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Pakistan, possibile revisione della legge di blasfemia

Vatican Insider - pubblicato il 28/01/17

Sono passati trent’anni dal quel fatidico 1986, quando il generale (e dittatore) Zia-ul-Haq introdusse in Pakistan, senza alcun passaggio parlamentare, i commi (b e c) all’articolo 295 del Codice penale, manomettendo la «legge di blasfemia». I due nuovi commi punivano con la pena capitale o il carcere a vita il vilipendio al Corano o al Profeta Maometto. 

Quell’articolo 295 era eredità dalla legislazione introdotta nel 1860 dall’impero britannico e intendeva tutelare tutte le confessioni religiose. Con le aggiunte, pensate da Zia-ul-Haq per ottenere il sostegno politico dei partiti religiosi, lo si trasformò in un mezzo di difesa esclusiva dell’islam.

Ci sono voluti, in un trentennio, oltre 1300 casi registrati, centinaia di vittime innocenti (circa l’80% dei casi), quaranta condanne a morte (tra le quali la cristiana Asia Bibi), oltre 60 esecuzioni extragiudiziali (come i due fratelli cristiani Rashid e Sajid Emmanuel, il giudice Arif Iqbal Bhattl, l’avvocato Rashid Rehman, i coniugi cristiani Shama e Shahzad Masih e tanti altri) o assassini eccellenti (il governatore del Punjab Salman Taseer e il ministro cattolico Shahbaz Bhatti) perchè quella legge tornasse al centro del dibattito politico e del confronto nell’opinione pubblica e sui mass-media.

Ora, in una atmosfera di estrema cautela istituzionale, il governo di Nawaz Sharif, appartenente alla Lega musulmana del Pakistan–N, ha preparato il terreno per fermare l’abuso della legge. Se, infatti, date le pressioni dei gruppi islamici estremisti, «è impossibile per ora abrogare la normativa, si deve scoraggiare l’uso strumentale della legge, troppo spesso invocata in vendette private, in questioni nient’affatto religiose, per colpire innocenti o tenere sotto schiaffo le minoranze religiose», spiega a Vatican Insider Bernard Inayat, prete cattolico di Lahore. Anche grazie all’assenza dell’onere della prova: per essere arrestati è sufficiente un’accusa. 

La commissione per i diritti umani del Senato del Pakistan ha avviato nell’agosto 2016 una serie di incontri per discutere la questione con esperti legali, studiosi e altri organi competenti come il «Consiglio dell’ideologia islamica». E ha incontrato un sostegno politico trasversale. 

È stato ora il senatore musulmano Farhatullah Babar, rappresentante della speciale commissione del Senato, a introdurre ufficialmente nell’assise il tema della ricerca di strade per fermare l’abuso di quella legge. 

Su questo punto molte voci sono all’unisono. Interpellato da Vatican Insider, Abdul Khabir Azad, imam della moschea reale di Lahore, uno dei leader musulmani più in vista in Pakistan, notando che «la legge di blasfemia in Pakistan intende tutelare tutte le fedi», concorda sull’urgenza di «cercare insieme i mezzi per fermarne gli abusi e bloccare le distorsioni», date «le tante vittime innocenti, la maggior parte musulmane».

Anche il domenicano padre James Channan, responsabile del Peace Center a Lahore, osserva a Vatican Insider: «La legge ha causato immani sofferenze e morte di innocenti. La politica e la società pakistana abbiano un sussulto di etica e di responsabilità. Cambiare quella legge è essenziale per la giustizia e lo stato di diritto nella nazione». 

Il focus è sui possibili cambiamenti procedurali da introdurre con appositi emendamenti. Tra le modifiche proposte: affidare le indagini sui casi di blasfemia esclusivamente a un sovrintendente di polizia (e non a semplici agenti); escludere i tribunali di primo grado (facilmente influenzabili dai gruppi fondamentalisti islamici) e dare la giurisdizione all’Alta Corte (secondo grado di giudizio): prevedere pene severe per chi formula false accuse; tenere conto di chi ha compiuto un gesto involontario o esprime un sincero pentimento (ovvero colpire solo la «mens rea», cioè l’intenzionalità di reato). Dati questi elementi, la Procura avrebbe ampia discrezionalità nel procedere a registrare l’imputazione per blasfemia a carico di un accusato. 

Nel 2007 era stato Minocher Bhandara, un politico zoroastriano, a presentare in Parlamento una proposta di legge con emendamenti alla legge sulla blasfemia, che fu subito bloccata. Tre anni più tardi ci provò Sherry Rehman che presentò un disegno di legge, ma fu minacciata di morte e costretta a ritirarlo. Anche il generale Pervez Musharraf e la leader assassinata Benazhir Bhutto in passato dovettero desistere per l’opposizione di leader religiosi. E, dopo gli omicidi di Salmaan Taseer e Shahbaz Bhatti, che si erano spesi in difesa della cristiana Asia Bibi, il dibattito venne silenziato e l’argomento divenne tabù. 

Ora si vedrà quale sarà la corsa a ostacoli dell’iter parlamentare. Un avvocato ha già presentato un ricorso alla Corte suprema per fermare la discussione, in nome dell’islam. «Bisogna andare avanti», rileva Bernard Inayat, «se si ha a cuore l’armonia sociale e religiosa in Pakistan». 

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