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Come mantenere la pace in mezzo all’oscurità della vita?

© Andrés Navarro García
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Mi spaventano la povertà e la vulnerabilità, e l'incertezza del cammino...

Ho bisogno di più coraggio per abbandonare tante cose che mi rendono codardo. Vorrei essere più bambino. Spesso non vedo Gesù e non confido, non credo nella vittoria. Mi fanno paura la vita e i problemi. Non vedo i suoi passi accanto ai miei. La sua carne che sostiene la mia. Io nascosto nella sua carne. Lui nella mia carne.

Vorrei andare al di là della mia fragilità e toccare Gesù. Spezzare i muri che non mi lasciano crescere. Penso a Gesù povero. Mi fa paura essere povero e debole. Mi spaventano la povertà e la vulnerabilità. Accarezzo la sua mano debole. Lui accarezza le mie mani deboli. Il suo amore nei miei confronti mi trascende.

Non sono più solo. Sta piccolo tra le mie mani. Sorge dal pane quando consacro. E sostengo la sua vita che allo stesso tempo mi sostiene. Mi vedo così fragile… Vedo la verità più profonda di Gesù in quel mistero custodito. Pronuncio in silenzio il mio “Sì”. Dico di nuovo “Sì”.

Mi fa male la mia carne malata. La mia solitudine ferita. Il mio sangue perduto. Ho paura della vita. Mi schiaccia l’incertezza del cammino. Nelle sue mani di Dio Bambino confido. Posso sostenerlo in silenzio. Posso amarlo di più, molto di più. Anche se sono spezzato. Posso. Posso dare tutto. E credere nell’impossibile.

Nel film Little boy, un padre dice al figlio fin da quando è molto piccolo: “Credi di poterlo fare? Credi che possiamo farlo?” E insieme fanno grandi cose. Voglio alzarmi così ogni mattina, e sentire da Gesù quella domanda. Posso. Sì, con te posso.

Una persona pregava: “Gesù, voglio tornare ad essere bambina. Tornare a credere. Essere innocente e pura. Allegra. Senza carico di rancori. Senza credere di sapere tutto e che la vita mi debba qualcosa. Voglio giocare e ridere delle piccole cose. Come quando ero bambina. Mi sono abituata ad essere adulta. Calcolo i miei passi. Esigo quello che non ricevo. Chiedo ciò che non ho. Non mi accontento di niente. Spero sempre di avere di più. Devo piegarmi per entrare in quella piccola porta di Betlemme. Più bambina. Più povera. Senza esigere tanto dalla vita. Soprendendomi. Meravigliandomi. Senza tanta paura delle conseguenze di tutto”.

Mi faccio eco delle parole di questa preghiera. Anch’io vorrei essere più piccolo. Per entrare meglio nella ferita del suo costato aperto. Resto in silenzio davanti alla notte.

È meglio dare la vita che tenerla per sé. Meglio rischiare che conformarmi. Posso farlo. Posso vedere se Gesù procede con me. Divento più bambino. Meno prudente. Non tengo conto dei rischi.

Mi inginocchio davanti alla carne ferita di Gesù. Mi abbasso abbastanza per entrare passando per quella piccola porta che mi apre il suo cuore di Padre. Adoro il mistero di Dio fatto carne. Il più grande mistero che sia mai esistito. Vengo ad adorare.

Voglio imparare ad essere più bambino. Voglio confidare di più. Mi fa male l’anima. La mia anima adulta. Voglio rinascere. Sembra facile ma non lo è. Tornare bambino. Lasciare i miei vestiti adulti. Lasciarli alla porta della mia anima. Per smettere di essere rigido.

Mi pesa la mia corazza. Mi fa male spezzare la mia armatura. Per aprire di più la mia anima. Voglio l’innocenza perduta. Quella che prima avevo e che ora mi manca. Voglio essere più ingenuo.

Diceva padre Josef Kentenich: “Per noi la lode più grande che ci può essere rivolta sarà dire che in noi c’è un po’ dell’ingenuità di un bambino” [1].

Il mondo non valorizza l’ingenuità né l’innocenza. Credo che solo se vivo di questa ingenuità, solo se sono bambino davanti a Dio, posso vivere in pace in mezzo all’oscurità della vita.

Devo rinascere per recuperare l’innocenza che la vita ha ferito nel profondo. Mi fa male l’anima. Voglio arrivare più in alto. Toccare cieli più alti. Voglio credere di potere, che sia possibile.

Perché Gesù cammina con me e mi sostiene. La sua mano alza le mie, e i suoi piedi danno forza ai miei passi. Mi sostengono. Mi sollevano. Fanno sì che la mia vita valga sempre la pena. Sogno di più. Sogno cose più grandi.

[1] J. Kentenich, Niños ante Dios

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

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