, farò una bella offerta alla Chiesa” – “Ma dimmi, tu paghi il giusto alle tue domestiche? Ai tuoi dipendenti li paghi in nero? O come vuole la legge perché possano dare da mangiare ai loro figli?”».

Il Vescovo di Roma parla poi nuovamente di un episodio avvenuto subito dopo la seconda guerra mondiale al padre gesuita Pedro Arrupe, preposito generale della Compagnia di Gesù dal 1965 al 1983: quando era missionario in Giappone, un ricco uomo d’affari gli fa una donazione per la sua opera evangelizzatrice, ma con lui ci sono un fotografo e un giornalista; e la busta contiene solo 10 dollari: ecco, «questo è lo stesso che noi facciamo quando non paghiamo il giusto alla nostra gente. Noi prendiamo dalle nostre penitenze, dai nostri gesti di preghiera, di digiuno, di elemosina, prendiamo una tangente: la tangente della vanità, del farci vedere». E questa non è «autenticità, è ipocrisia. Per questo quando Gesù dice: “Quando pregate fatelo di nascosto, quando date l’elemosina non fate suonare la tromba, quando digiunate non fate i malinconici”, è lo stesso che se dicesse: “Per favore quando fate un’opera buona non prendete la tangente di quest’opera buona, è soltanto per il Padre”».

Francesco cita Isaia, laddove Dio dice agli ipocriti quale sia il vero digiuno: sono parole che paiono pronunciate «per i nostri giorni». Sottolinea il Papa: «“Non è piuttosto questo il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo? Non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo senza trascurare i tuoi parenti?”. Pensiamo a queste parole, pensiamo al nostro cuore, come noi digiuniamo, preghiamo, diamo elemosine». Inoltre, «ci aiuterà pensare cosa sente un uomo dopo una cena, che ha pagato 200 euro, per esempio, e torna a casa e vede uno affamato e non lo guarda e continua a camminare. Ci farà bene pensare quello».

 

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE

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