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Francesco: la mafia uccide chi combatte la schiavitù della droga

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«Quando si vogliono individuare le reti di distribuzione della droga ci si trova con una parola di cinque lettere: mafia, che perfino uccide chi combatte la schiavitù della droga». E’ la denuncia pronunciata dal Papa nel corso dell’udienza concessa oggi ai partecipanti all’incontro internazionale sul tema «Narcotici: problemi e soluzioni di questa piaga mondiale» promosso dalla Pontificia Accademia delle Scienze. 

Circa una sessantina gli esperti a vario titolo – accademici, ricercatori, medici, magistrati, delegati dell’Onu e della società civile – riuniti al convegno i cui lavori aperti ieri in Vaticano si chiuderanno nel pomeriggio. 

La droga «è una ferita nella nostra società», ha detto il Papa, «una rete che cattura molte persone. Esse sono vittime che hanno perso la loro libertà per cadere in una schiavitù. Schiavitù che potremmo chiamare chimica. E’ evidente che non c’è una sola causa che porta alla dipendenza dalla droga ma sono tanti i fattori che influiscono, tra gli altri: l’assenza della famiglia, la pressione sociale, la propaganda dei trafficanti, il desiderio di vivere nuove esperienze». Per il Papa, «ogni tossicodipendente ha una storia personale diversa, che deve essere ascoltata, compresa, amata e per quanto possibile sanata e purificata. Non possiamo cadere nell’ingiustizia di classificarle come oggetti e attrezzi rotti, perché ogni persona deve essere valorizzata e apprezzata nella sua dignità per poter essere recuperata». 

Soffermandosi sugli aspetti sociali di questo flagello, il Papa ha esortato a «conoscere le reti che rendono possibile la morte di una persona», non solo fisica, ma anche psichica e sociale. «Reti immense, potenti — ha detto Jorge Mario Bergoglio a braccio — che intrappolano persone responsabili nella società, nei governi, nella famiglia». E sebbene il sistema rappresenti «una parte importante del crimine organizzato», la sfida consiste proprio nel «trovare il modo per controllare i circuiti di corruzione». Da qui l’invito a «risalire la catena che va dal commercio di droghe su piccola scala fino alle forme più sofisticate di lavaggio, che si annidano nel capitale finanziario e nelle banche che si dedicano al riciclaggio».  

Il Papa ha ricordato, sempre a braccio, la vicenda di un giudice argentino in prima linea nella lotta al narcotraffico, che per il suo impegno aveva ricevuto minacce. «Ricevette una foto della sua famiglia, in una lettera: “Tuo figlio va in quella scuola, tua moglie fa questo…”, niente di più. Un avvertimento mafioso. Ossia, quando si vogliono individuare le reti di distribuzione, ci si ritrova con questa parola di cinque lettere: mafia. Ma seriamente. Perché così come nella distribuzione si uccide colui che è schiavo della droga, anche nel consumo si uccide chi vuole distruggere questa schiavitù».  

Certo, «per frenare la domanda del consumo di droghe occorre compiere grandi sforzi e mettere in atto programmi sociali, orientati alla salute, al sostegno familiare e, soprattutto, all’educazione, che considero fondamentale. La formazione umana integrale è la priorità, dà alle persone la possibilità di avere strumenti di discernimento, con i quali si possono distinguere le diverse offerte e aiutare gli altri. Questa formazione è rivolta principalmente ai più vulnerabili della società: i bambini e i giovani, ma va estesa alle famiglie e a quanti subiscono qualche forma di emarginazione. Senza dubbio, il problema della prevenzione viene sempre frenato da tantissimi fattori d’inettitudine dei governi: per un settore del governo qui o lì. E allora i programmi di prevenzione di droga sono quasi senza successo. E una Volta che (l’uso di droga) si è radicato nella società, è molto difficile» da sradicare. «Penso alla mia patria: trent’anni fa era un paese di transito, poi di consumo, e ora di produzione. In trent’anni. Questo è il progresso grazie all’impegno mafioso dei responsabili…». 

Se «la prevenzione è il cammino prioritario», ha detto ancora il Papa, «è fondamentale anche lavorare per la piena e sicura riabilitazione delle sue vittime nella società, per restituire loro la gioia e perché riscoprano la dignità che persero un giorno. Fintantoché questo non viene assicurato, dallo Stato e dalla sua legislazione, il recupero sarà difficile e le vittime potranno ricadere». 

«La lotta è difficile, e ogni volta che uno ci mette la faccia corre il rischio del giudice della mia patria di ricevere una letterina con alcune insinuazioni. Ma stiamo difendendo la famiglia umana, difendendo i giovani, i bambini. Come si dice tra i contadini: difendere i cuccioli, difendere il futuro». 

Il confronto alla Casina Pio IV, ha spiegato il cancelliere della Pontificia accademia delle scienze, mons. Marcelo Sanchez Sorondo, si è focalizzato soprattutto sull’aspetto scientifico del problema, cercando sia di individuare le conseguenze dell’abuso di droghe sia di indagare i possibili usi terapeutici di alcune sostanze. Sono poi emersi contributi per trovare misure più efficaci per il recupero delle vittime della droga e per fronteggiare il sistema criminale che si alimenta proprio con il commercio delle sostanze stupefacenti. Tra gli interventi, la regina Silvia di Svezia, fondatrice del World Childhood Foundation, e l’argentino Gustavo Vera, titolare della Fundacion Alameda. 

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