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Cristiani in Medio Oriente, si allunga la lista degli “aspiranti protettori”

Vatican Insider - pubblicato il 21/02/17

Si allunga la lista degli aspiranti “protettori dei cristiani”. L’ultima ad aggiungersi alla serie è Marine Le Pen, candidata del Front National alle presidenziali francesi, che nella breve visita in Libano, appena conclusa, ha calibrato con precisione parole e gesti per riproporsi sulla scena elettorale anche come paladina delle comunità cristiane in Medio Oriente.  

Nei due giorni trascorsi nell’ex protettorato francese, la candidata dell’ultradestra all’Eliseo ha incontrato il Presidente Michel Aoun e i leader dei principali partiti cristiani; ha fatto saltare all’ultimo istante la visita al Gran Mufti del Libano, Abdel Latif Derian, rifiutando di indossare il velo che le era stato porto per presentarsi all’incontro con l’alto rappresentante dell’islam sunnita; ha conversato amabilmente con il Patriarca maronita Béchara Boutros Raï , durante la visita resa alla sede patriarcale di Bkerkè; e dopo l’incontro con il ministro degli esteri libanese Gebran Bassil, genero di Aoun e leader del Movimento patriottico Libero, ha tratteggiato anche la “sua” ricetta per affrontare i problemi delle comunità cristiane mediorientali

Ha premesso che il primo modo di aiutare i cristiani mediorientali è quello di «annientare il radicalismo islamico», evitando nel contempo di incentivare con politiche sbagliate l’emorragia dei battezzati mediorientali dalle proprie terre. Ha citato come esempio negativo Nicolas Sarkozy, che a suo giudizio spingeva i cristiani mediorientali «a lasciare il proprio Paese e andare a vivere all’estero come profughi».  

Una prospettiva che Le Pen ha bollato come «pericolosa» per i cristiani del Medio Oriente, applicando di fatto anche a loro la politica anti-immigrazione che cavalca come cavallo di battaglia nella campagna per conquistare l’Eliseo. «Voglio che i cristiani del Medio Oriente» ha concluso la leader del Front National «vivano in pace e serenità nei loro Paesi».  

La campagna libanese ha consacrato l’ingresso ufficiale di Marine Le Pen nel club già affollato di leader politici globali e regionali impegnati a rivendicare per sé il vessillo di defensores christianorum. Rimanendo in Francia, a fine gennaio anche l’ex ministro francese dell’economia Emmanuel Macron, candidato “indipendente” alle prossime elezioni presidenziali, in un’intervista a un quotidiano libanese aveva rivendicato alla Francia il compito di «assicurare che gli interessi dei cristiani d’Oriente siano difesi», ma aveva respinto la tesi secondo cui l’unica «garanzia» per la sopravvivenza delle comunità cristiane in Siria sarebbe la permanenza al potere del Presidente siriano Bashar Assad. Le parole di Macron sono state lette come una risposta diretta ad alcune dichiarazioni di Francois Fillon, anche lui candidato all’Eliseo, che lo scorso novembre aveva indicato l’attuale regime siriano come una garanzia di sopravvivenza per le locali comunità cristiane, sostenendo che se in Siria «i sunniti arrivano al potere, per i cristiani o c’è la valigia o c’è la bara». 

In tempi recenti, la potenza che prima di altri ha rivendicato sul quadrante mediorientale il proprio ruolo di garante delle locali comunità cristiane è stata la Russia di Vladimir Putin. Lo scorso 25 gennaio, intervenendo alla 25esima edizione della Rassegna internazionale di Natale sull’educazione, in corso al Cremlino, il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov è tornato a lanciare l’allarme per le «crudeli sofferenze» inflitte alle comunità cristiane della regione, criticando l’Unione europea che «elude la discussione sui problemi dei cristiani in Medio Oriente, nascondendosi sotto la maschera famigerata del ’politicamente corretto’».  

Nei primi giorni di febbraio, una delegazione di parlamentari russi ha visitato la Siria ed ha avuto incontri anche con Capi delle Chiese e comunità monastiche locali. Durante la visita al Monastero ortodosso della Madre di Dio, a Saydnaya, l’Igumena Febronia ha fatto sapere ai politici russi che le monache della comunità pregano «per la prosperità della Russia e per la salute del Presidente russo Vladimir Putin».  

La Chiesa ortodossa russa ha sempre sostenuto l’intervento militare di Putin in Siria facendo esplicito riferimento alla necessità di difendere e proteggere anche i cristiani siriani. Il Patriarca di Mosca Kirill ha più volte definito “Guerra Santa” la lotta militare contro le forze jihadiste, suscitando anche commenti critici da parte di vescovi mediorientali: «A parlare di “Guerra Santa” – fece notare una volta l’arcivescovo siro cattolico Jacques Behnan Hindo – sono proprio i jihadisti. Se anche noi usiamo le loro stesse parole, quale è la differenza tra noi e loro? Con simili espressioni, si finisce proprio per confermare la loro ideologia sanguinaria».  

Negli ultimi tempi, oltre che guardare a Putin, alti esponenti del Patriarcato di Mosca hanno utilizzato proprio il riferimento alla necessaria mobilitazione in difesa dei cristiani mediorientali per manifestare il proprio strabordante entusiasmo nei confronti del neo-Presidente USA Donald Trump. «Se gli Stati Uniti d’America smettono di far politica in Medio Oriente come un toro in una negozio cinese» ha dichiarato in una recente intervista televisiva il Metropolita Hilarion di Volokolamsk, capo del Dipartimento per le relazioni esterne del Patriarcato di Mosca, «io spero che abbia termine il genocidio dei cristiani e di altre minoranze etniche e religiose, che in Medio Oriente si protrae da dieci anni». Nello stesso intervento, Hilarion ha anche esaltato lo spirito “religioso” della cerimonia di insediamento del nuovo Presidente USA.  

Proprio Donald Trump, lo scorso 27 gennaio, intervistato da una rete televisiva del Christian Broadcasting Network, fondato dal tele-predicatore USA Pat Robertson, aveva riconosciuto come sua «priorità» la concessione dello status legale di rifugiato alla categoria dei «cristiani perseguitati», nelle stesse ore in cui provava a varare l’ordine esecutivo di chiusura delle frontiere statunitensi ai cittadini di sette Paesi a maggioranza islamica.

Diversi aspiranti “protettori dei cristiani mediorientali” sparsi per il mondo, nonostante la discordanza in certi casi impressionante delle rispettive affiliazioni geo-politiche e culturali, quando fanno cenno alle sofferenze dalle comunità cristiane mediorientali ricorrono spesso alle stesse formule stereotipate e a dati quantitativi fasulli, messi in rete da vere e proprie centrali della disinformazione “persecuzionista” e rilanciati senza alcuna verifica, anche da rappresentanti ufficiali di istituzioni autorevoli. Un fenomeno denunciato in più occasioni da molti degli stessi cristiani mediorientali, travolti in prima persona dalle convulsioni che sconvolgono i loro Paesi. 

«Le atrocità della guerra», ha dichiarato di recente all’agenzia Fides padre Jacques Murad, monaco siriano della Comunità di Deir Mar Musa, sequestrato per cinque mesi dai jihadisti dello Stato Islamico, «hanno inflitto tormenti a tutte le comunità, a persone di tutte le confessioni. Le prime vittime del Daesh sono stati i musulmani sunniti. In questo senso, considero inappropiato affermare che è in atto un “genocidio” dei cristiani in Medio Oriente». «Sono state certo colpite le comunità cristiane che vivono in quelle terre fin dall’inizio dell’annuncio cristiano», ha fatto notare padre Jacques, «ma non è giusto e non conviene presentare i cristiani come le uniche vittime della guerra. Questo non farebbe che aumentare il settarismo».  

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