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“Bisogna uscire da tutto ciò che è solo terreno, mondano, non fondato nei criteri della fede”

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In questo periodo di passaggio nella Chiesa è sempre più fondamentale cercare di ascoltare e comprendere la parola di Gesù stesso in proposito. Il capitolo 21 del vangelo di Luca*, che tratta questo tema, esordisce con un capovolgimento delle apparenze. Una povera vedova getta nel tesoro, nello sguardo di Gesù, più di tutti, più di tanti ricchi. Del Tempio, così bello, invece non resterà nulla. Lo sguardo dell’amore, della grazia, dà vita nuova, ad ogni cosa mentre gli schematismi della legge incartapecoriscono. Alla domanda su quando accadranno questi passaggi e quali segni li preavvisano Gesù risponde di porre attenzione a non farsi ingannare. Molti, lungo la storia, verranno nel nome di Gesù affermando: “Sono io”. Si può trattare di alcune guide, di qualche vario intellettuale, che vogliono imporre in vario modo sè stessi individualmente, a gruppetti, senza camminare nella Chiesa, con la Chiesa e nei criteri della fede. Altra caratteristica di queste persone è il sostenere che il tempo è prossimo, ossia il contrario di quello che ha indicato Gesù, che lo Spirito ci condurrà alla verità tutta intera, ricordandoci di quello che Cristo stesso ci ha detto (cfr Gv 16, 13; Gv 14, 26). Non vi è bisogno, secondo costoro, di un continuo cammino per scoprire sempre più l’amore di Dio. Una caratteristica già dei farisei dei vangeli la si riscontra nel loro trattare delle cose della fede dicendo spesso: “sappiamo” (cfr Lc 20, 21). Il ritenere di sapere può comportare un fasullo senso di sicurezza, di stabilità, proprio di chi non avverte sempre il bisogno di rinnovamento cui accenna Gesù e non vuole essere disturbato. 

Ancora oggi si può sentire rilevare che la misericordia può forse aiutare la pecorella che si è persa ma può in vario modo confondere le novantanove che non si sono smarrite. Affermazione molto indicativa di tante false sicurezze se in questa parabola (cfr Lc 15, 1-7), come in tante altre, Gesù intende invece che siamo tutti in vario modo anche smarriti e abbiamo bisogno di sempre più profonda conversione. E che si tratta di un continuo rinnovamento profondo, spirituale e umano, non spiritualistico, Gesù lo chiarisce subito, parlando di guerre e di rivoluzioni che, proprio in quanto passaggi di crescita, non devono, nel profondo, incutere timore. Non è infatti subito la fine, si tratta tendenzialmente di un passaggio verso una vita nuova, non di un turbamento fine a sé stesso. Si solleverà, continua Gesù, nazione contro nazione e regno contro regno, nel senso appunto della fatica, delle umane contrapposizioni, dei vari orientamenti, sempre bisognosi di rinnovamento; dei vari potentati che in questi passaggi possono temere di veder scricchiolare la loro autorità. E il rinnovamento può comportare terremoti, carestie e pestilenze, fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo, con le potenze dei cieli che saranno sconvolte. Nei momenti, personali, comunitari, di passaggio si può talora vivere la sensazione di una umanità tutta scombussolata, dei suoi stessi riferimenti che vengono messi in crisi. Gesù descrive ciò con dovizia di particolari, sembra anche tornare, lungo il capitolo, su certe affermazioni con nuove sfumature, da nuove angolature. L’uomo può ritenere che la vita normale sia stare sempre in pace. Ma in realtà non è possibile essere sempre più in pace senza che l’amore di Dio entri, ed in modo adeguato, a misura, nella nostra umanità. Dunque si tratta anche, tra l’altro, di riconoscere, per un dono di grazia, le inquietudini, i bisogni inappagati, le ferite, che non possiamo non sperimentare nella nostra vita finché non entra sempre più questo amore. Lasciando che il Signore, rinnovandoci, ci conduca verso una pace sempre più profonda. 

Vi possono per esempio essere persone che portano nella propria vita ferite, paure, dalle quali in vario modo rifuggono. Possono per esempio anche vivere, per anni, intensi cammini di conversione ma sempre non lasciando mai toccare quei punti deboli. Per cui quando si crea una situazione che viene a toccare il nervo allora scoperto può persino crollare tutta la fragile, in parte fasulla, impalcatura della propria vita. Non per nulla Gesù avverte che prima di tutto questo saranno perseguitati, messi a dura prova, i profeti. Si tratta della possibile varia fatica ad emergere delle vie di rinnovamento, nella persona stessa, nella comunità, nel superamento di riferimenti in parte caduchi.  

Quando si cerca di seguire Cristo, anche le situazioni difficili, di passaggio, personali, comunitarie, si può, per grazia, imparare a viverle in lui. Si impara dunque gradualmente a non cercare risposte immediate, a tavolino, circa tanti aspetti della vita. Tanto più, per esempio, sotto certi aspetti, nelle situazioni di tensione. Pregare, lasciare maturare nel tempo la risposta, lasciando placare, per quanto possibile, le emotività, le ansie, le paure. Talora anche nel confronto, per esempio, con un padre spirituale. Fino, tendenzialmente, a quando la risposta viene in qualche modo nella pace, dal cielo, nella vita vissuta. Anche se certo non abbiamo il telefono per parlare con Dio e dunque si può trattare di una risposta ancora in varia misura soggetta a possibili ulteriori verifiche nella vita concreta. Passibile di modifiche, approfondimenti. Certo sperimento che tendenzialmente è una risposta attenta al bene, con buonsenso, anche per gli altri, attento alla pecorella perduta. Dunque la nostra difesa, la nostra risposta, possiamo gradualmente imparare a non prepararla a tavolino, prima di tutto ciò, senza accoglierla a tempo opportuno, sempre più, nello Spirito, nella vita concreta, nel cuore. 

Parliamo dunque di un cammino di sempre più profonda sequela di Cristo. E lui, unendoci sempre più a sé stesso, ci fa vivere ogni cosa con il giusto attaccamento. Dunque in modo sempre più equilibrato. Talora possiamo anche inconsapevolmente pensare che certe cose a noi non potranno mai accadere. Invece qui Gesù sembra quasi accennare ad ogni tipo di difficoltà nella nostra vita non perché debbano tutte di fatto accadere ma perché vuole aiutarci ad appoggiarci sempre più prima di tutto a lui e a dare ad ogni cosa la giusta importanza in lui. Inoltre non ci prende in giro circa le gioie e le possibili sofferenze anche nella vita in lui. Le prove della vita, se Dio le permette, ci possono orientare a quel rinnovamento, a quel più profondo attaccarci a lui e superare altri fasulli legami, che forse era importante cominciare a vivere più profondamente. In un sempre rinnovato, più equilibrato, centramento nel cuore divino e umano di Cristo, che ci fa vedere ogni cosa più nitidamente, vivamente. Ma Dio pensa a tutta la nostra vita, crescita, non cassa aspetti della realtà (come possono invece fare lo spiritualismo, il razionalismo, il legalismo, il pragmatismo), nemmeno minimi, ma aiuta uno sviluppo a misura, adeguato. Impariamo gradualmente, nella grazia e anche nell’esperienza, che Dio ci porta per mano, ci sostiene, con ogni bene, in ogni situazione. Non possiamo pensare a tavolino alle prove. Se viene il momento della prova lo potremo vivere in Dio e con Dio. Qui Gesù aggiunge che in questo percorso è decisiva una virtù (talora negletta perché poco spettacolare): una paziente perseveranza tendenzialmente nella crescita. 

Gesù parla persino di Gerusalemme circondata da eserciti. La nostra vita personale può vivere un subbuglio dei suoi vari aspetti, sentimenti, passioni, mentalità, filosofie. Ma anche la stessa Chiesa può vivere per esempio momenti di passaggio impegnativi, difficili, nei quali per esempio gli orientamenti di certe persone, di certi gruppi, se non sono disponibili a mettersi in discussione possono diventare profondamente conflittuali. Pensiamo alle lotte nei primi secoli per la definizione più approfondita delle verità della fede, distinguendole dalle eresie. Pensiamo alle profonde lotte e tensioni al tempo del concilio. Sono tempi in cui questo o quel dono, questo o quel riferimento può venire frainteso e divenire una fonte di divisione, un’arma nelle mani, talora, persino di fanatici. Pensiamo a quelli che si appellano senza sfumature alla tradizione costante della Chiesa. La tradizione è importante ma Gesù stesso ha detto, come accennavo sopra, che vi è un cammino verso la verità tutta intera sulla base della rivelazione virtualmente piena che ci ha già comunicato. La vera tradizione è questa. A suo tempo la costante tradizione della messa in latino o forse anche del ritenere che i non cristiani vanno all’inferno è stata sottoposta a modifiche che oggi non scandalizzano quasi più nessuno. Qui si può poi osservare che siamo entrati in un’epoca in cui tante maturazioni possono per molti motivi avvenire più rapidamente. Mentre l’abitudine spirituale di secoli è stata al cambiamento talora molto lento. Inoltre nelle epoche di passaggio, di cambiamento, vi può essere chi per tante possibili cause non è ancora pronto. Bisogna poi osservare che la Gerusalemme, il Tempio a cui si riferisce Gesù non è la Chiesa, che, alla fine, è retta da lui. Perché le persone possano difendersi dall’assalto degli eserciti di cui sopra Gesù le esorta a fuggire sui monti. Ossia ad appoggiarsi ai riferimenti, ai criteri, alle fonti, della fede, della grazia. Non dunque, per esempio, a persone, gruppi, che in vario modo non stanno al loro posto, nel modo giusto, nella Chiesa. Bisogna anzi uscire da tutto ciò che è solo terreno, mondano, non fondato nei criteri della fede ma, per esempio, su pensieri, su tradizioni, in fondo sotto certi aspetti terrene. Dunque in questo periodo di passaggio mentre tanta gente accoglie con gioia, con cuore semplice nella fede, il nucleo del messaggio di Papa Francesco vi potrebbero essere alcune guide, qualche intellettuale, che non dialogano col Papa e nella Chiesa secondo le adeguate sfumature, di situazione in situazione, dei criteri della fede. Si potrebbero esprimere invece con razionalismi, tradizionalismi, individualismi, che in varia misura poco hanno a che vedere con la fede e che talora possono comportare, per esempio, una certa sordità programmatica. Ma Cristo accompagna ciascuno secondo le adeguate vie, tappe, della sua personalissima crescita, con i suoi mille doni che in vario modo possono contribuire alla ricerca comune. 

Dunque vi possono essere passaggi anche molto faticosi, problematici. Ma Gesù afferma che sono passaggi che preludono ad una sua più profonda venuta come Dio e come uomo. Invece di scoraggiarci possiamo dunque, per grazia, rialzarci nella fede e sollevare il capo verso Cristo. La nostra liberazione, lo scioglimento di tanti nodi di ogni tipo, sono in vario modo vicini. Qui Gesù parla del germogliare degli alberi che indica che l’estate è vicina. In un brano parallelo (cfr Mc 13, 28) parla del ramo del fico che si fa tenero. L’uomo nei passaggi si può sentire più incerto, inquieto, fragile, ma è per lo sviluppo di una vita rinnovata. È bella l’immagine di alberi che vanno verso il rigogliare di foglie e di frutti (la maturità umana) nella pienezza dell’estate (l’amore di Dio, ed in lui ogni amore ed ogni bene, che riempie, ristora, il cuore). Non passerà questa generazione finché tutto sia avvenuto, infatti questo, è l’autentico cammino di maturazione di ogni persona, comunità. Un falso staticismo è segno di un malessere, di una maturazione che in varia misura non avviene. Il cielo e la terra infatti, le cose terrene, passeranno ma le parole di Cristo, che parlano anche di questo cammino, non passeranno. Gesù dunque avverte che proprio una mancata conversione, un vario appesantimento nelle cose terrene, può far sì che questi tempi di passaggio giungano come un laccio nella vita di qualche persona. Essa può restare legata, chiusa in sé stessa, nel suo malessere. Bisogna dunque gradualmente entrare nella vigilanza, nella preghiera. Altrimenti, per esempio, anche questa parola, dono di grazia, di Gesù sui passaggi impegnativi, sul rinnovamento, può venire accolta con distrazione, poco compresa, può venire dimenticata al tempo invece opportuno. Solo la grazia sempre più accolta aiuta a riconoscere la nuova venuta di Cristo. Proprio come all’epoca della vita terrena di Gesù, quando alcuni notabili religiosi non lo riconobbero mentre il cuore semplice del popolo lo riconobbe. Ma fu poi, in qualche varia porzione, sviato dai potenti.  

Gesù per primo visse la sua vita pubblica in questo continuo andare da Dio alle persone e dalle persone a Dio. Cristo dunque ci ha donato alcuni riferimenti immutabili come, per esempio, Dio comunione trinitaria d’amore; Gesù, Dio e uomo, morto e risorto; l’eucarestia corpo di Cristo; la Chiesa, la successione apostolica, il primato di Pietro, che ci conferma nella fede; la Parola, il battesimo. Ma Gesù ha anche affermato che lo Spirito, ricordandoci quello che Gesù stesso ci ha detto, ci condurrà verso la verità tutta intera. Dunque, per esempio, possiamo dialogare nei momenti di passaggio, di maturazione, nella Chiesa. Il punto fondamentale per ogni cristiano è lasciarsi plasmare da Cristo nella Chiesa, la quale può imparare sempre più ad accogliere i doni autentici di ogni uomo. Bloccarsi invece in modo programmatico sulla propria visuale può diventare un chiudere il cuore a Cristo stesso, volere saperne più di lui. Il camminare nella Chiesa, con la Chiesa, in Cristo è proprio del cristiano, orientato dunque al dialogo, alla ricerca comune, ad una sempre più profonda comunione. D’altro canto in un tempo in cui tante problematiche si scoprono sempre più complesse e piene di sfumature ci si può forse domandare se e in che modo potrebbe forse essere bene indicare magari ancora e sempre più chiaramente i riferimenti essenzialmente immutabili e lasciare spazio ai vari orientamenti su tutto il resto. Mentre oggi forse si possono trattare da qualche parte, in qualche modo, come dogmi, aspetti che tali non sono. Si potrebbero così forse attenuare, magari specie nel lungo periodo, possibili “guerre di religione”, si potrebbe anche per questa via dare più spazio alle varie tendenze. Chiaro che, per esempio, su questa scia il rapporto tra il Papa e i vescovi e le altre diocesi potrebbe anche, sotto certi aspetti, sperimentare variazioni. Ma anche forse si potrebbero aprire nuovi varchi ad una più profonda partecipazione, per esempio, del laicato, dunque tra l’altro, delle donne. Nuove possibili piste ecumeniche. Si potrebbe, ancora, per esempio, sviluppare più facilmente un’attenzione a misura d’uomo, ai pericoli della massificazione, dell’individualismo, della chiusura settaria, dell’omologazione. Può stimolare riflessioni il rilevare che il primo giorno dopo la chiusura del Giubileo della Misericordia, avviandoci al nuovo anno liturgico, al centenario delle apparizioni di Fatima, essendo il ventuno novembre si celebra la memoria della Presentazione di Maria a Tempio, dell’abbandono del suo cuore in Dio. 

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