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Pakistan, è scontro sulle «conversioni forzate»

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Un passo avanti e due indietro. Sul delicato tema delle «conversioni forzate» in Pakistan esplode uno scontro che coinvolge le istituzioni, i gruppi islamici, le minoranze religiose. E che, alla fine sembra dare ragioni a quanti vedono i diritti e le libertà dei gruppi più vulnerabili, come indù e cristiani (rispettivamente il 2% e l’1,5% della popolazione pakistana), soccombere irrimediabilmente di fronte all’atto di forza di movimenti e partiti islamici che minacciano e condizionano pesantemente i governanti. 

Il 24 novembre, il parlamento della provincia del Sindh, importante provincia meridionale del Pakistan, che include la megalopoli ed ex capitale pakistana Karachi, aveva approvato una legge che mira a prevenire e bloccare l’annoso fenomeno delle conversioni religiose forzate nella provincia.  

Secondo dati forniti dalle Ong e dalle organizzazioni religiose, infatti, sono oltre mille le ragazze delle minoranze cristiane e indù, spesso minorenni, ogni anno rapite da potenti uomini musulmani a scopo di conversione e nozze islamiche forzate. E i dati rilevano solo i casi ufficialmente denunciati. Le famiglie delle ragazze, nella maggior parte dei casi, non riescono ad ottenere giustizia e le violenze restano impunite in quanto tollerate da una mentalità discriminatoria che si annida anche nelle istituzioni.  

Portato all’attenzione delle istituzioni politiche nazionali e internazionali, il fenomeno è stato più volte indicato come uno snodo-chiave per testare il reale rispetto delle libertà fondamentali e dello stato di diritto nella «terra dei puri».  

L’iter legislativo felicemente conclusosi in Sindh era stato salutato come «un raggio di speranza» per il rispetto dei diritti delle minoranze religiose. Ma, a meno di un mese da quel passaggio parlamentare che si auspicava potesse contagiare il Parlamento nazionale, le pressioni e le minacce dei partiti religiosi e di movimenti islamici estremisti hanno avuto buon gioco

Il testo è stato bollato come «contrario allo spirito fondamentale e ai principi dell’islam» e si è contestato l’articolo di legge che prescrive l’età minima di 18 anni per poter cambiare religione. I leader dei partiti religiosi hanno chiesto al governo di Sindh di abrogare la legge e di riferirsi sempre al Consiglio dell’ideologia islamica per vagliare i provvedimenti legislativi. 

Non sono mancate intimidazioni ai parlamentari e il relativo allerta della polizia: dopo giorni di alta tensione e la minaccia di assediare l’edificio dell’assemblea provinciale, il governo del Sindh ha annunciato l’intenzione di emendare la legge recentemente approvata.  

Nisar Ahmed Khuhro, ministro per gli affari parlamentari del Sindh, assicurando il rispetto dei principi dell’islam, ha specificato che l’assemblea del Sindh ha dichiarato illegale l’atto di contrarre matrimonio al di sotto dei 18 anni, osservando invece che «non vi era alcun intento di porre limiti all’età per poter cambiare religione». 

La legge ora è sulla scrivania del governatore del Sindh, che deve ratificarla con la sua firma: prima che questo avvenga, ha osservato il ministro, si possono inserire integrazione ed emendamenti. Il passo indietro, dunque, è ben presto compiuto. 

La questione delle conversioni forzate era già approdata a livello del Parlamento nazionale, anche se si prevede che neanche lì il testo avrà vita facile. 

Nell’assise restano infatti in discussione due proposte di legge su questioni che toccano la vita delle minoranze religiose: la prima è l’istituzione di una speciale «Commissione per i diritti delle minoranze del Pakistan» e la seconda è la «Legge per la protezione delle minoranze», che rende la «conversioni forzata» un reato penale. 

Se il primo disegno di legge prevede la creazione di un organo indipendente per vigilare e limitare gli abusi dei diritti umani e le discriminazioni, quello sulle conversioni forzate è un progetto ben articolato. Stabilisce che un minorenne non può cambiare fede (l’età minima per farlo è 18 anni), «rispettando la libertà di religione e l’interesse del bambino», come spiega il cattolico Peter Jacob, presidente del Centro per la giustizia sociale a Lahore.  

La legge scaturisce proprio dal fenomeno del sequestro di minorenni cristiane o indù, nonchè dalla minaccia incombente di apostasia per ogni persona che decide di lasciare la religione islamica.  

L’approvazione della legge sarebbe «uno sviluppo positivo» rileva Jacob, ricordando che già a giugno del 2014 una ordinanza della Corte Suprema, mai implementata, ha imposto al governo di formare una commissione per monitorare il rispetto dei diritti delle minoranze religiose, soprattutto per contrastare la discriminazione esistente nella società pakistana su base religiosa. 

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