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Il muro e zia Concezione

Vatican Insider - pubblicato il 19/01/17

«Alla buon ora», strillò Paternoster quando fu sicuro che potessero sentirlo.  

Sputò sulla destra e portò in verticale 190 centimetri di muscoli ed ossa abbastanza ben conservati dopo otto anni di quella vita ed altri quarantadue con sulle spalle quel nome bislacco che era piaciuto solo a suo padre e a zia Concezione. Pensava a lei, e non proprio con gratitudine, ogniqualvolta vedeva spuntare un sorrisetto garbato sulle guance di qualcuno, all’atto delle presentazioni.  

«Paternoster?…». 

«Sì, Paternoster…». 

«Paternoster come?». 

«Solo Paternoster, nome e cognome, tutt’uno», doveva spiegare.  

La malediva, la vecchia bigotta sputacchiante – aveva quel vizio, sputava come un lama delle Ande – che s’era imparata la Bibbia a memoria, vecchio, nuovo testamento e quegli altri libri, che chiamava apocrifi. Malediva zia Concezione perché a suo padre, meno che meno da morto, non voleva mancare di rispetto. «Chi onora il padre espia i peccati» – era di zia Concezione, non c’era dubbio – e lui ne aveva da espiare di peccati, eccome se ne aveva! Il bello poi era che gli pesavano di più con il passare degli anni. Anche per questo non gli piacevano i compleanni, e quello che s’avvicinava meno ancora degli altri.  

«Alla buon ora; ce l’avete fatta», ripeté Paternoster spingendo i pantaloni sulla scarpa, dopo che s’erano alzati sino allo stinco nell’atto di sollevarsi da terra.  

Sbiascicò qualcos’altro di incomprensibile, si sarebbe detto contro il muro alle sue spalle, se la parete non fosse stata quella di sempre, calcinata dal calore e contorta dagli assalti dell’umanità che s’ingegnava a superarla. 

«Com’è andata, oggi?». La voce interrogante accompagnò la portiera dell’auto con la mano; all’altro lato, il compagno di pattuglia sbatté l’altra porta con violenza.  

Scully lo guardò in cagnesco e senza dir nulla fece scendere dall’auto due uomini, uno giovane l’altro di una certa età; li ammanettò alla maniglia della portiera, poi camminò verso Paternoster. 

«Allora? Tutto bene Paternoster?». 

Se l’aveva fatto, se suo padre l’aveva chiamato così, Paternoster, una ragione c’era, doveva avere dei motivi; ma zia Concezione che ragioni poteva avere per rallegrarsi di quel nome «davanti al quale si piega ogni ginocchio in cielo e sulla terra», esclamava con la sua vocetta querula citando chissà quale punto del Santo Libro. 

«Paternoster… Siamo nella media da queste parti?», tornò a chiedere il collega appena sopraggiunto. 

«Qualche minuto prima non arrivate mai, perdio!», borbottarono un quintale di carne abbastanza ben distribuita, avvicinando l’orologio al naso per far vedere che sì, erano in ritardo, maledettamente in ritardo, lui ed il compagno di pattuglia, e che del ritardo ne avrebbero dovuto rispondere. 

«Molto lavoro?», rilanciò Scully ignorando il lamento di Paternoster. 

Aveva imparato a conoscerlo; capiva al volo quando non era il caso di prenderlo di petto. 

«Ventisette in questo settore», rispose Paternoster quando fu sicuro di aver ristabilito sul collega la sua autorità – “Perché ai vecchi s’addice intendersi di consigli”, ammoniva il Siracide, ed anche se non si sentiva vecchio non era bene che lasciasse a Scully l’ultima parola. «A sentir loro, quelli del turno prima ne hanno presi il doppio», aggiunse per chiudere il conto.  

Guardò svogliatamente il muro, si asciugò la fronte con un fazzoletto maleodorante da cui avrebbe potuto far sgocciolare il proprio sudore se solo lo avesse strizzato un po’ di più.  

Il turno era terminato da sette minuti – aveva appena ricontrollato l’ora in modo ostentato, perché vedessero che non aveva intenzione di lasciar passare quel ritardo, ne avrebbero dovuto render conto, eccome se lo avrebbero fatto – e il fazzoletto finì infilato nella tasca di dietro, mezzo fuori e mezzo dentro.  

«I dieci minuti me li prenderò quando toccherà a voi, più due minuti d’interesse», si sentì in dovere di puntualizzare Paternoster esagerando la trascuratezza dei colleghi. «E senza nessun preavviso, ricordatelo bene Scully, non starò lì a dirtelo in anticipo ricordatelo! Me li prendo quando mi pare e piace e non voglio sentire storie. Me li prendo quando mi va e basta!». 

Scully aveva deciso di non fargli caso – non era proprio il momento – e si attenne alla decisione.  

«E quelli là?». Con un cenno della testa Paternoster indicò i due uomini ammanettati alla maniglia della porta posteriore, uno da una parte e uno dall’altra.  

«Li abbiamo presi sulla strada per San Diego, la 32. Si vedeva a colpo d’occhio che non erano di lì. Come due mele in un cesto di banane. Non hanno detto una parola; di dove sono, da dove vengono… Vallo a sapere…» lo informò Scully. «Nada de nada» ridacchiò. «Ne hanno fatta di strada!», aggiunse accorgendosi che Paternoster aveva notato la loro magrezza e l’aria alquanto malandata. «Erano disidratati; si son bevuti mezza tanica…». 

Paternoster camminò verso di loro.  

I due fecero un movimento allo stesso tempo, in sincronia, come quelle ali sulla schiena dell’angelo di cartapesta nella chiesa dove zia Concezione lo trascinava ogni domenica quando era bambino, gli venne da pensare. 

Si fermò a qualche metro di distanza.  

Sputò a terra, molto vicino alla scarpa impolverata. 

«Ehi! Dilla una parola; il nome almeno. Come ti chiami? Felipe, Fernando, Pancho, Paco…», gridò al più anziano dei due, agganciato alla portiera di destra. Doveva avere sessant’anni, ad occhio e croce, e l’aria di non portarli per niente bene. Solo gli occhi erano ancora giovanili e guizzarono al suono della voce.  

«Il nome…il nome perdio …», scandì Paternoster senza ricevere risposta.  

«Sei sicuro che capisca? Diglielo in spagnolo… Como te llamas?… Tu nombre… De donde eres?». Scully soffiò sulle esse finali come un mantice sulle braci. «Paco… sì, Paco… Ringo, quanto ci scommetti che quello lì si chiama Paco? Si chiamano tutti così dall’altra parte…». L’interlocutore lo guardò con aria distratta. 

«Dall’altra parte non ci pensano nemmeno a fermarli» riprese Scully a cui non piaceva essere ignorato. «Cosa ci stanno a fare i frontaleros messicani? Cosa credono? Che qualcuno di qui passi dalla loro parte?». Ridacchiò; il corpo magrolino si scosse come un frullatore. «Le muchachas – riprese – ecco una buona ragione per andare di là, eh Ringo? Per le muchachas tu ci andresti, vero? Salteresti quel fottuto muro senza nemmeno prendere la rincorsa, così…». Scully unì i piedi e scimmiottò un saltello poco aggraziato. 

«Non ci vogliono dall’altra parte; vengono loro da questa», rispose il compagno che non si chiamava Ringo ed era di Madison, sul lago Manona, nel Wisconsin. Come c’era finito, alla frontiera con Tijuana, nessuno l’aveva mai saputo, probabilmente perché Jonathan Pech non ne aveva mai parlato. 

«Eh, ma quelle messicane pizzicano come il chili, per loro si può correre qualche rischio», dissentì Scully. 

«Non vogliono gli yankee a casa loro, te l’ho detto; vogliono i nostri soldi; quelli li vogliono», sentenziò Jonathan Pech di Madison, riversando nella sentenza almeno due generazioni di senso pratico.  

«E tu buttaglieli di là, così…». Scully tirò fuori una moneta, vi appallottolò un pezzo di carta attorno e lo tirò verso il muro con violenza.  

La palla ricadde un po’ più avanti; rotolò distante dal muro, che proprio in quel momento mandò un riflesso metallico.  

Paternoster ignorò il gesto scomposto del collega; aggirò il cofano dell’auto camminando lentamente. Il più giovane dei due ammanettati si sedette a terra, il braccio che penzolava dalla maniglia della vettura come una vecchia carruba sull’albero.  

«Beh, uno straccio di documento con un nome ce l’avrai pure? Cos’hai in tasca? Tiralo fuori; lo sai che non possiamo metterti le mani addosso». 

Il ragazzo piantò la punta delle scarpe a terra; si alzò, rivelando nello slancio la vitalità della giovane età.  

«…Un tesserino… un foglio con una fotografia… dai, tiralo fuori, su, coraggio!». 

«In spagnolo, in spagnolo Paternoster, diglielo in spagnolo, che lingua vuoi che parlino questi? A malapena sanno la loro…», rise Scully, «Documentos… papeles… fichas» borbottò accentuando le esse in maniera canzonatoria. 

«Forza, cos’è, la prima volta che salti?», insistette Paternoster evitando di guardare negli occhi il giovane clandestino. «No, tu sei uno che ci ha già provato. Non ti piace vivere a casa tua eh! Ce l’hai stampato sulla faccia che non ti piace. Dov’è casa tua? Ce l’hai una famiglia? Lo sai che cos’è una famiglia? Controlliamo subito o lo facciamo dopo? Se non salta fuori niente lo sai cosa ti succede…». 

Il braccio magro del clandestino, quello libero, ciondolò lungo il corpo. 

«Nada, nada, no quieren», cantilenò Scully intento a sbattere controvento un drappo marrone sdrucito dall’uso, facendolo schioccare come un colpo di frusta. 

«Come vuoi…qualche giorno dentro non ti spaventa, eh? Il tempo non ti manca, eh? Cosa ve ne fate voi del tempo, eh?». Paternoster spostò l’attenzione ai due colleghi, uno alle prese con la scarpa l’altro con il cinturone. «Dove la tieni l’acqua?», domandò con autorità, come se l’acqua degli altri gli spettasse di diritto.  

«Dietro, nel baule…» rispose Scully di rimando. «Prendi il bidone più piccolo, quello ancora pieno; nell’altro ci hanno infilato la lingua quei due».  

Gli lanciò il mazzo delle chiavi; poi si chinò a lustrarsi le scarpe col panno ruvido che si portava sempre appresso.  

Paternoster non aveva mai capito perché ci tenesse tanto. Si passavano la mano da un turno all’altro da due anni, ma perché volesse gli scarponi lucidi all’inizio del servizio per poi sporcarli era un mistero. Non serviva chiedergli perché lo facesse; se ne sarebbe uscito con una delle sue. «Questa pelle se la strusci si affloscia come una chicana in calore», avrebbe risposto. Paternoster aveva deciso che non valeva la pena tornare sull’argomento degli scarponi per fargli dare quelle risposte cretine. 

Guardò il muro con la coda dell’occhio, furtivamente, quasi volesse accertarsi che fosse ancora al suo posto. 

«Eh, si vede che si avvicinano le feste; cominciano a saltare come grilli in un campo di stoppie», commentò Scully tra gli schiocchi di un colpo di panno e l’altro.  

«Per loro è sempre una festa, altro-che-storie; musica, tequila da quattro soldi che buca le budella e mariachi a squarciagola» brontolò il compagno di pattuglia continuando ad armeggiare con la fibbia del cinturone. 

Paternoster sputò ad una spanna dalla gomma dell’auto di Scully. Si pentì subito, un istante dopo averlo fatto; non voleva somigliare a zia Concezione. Aprì il baule, sollevò la tanica piena sulla spalla, la inclinò verso la bocca. Lasciò che il liquido gli corresse lungo il collo, sul petto, fin quando la chiazza scura si allargò all’altezza della pancia, inumidendo il corpetto marrone della divisa d’ordinanza. Sbirciò l’anziano ammanettato alla portiera della macchina. 

«Ne vuoi un po’?».  

Gli occhi ancora vispi si incollarono alla tanica; ma non disse una parola. 

«Ehi, tu? Hai ancora sete?», gridò al più giovane, che al pari dell’anziano non rispose. 

«E dì qualcosa, perdio!», imprecò. «Come ti chiami? Il nome non ha niente a che fare con i vostri guai. E nemmeno con i nostri. Se si parla ci si intende meglio. Poi ognuno va per la sua strada, voi da una parte, noi dall’altra». 

Alzò la testa al muro, la girò verso l’anziano; di nuovo sollevò la testa al muro; l’abbassò sul più giovane, in un va e vieni che mise in allarme Scully. 

«Cosa c’è, li vuoi ributtare di là?», gli gridò Scully.  

«Senti Paternoster, ne abbiamo già discusso. Io non ci sto, non voglio guai, e nemmeno Jonathan…».  

Al nome di battesimo Jonathan Pech di Madison sollevò la testa dalla fibbia; capì che qualcosa non andava.  

«…Non dovremmo star qui a parlarne ancora, l’abbiamo già fatto», proseguì Scully. «Lo sai. Non possiamo ributtarli di là senza averli prima identificati. Di questi tempi rischiamo il posto. Aspettano solo di prenderci in fallo, i nostri capi più una dozzina di organizzazioni religiose e quei rompicoglioni di Amnesty…». 

Paternoster abbassò la tanica senza rimetterla nel baule; controllò che il fucile a pompa fosse al suo posto nella fondina, dietro al sedile. Alzò la testa; guardò di nuovo il muro; tornò a sputare, e pentirsi per averlo fatto.  

«…e se non ci inchiappettano i nostri ci denunciano i loro. Ti ricordi cosa è successo a Greg?». Scully esitò, incerto se commentare la sorte del collega o passare oltre. Proseguì, ignorandola. «Sono dall’altra parte per questo, se no cosa ci starebbe a fare la guardia di frontiera messicana? A controllare che non sconfiniamo noi? E chi ci va in quella merda! Di là si ammazzano come scarafaggi. Non lo senti? A Tijuana non tengono più il conto da quanti ne trovano ogni mattina con un buco in testa e le cervella fuori». Rise nervosamente. «Mi senti? Hai capito? Tienilo a bada il tuo lato latino. I punti di vista non contano Paternoster, e nemmeno la religione… la legge è la legge… il lavoro è il lavoro». 

Jonathan Pech considerò chiusa la discussione e tornò a concentrarsi sulla fibbia del cinturone, Scully scosse la testa; riprese a strofinare lo scarpone con il ritmo abituale, poco convinto d’essere riuscito a mettere fine al problema. 

Il muro tremolava come un giunco, la calura si arrampicava lungo le fiancate infuocandole; per un momento parve a Paternoster che la parete si muovesse, vibrasse come le lamelle di un organo, si gonfiasse sotto la spinta dei messicani pigiati dall’altra parte, tutti con gli occhi incollati alle fessure. Gli sembrava di vederli; centinaia di dita che palpavano la superficie della barriera, si insinuavano negli interstizi tra lastra e lastra come erbaccia tra le pietre, premevano sulla parete arroventata, gli occhi di laser che trapassavano le lamiere, l’alito che sapeva di tabacco non trattato, la lingua scura che appariva e spariva tra le labbra aperte come un serpente tra le zolle.  

Sputò per la quinta volta; lo sputacchio si mescolò alla polvere; ed attese.  

Maledetta zia Concezione con le sue paternali! Cosa gliene veniva a lei dalla redenzione del prossimo? Non lo poteva lasciare in pace, a rivoltarsi beatamente nella melma della depravazione? Le frasi preferite, poi, le prendeva dai Proverbi; le riservava rispettivamente ai fannulloni – «La mano pigra fa impoverire, la mano operosa arricchisce» – e ai chiacchieroni – «Il linguacciuto va in rovina» – due categorie d’ignavi che le erano particolarmente invise e che proprio per questo si era intestardita a raddrizzare.  

«Eh! Che cosa gli uomini», intervenne Scully come se in quel momento avesse posto fine ad un lungo ragionamento. «Dove vedono luccicare qualcosa si precipitano come la lava di un vulcano; non li puoi mica fermare». Sospirò. «Non c’è niente da fare, non ci sono muri che tengano. Ci vorrebbe la dinamite per bloccarli, farli saltare tutti per aria». Sospirò ancora, lasciando intendere che la sapeva proprio lunga sui suoi simili, e riprese a strofinare gli scarponi neri. 

Paternoster lo guardò con un solo occhio, stropicciando l’altro con il dorso della mano. «Duemilacinquecento dollari per rincorrere i propri simili tutto il giorno e risbatterli al di là, dall’altra parte, a leccarsi le ferite e a preparare il salto del giorno dopo…».  

Non li poteva vedere di là, dietro al muro, ma era come se ce le avesse davanti, le sigarette catramose che passavano di mano in mano, i nauseabondi tacos di carne e olive che spuntavano dalle buste stropicciate, il pane di granturco che veniva addentato con voracità, e la tequila da due soldi che scendeva a garganella nello stomaco. Banchettavano e attendevano; chiacchieravano e aspettavano e si accoltellavano; defecavano e pisciavano e ruttavano e mugolavano; dormicchiavano e sognavano e si univano nella notte in amplessi frettolosi.  

Hasta pronto, tengas suerte…  

Giovani per lo più, ma anche ragazze con i Panchito, i José, i Sánchez, le Guadalupe, i Paquitos, i Felipe, attaccati alla sottana e persone più attempate che attendevano la notte che non era già più notte, illuminata a giorno dai riflettori, perforata dagli infrarossi, auscultata da sensori che intercettavano il passo e da termo detector che misuravano il calore del corpo. 

Que te vaya bién, mandame noticias… 

Ma Paternoster non disse nulla e lo strofinio del panno sugli scarponcini di Scully fu l’unico rumore per un buon minuto. 

«L’hai sentita l’ultima?».

Scully si sentì in dovere di rompere il silenzio.  

«Non c’è ancora niente di ufficiale, me l’ha soffiata Wilbur, quello della centrale, il rosso lentigginoso», disse, con il drappo ancora sullo scarponcino che brillava al sole come uno specchio. «Il prossimo mese porteranno le fotoelettriche a cinquanta metri l’una dall’altra ed i sensori a trenta». 

«Non passeranno nemmeno i topi», intervenne Jonathan Pech che fino a quel momento era rimasto silenzioso, a picchiare sulla fibbia del cinturone per raddrizzala. 

«Cinquanta metri? Sai che divertimento…» commentò Paternoster, con la faccia in alto, a controllare che la chiazza d’ombra che strisciava sul terreno corrispondesse alla nuvola di passaggio, lassù nel cielo maculato di chiazze bianche in movimento. «Per noi non cambia niente; sempre-dietro-dobbiamo-corrergli». 

La costruzione della frase lo tradì.  

Paternoster era americano, si sentiva americano, sognava da americano, viveva da americano e pensava da americano ma non era solamente americano. Il nonno, attraverso il bisnonno di villa Zolfo di Calamita in provincia di Catania gli aveva inoculato nel sangue qualcosa che non era del tutto americano e che di tanto in tanto si svegliava come un virus facendo innervosire Scully che non capiva perché il prossimo dovesse essere qualcosa di diverso da un contiguo e le cose semplici non dovessero rimanere tali. 

«Dall’altra parte loro, che sono nati di là, da questa parte noi, che siamo nati di qua». Semplici e chiare. «Non l’abbiamo mica tirato su noi, il muro», eccepiva respingendo una qualche accusa d’altri tempi, che nessuno quel giorno aveva formulata. «E un muro è un muro! Cosa ci sta a fare un muro se uno passa da una parte all’altra come se non ci fosse?» aggiungeva, incredulo che si potesse dubitare della lapalissiana verità. 

Il muro color ruggine risaliva e discendeva per gli avvallamenti, si infilava nel folto della sterpaglia, si attorcigliava alla collina come un serpente, riappariva poco dopo, oltre un declivio, le spire intorpidite dal sole. Paternoster risalì con lo sguardo il corpo sinuoso che si dileguava all’orizzonte.  

Erano già di là, lo sapeva, dall’altra parte, a formare capannelli vocianti e insopportabilmente allegri, a raccontarsi disgrazie l’un l’altro, a scambiarsi arrivederci, auguri, mucha suerte, a scrivere indirizzi sui fazzoletti; erano di là, appiccicati al muro, che si dicevano parole di incoraggiamento, vayas con Dios, che la Virgen te bendiga, e si raccontavano quel che avrebbero fatto una volta dall’altra parte.  

«La settimana scorsa me n’è capitato uno con l’aids; un tipo magro che l’aveva fatta a piedi dal Chiapas», riprese Scully appena ebbe inumidito di saliva la punta del drappo. «Ce l’aveva quasi fatta; era sulla 44 per San Diego… se non avesse avuto i piedi gonfi come delle zucche mangerebbe frijoles a Los Angeles con i suoi». Fece una pausa e riprese. «L’ho fatto salire in macchina con la punta del manganello nella schiena, adelante, adelante; derechito, derechito… non si sa mai che ti ficchi addosso quelle unghiacce infette; ma non ci ha nemmeno provato».  

La chiazza oscura della nuvola raggiunse la base del muro; Paternoster l’accompagnò con lo sguardo, l’osservò ombreggiare la barriera, scalarla con leggerezza, sedervicisi sopra e scivolare come un batuffolo di cotone lungo la parete fin quando la macchia grigia sul terreno fu tutta dall’altra parte. Si sorprese nel vedere che le nuvole passavano quando volevano; «non seguono i flussi migratori degli uomini», pensò ripescando una frase fatta dalla canasta dove aveva buttato le nozioni di uno dei tanti corsi a cui aveva dovuto partecipare. Ma disse una cosa diversa. 

«Oggi ne ho preso uno che veniva dal Tabasco. Era partito con altri due da El Salvador; gli hanno fatto “il servizio” nel deserto di Chihuahua. Che porci! Tre energumeni, tre sacramenti tutti pieni di tatuaggi». 

Lo strofinio si interruppe.  

«Se li sono inculati?», domandò Scully con il panno afflosciato nella mano destra. 

«Uno non c’è stato», gli rispose Paternoster. 

«Gli altri due… se lo sono lasciato fare?», insisté il collega.  

«L’hanno buttato giù dal treno con un taglio in gola, da orecchio a orecchio».  

«L’hanno sgozzato?», chiese Scully. 

«Me l’ha raccontato piagnucolando quello che ho preso», disse Paternoster. 

Il silenzio si prolungò. 

«Cosa gli hai fatto?». 

«Cosa potevo fare? Lasciarlo andare? Non lo sanno che non posso farlo? Siamo vigilati, anche noi come loro. Più di loro, perdio. Le fotoelettriche e quei fottuti sensori li hanno messi anche per noi, cosa credono, che tutto questo spiegamento di tecnologia ultima generazione sia solo per loro?». 

Portò la tanica dell’acqua alla bocca. «Non ne vuoi proprio? E nemmeno tu?», gridò ai due clandestini ammanettati alla portiera dell’auto.  

Bevve un altro sorso e riavvitò il tappo, sistemando il recipiente nel baule.  

«Dovrebbero dirglielo, mettere un cartello dall’altra parte con su scritto ben in grande. Lo devono sapere che non possiamo fare niente; dobbiamo rincorrerli e ributtarli da dove sono venuti. Che la cerchino lì la fottuta fortuna, perdio!».  

Paternoster sputò in terra e incollò lo sguardo al muro, come se la visione dei messicani debordanti ce l’avesse davanti agli occhi in quel momento. Tardò ad accorgersi che il più giovane dei due indocumentati ammanettati alla portiera aveva alzato il braccio libero; quando lo vide notò che stringeva un piccolo rettangolo tra le dita e sollevava l’estremità verso l’alto per mostrarlo.  

Si avvicinò.  

Riconobbe una fotografia. Guardò il ragazzo con espressione interrogativa. Questi abbassò il braccio e puntò la fotografia verso la guardia di frontiera come fosse un arma. Paternoster la prese tra le dita sfilandogliela dalla mano. Quel che vide non lo impressionò.  

«È tua moglie? Sono i tuoi bambini questi?» gli chiese Paternoster. 

Il messicano annuì. 

«Perché diavolo me li fai vedere? Non lo capisci che ti è andata male? Di qua non ci resti, non ci puoi rimanere. Devi stare di là, con i tuoi. Tira fuori un documento, piuttosto; non ce l’hai un documento, una fichas, un papel?». 

Non ebbe risposta. 

«Perché non sei rimasto con loro? Sì, sì… Non avete lavoro… è sempre così… nel vostro paese fate la fame, prendete bastonate, abbassate la testa, cercate di scappare… è sempre la stessa storia… il governo, i militari… le pandillas…». Frugò nel taschino del corpetto, sotto il distintivo rosso della Frontier Patrol. «E adesso la fame la fai qui… sei contento? È diversa da quella di prima?». Estrasse una fotografia con la punta delle dita; la tese al giovane, all’altezza dell’ombelico, sfiorandogli la camicia annodata sul davanti. «Era la mia. Una russa… Non è un granché, vero? Non ne ho volute più, di mogli, dopo questa. Niente figli, non sono arrivati in tempo; se n’è andata con un altro prima che potessimo farne uno, il giorno del mio compleanno… uno del sud che vendeva maquilladoras ad Ensenada».  

Pensò a zia Concezione che l’aveva messo in guardia «dalla donna forestiera che ha parole seducenti ma abbandona il compagno della sua giovinezza». Maledetta baciapile sputacchiante. Se con le americane non aveva avuto successo la colpa era anche sua. Chi si sarebbe lasciata sedurre da uno che si chiamava Paternoster?  

«Una russa del Caucaso», proseguì. «Parlava la sua lingua, e qualche altra parola, giusto per fare due chiacchiere. Non ha mai capito come mi chiamassi veramente; l’ha scritto male anche nel biglietto che mi ha lasciato quando se n’è andata» disse riprendendo la fotografia dalle mani del ragazzo. «Cosa guardi? Perché te lo dico? Sei un disgraziato, no? Di certe cose te ne intendi». 

«Ehi, Paternoster, che fai? Socializzi? C’è ancora qualcosa di nuovo da sentire? Diccelo anche a noi se ci sono delle novità, non tenertele tutte per te».  

Scully fissò gli scarponcini con attenzione, muovendoli prima a destra poi a sinistra.  

Brillarono al sole.  

Parve soddisfatto. 

Era vero – doveva ammetterlo – che novità potevano esserci? Non c’era niente di nuovo da sentire, nulla che potesse fargli esclamare: «Questa è una cosa nuova!».  

Faceva la guardia a quel pezzo di muro per tre giorni la settimana, dodici giorni al mese, un centinaio di giorni l’anno al netto di ferie. Due giorni li passava nella stazione del settore 6 di San Diego a smistare le chiamate delle pattuglie e fornire gli antecedenti degli indocumentati che venivano fermati. Ed era sempre la stessa storia, da otto anni a quella parte, otto a settembre, il ventidue per l’esattezza, dopodomani. Se lo ricordava per via di zia Concezione che aveva scelto quel giorno per morire di crepacuore e ciò che succedeva nelle vicinanze, poco prima e poco dopo, gli si stampava in testa come il marchio rovente sulla pelle dei manzi. L’anno se l’era dimenticato; per dirlo avrebbe dovuto fare i conti con le dita della mano, ma il giorno in cui la vecchia era schiattata no, gli era rimasto appiccicato a quello del proprio compleanno come la vernice sulla parete.  

Cosa ci poteva essere di nuovo? «Guarda, questa è una novità!»: poteva forse ripeterlo il passo del Qoèlet senza bestemmiare? Era vero, Scully aveva ragione. Non c’era niente di nuovo da registrare; non c’era «niente di nuovo sotto il sole», maledetta zia Concezione e le sue citazioni. 

Bell’eredità che gli aveva lasciato!  

Qualche soldo, dei libri religiosi, e quel nome ridicolo, Paternoster, in una lingua che oramai nemmeno nelle scuole dei preti si studiava più. Negli uffici pubblici, poi, quando doveva declinare le sue generalità, non c’era verso di farglielo capire. Paternoster. Pa-ter-nos-ter. Doveva sillabarlo, il nome, e nemmeno quello bastava per farglielo entrare nella testa. Cosa ne sapevano della Bibbia e del latino quei fetenti con il callo alle mani a forza di calare timbri sulle buste. 

«Lasciali qui quei due e sgommate».  

La voce di Paternoster arrivò all’orecchio dei destinatari con il sapore di un ordine. Scully e Jonathan Pech di Madison si guardarono l’un l’altro. 

«Li porti tu in centrale?» chiese Scully inviando un segnale di remissione che sorprese Jonathan Pech. 

«Devo andarci no? Me li porto dietro io e glieli scarico lì». 

Paternoster abbottonò il taschino della divisa dove aveva messo la fotografia. 

«Devi dire che li hai fermati tu, lo sai questo, non ce li possiamo giocare a dadi, lo conosci il protocollo di servizio». 

«E allora? Li ho fermati io, OK? Tanto non danno mica premi a chi ne prende di più». 

Scully fece un cenno con il capo verso il collega. 

«Dai Ringo, passali di là».  

Jonathan Pech, che aveva avuto il tempo di allinearsi alla decisione del compagno si avvicinò al più anziano degli indocumentati, sfilò la chiave delle manette dal taschino della divisa e aprì la serratura.  

«Fai il bravo nonno; tanto di fiato non ne hai più». 

Sospinse l’anziano verso l’auto di Paternoster e lo fece salire nella parte posteriore. Ripeté la stessa sequenza con il ragazzo. 

Paternoster sputò verso il muro, come se lo sputo potesse squarciare il metallo ed aprire il varco ed in quel varco una fiumana di latino-americani si precipitassero alla rinfusa dilagando nei campi, tra gli arbusti, allo scoperto, tutti di corsa con gli abiti sdruciti, a piedi scalzi o con le buffe alpargatas di pezza che puzzano a dieci metri di distanza, i più anziani zoppicando, i giovani sgambettando come puledri e le donne trascinando per mano i Panchito, i Sánchez, le Guadalupe, i Paco, i Felipe…. Tutti assieme, tutti nello stesso momento, tutti di corsa, nella medesima direzione come i «tori storpiati» di Giacobbe che zia Concezione simulava con lo schiocco delle dita, battendo i tacchi sul pavimento con un gesto sgraziato.  

A quel punto sarebbe stato inutile inseguirli; avrebbero raggiunto le città dello stato, Los Angeles, Sacramento, San Francisco… su su fino a Filadelfia, Boston, New York, Chicago; si sarebbero uniti a quelli che erano già lì, di là, che il muro l’avevano saltato e che aspettavano, aspettavano che prima o poi arrivassero anche fratelli e sorelle, cugini, zii, nipoti di prima e seconda generazione, parenti e conoscenti, aspettavano quelli come loro, che parlavano spagnolo anche loro, che storpiavano l’americano con quelle esse oscene, che preparavano tortillas e frijoles a pranzo e a cena e mettevano le mani nel piatto e biascicavano giaculatorie alla Vergine come zia Concezione, che possa attorcigliarglisi la lingua attorno al collo; che accendevano ceri ai santi nelle feste comandate, facevano elemosine ai miserabili come loro e partorivano figli a ripetizione come i conigli per onorare la promessa di Baruc «di moltiplicarsi e non diminuire più».  

Perdio, chi avrebbe potuto fermarla quella fiumana straripante che correva, saltava, svincolava, scartava a destra e a sinistra, si spingeva in avanti, avanti, avanti, sempre più avanti… Nemmeno tutte le pattuglie di tutti i turni di questa cazzo di polizia di frontiera ce l’avrebbero fatta a contenerli.  

Sputò a terra. 

«Sei in ritardo di dieci minuti», grugnì Paternoster ponendo fine alle elucubrazioni. «Salite in macchina e cominciate il giro, perdio, o vi faccio rapporto; uno di quelli che vi fotte le feste». 

«Ecco, ecco, calma, calma, andiamo. Quei due li hai presi tu, d’accordo!». 

Scully sbatté il drappo all’aria; lo ripiegò con cura. Gettò una occhiata a Paternoster, decidendo che fosse meglio discorrere di qualcosa d’altro che lasciare la minaccia sospesa a mezz’aria come ultima parola.  

«Se ti interessa ieri l’altro ne ho presa una che era la quarta volta che ci provava. Pancia e tutto» gli disse. «Era incinta; voleva partorire da questa parte. Una tale Garavito, sì, Magdalena Garavito. Un bel pezzo di messicana, due tette così», aggiunse sventolando il trappo sulla pancia e tendendolo in avanti, a simulare l’erezione del proprio membro. «Era disposta a tutto se la lasciavamo andare. Si sarebbe fatta inculare anche lei se la facevamo proseguire; come quello del treno che è capitato a te». Sospese la frase e si girò verso il compagno di pattuglia. «Ci hai fatto un pensierino, eh, Ringo? Te la saresti sbattuta quella, dietro e davanti non è vero? Ma non pensi a tua moglie, eh?». 

«Sgommate, fate il vostro lavoro», ringhiò Paternoster.  

«Ehi! Paternoster, dov’è Felipe Philiph…».  

Così Scully chiamava il suo compagno di pattuglia, per via di un po’ di sangue messicano nelle vene. Paternoster non fu sicuro di dovergli dare corda. Poi cedette. 

«L’ho lasciato al ponte. È andato a San Diego a comprare un attrezzo per la cucina…». 

«Per la cucina?» lo interruppe Scully divertito. 

«La mogliettina… Lo comanda a bacchetta, quella».  

In quel preciso istante, ad un centinaio di metri di distanza, una mano artigliò il muro; le dita magre palparono la sommità, poi comparvero anche una gamba e l’altra mano. Il bacino si appoggiò per ultimo allo spessore della parete, e con il bacino la seconda gamba.  

Paternoster guardò in quella direzione; attese che comparisse anche il resto ed il resto spuntò: un viso selvatico tostato da due decenni di sole e tortillas, ad occhio e croce, il corpo pronto a guizzare in avanti come un felino.  

Quando gli arti ebbero trovato ciascuno il loro appoggio, la sagoma si mise a cavalcioni del muro. 

Paternoster ne seguì i movimenti pigramente, aspettando con infallibile esattezza le sequenze successive. «No, non c’era nulla di nuovo sotto il sole, al diavolo zia Concezione» pensò senza pensarlo con precisione, come si pensano i giorni della settimana, le ore che verranno, le cose da fare e che si sono sempre fatte.  

Sbirciò Scully con la coda dell’occhio; stava guardando nella stessa direzione e non ebbe bisogno di avvertirlo. 

«Scully, è tuo, perdio! È mezzogiorno e un quarto, da quindici minuti non mi riguarda quello che succede su questo maledetto muro; ho smontato, fai conto che non ci sono più. E mi devi dieci minuti, non ti dimenticare».  

Si infilò nell’auto, rialzò il vetro del finestrino fino a metà; sputò fuori. Si protesse dal sole con la mano; rimase in quella posizione ancora un po’, ad osservare la figura in equilibrio sul muro. 

Il giovane dai capelli arruffati sollevò la testa; guardingo si guardò intorno come un uccello su un ramo. 

«È l’America muchacho» pensò Paternoster tra sé e sé. 

Una lingua di asfalto biancheggiante affiancava la base del muro per tutta la lunghezza che da quella posizione si riusciva ad abbracciare; un terreno liscio come il tavolo di un biliardo e senza l’ombra di un arbusto terminava contro delle dune di sabbia dall’ondulazione dolce; da quel punto in avanti iniziava una depressione, fin dove la cresta di un avvallamento spezzava l’orizzonte. 

«Aspetta, tieni giù la testa» volle dirgli Paternoster. 

Il ragazzo si bilanciò meglio sulla sommità della parete. Saltò giù con agilità, rimase un buon tempo appollaiato alla base, quindi strisciò lungo il muro per una cinquantina di metri; fiutò l’aria come un animale, si alzò in posizione eretta, guardò davanti a sé; scattò in avanti spinto da un segnale silenzioso, si mise a correre, veloce come una lepre inseguita da una muta di cani. 

«Dovevi strisciare pancia a terra fino all’avvallamento, perdio; non imparate proprio niente… ma di che cazzo parlate tutto il tempo tra di voi!», imprecò Paternoster.  

Pensò a zia Concezione. 

Aveva sempre una citazione pronta la vecchia bigotta, un detto, una frase, una sentenza che calava come un fendente per chiudere la bocca agli erranti. «Bada alla strada dove metti il piede non deviare né a destra né a sinistra… tieni lontano il piede dal male», la si sentiva dire ai poveri peccatori, preferibilmente nelle persone del figlio di Caruso il fruttivendolo, di miss. Mary Ann di professione insegnante di inglese, e su ogni altro l’impiegato di Blockbuster che faceva le consegne dei film a domicilio. La bacchettona sputacchiante metteva regolarmente in guardia il giovanotto dall’impurità, avvertendolo a colpi di Deuteronomio «che non sarebbe entrato nella comunità del Signore chi ha il membro contuso», e che meglio sarebbe stato «tagliare la mano della femmina che stende la sua per afferrare un uomo nelle parti vergognose». Benjamin, il destinatario dei suoi ammonimenti, suonava il campanello della bicicletta fin dalle prime parole senza riuscire a zittirla; imperterrita, zia Concezione perforava il muro di trilli con la saggezza squillante del Libro, affermando in questo modo la superiorità del Sacro Testo sul frastuono del mondo.  

Scully si aggiustò il cinturone attorno alla vita, lo sguardo svogliato rivolto alla sagoma che s’allontanava. 

«Ah! Paternoster. Le manette. Dammi le manette, le mie le ho lasciate nel gabbiotto di Ben».  

Camminò verso l’automobile di Paternoster, prese due paia di manette attraverso il finestrino e le agganciò al cinturone, una alla destra, l’altra alla sinistra.  

«Dai, Ringo, sali in macchina», bisbigliò al compagno.  

Jonathan Pech curvò le scapole in avanti, insaccò la testa tra le spalle e si diresse all’auto ciondolando le braccia lungo i fianchi. 

«Aspetta, lascia che si stanchi, così non farà tante storie», lo istruì Scully. «Diamogli corda per un po’, fallo correre finché ha fiato». 

Aprirono le portiere con perfetta sincronia. Jonathan sbatté la sua con violenza, Scully lo guardò in cagnesco.  

Il fuori strada s’accese al primo giro di chiavetta e si portò sulla scia del puntino scuro che si rimpiccioliva all’orizzonte.  

La scia di polvere si sollevò nell’aria sullo sfondo di un cielo grigio che precipitava sulla terra. 

La nuvoletta di polvere precedette il fuori strada, la sagoma bianco verde della Border Patrol ricomparve sulla cresta della depressione. Sparì e riapparve tra una ondulazione e la successiva, poi si avvicinò al muro. 

«Lo vedi, è ancora lì; la macchina non si è mossa», fece Scully stirando il collo verso il cruscotto impolverato per vedere meglio la camionetta davanti a sè. 

Rallentò nelle vicinanze del muro, rullando sulle irregolarità del terreno come una barca sul mare. 

«Tutto quel casino… cinque minuti di ritardo… me li dovete ridare con gli interessi… poi non se ne va nemmeno» si lamentò il compagno. 

«È lì, è ancora lì» ribadì Scully.  

«Vallo a capire quello!» ribatté Jonathan Pech. 

«Non c’è niente da capire… non è più lui… è da tempo che c’è qualcosa che non va…» osservò Scully. 

«Quella russa, la moglie, era russa no?». 

«Così ha detto lui».  

«Per me lo deve tormentare con i soldi… Quelle una volta che ti prendono per l’uccello non ti mollano più. Ti strizzano finché sei in rovina». 

Jonathan Pech strinse la maniglia di sostegno e avvicinò la faccia al vetro. 

«E quei due dove li avrà messi?». 

Scully e Jonathan Pech sfiorarono l’auto di Paternoster guardando all’interno.  

«Non c’è nessuno, nessuno Cristo!». 

Passarono oltre ad andatura lenta.  

Il fuori strada percorse un largo semicerchio perlustrando i dintorni. Ritornò al punto di partenza, avvicinandosi di nuovo all’auto di Paternoster in perfetto silenzio. 

«Si sarà addormentato dentro. Lo vedi?», chiese Scully al compagno che sporse la testa dal finestrino per esaminare meglio l’interno della vettura.  

Ma non aspettò la risposta.  

«Un momento, fermati», gli ordinò. «E tu resta al tuo posto», disse in tono secco al ragazzo dai capelli arruffati ammanettato sul sedile posteriore.  

Scese dall’auto e camminò verso il muro, seguito da Jonathan Pech che sbatté la portiera. Ma Scully non ci fece caso, l’occhio a terra, fisso ad una macchia scura.  

Si fermò davanti al mucchietto di abiti piegati con cura: la camicia, un paio di pantaloni, il corpetto marrone d’ordinanza, il fazzoletto maleodorante che spuntava sotto il gilè, il cinturone con il distintivo della Border Patrol che schiacciava il tutto. 

Alzò lentamente lo sguardo verso la sommità del muro, le mani appoggiate in fronte per ripararsi dal sole.  

Gli girava la testa. 

Tornò con lo sguardo a terra, a fissare il cinturone e il distintivo appoggiati sugli abiti. 

Da: Alver Metalli, «L’uomo dell’acqua», Gallucci Editore

Terre d’America

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