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“Per noi cristiani è una priorità andare incontro agli emarginati”

Vatican Insider - pubblicato il 31/10/16

«Per noi cristiani è una priorità andare incontro agli emarginati». Lo ha detto il Papa dopo aver ascoltato le testimonianze di cattolici e luterani che lavorano per la pace e la riconciliazione. Francesco ha partecipato al grande incontro ecumenico nella Malmö arena, dove ha fatto il suo ingresso nell’arena a bordo di una macchina elettrica. 

Le testimonianze

Hanno preso la parola quattro testimoni. Pranita Biswasi, donna indiana di 26 anni dello stato dell’Odisha, dove la maggioranza della popolazione vive sotto la soglia di povertà, ha parlato dei cambiamenti climatici e dei danni ambientali. «Oggi, il mio lavoro nella Chiesa evangelica luterana comporta l’impegno con altri giovani sulle questioni di giustizia ecologica e sociale». «Vi esorto – ha detto – ad aumentare la pressione sui leader politici di tutto il mondo a spingere per il riconoscimento dei diritti legali per i mezzi di sussistenza sostenibili per milioni di persone che rischiano di essere lasciate sul ciglio della strada dai cambiamenti climatici in India e in altre parti del mondo».  

Dalla Colombia al Burundi

Dopo di lei è stata la volta di monsignor Hector Gaviria, direttore di Caritas Colombia, che ha parlato della guerra civile con la guerriglia delle FARC che ha squassato per oltre mezzo secolo il suo paese. Ha citato un massacro avvenuto nel 2002 e ha spiegato che uno dei «nostri maggiori compiti è stato quello di aiutare le vittime e assicurare che vengano restituiti i loro diritti». Ha citato anche l’impegno comune di Caritas e i luterani contro le mine anti-uomo. Marguerite Barankitse dal Burundi, ha raccontato che quando è scoppiata la guerra civile nel 1993, ha deciso di adottare sette bambini «ed è stato l’inizio di una missione. Quando il genocidio è iniziato ho nascosto questi e altri 25 bambini orfani». Marguerite ha realizzato la Maison Shalom (casa della pace), «per consolare, riconciliare e ridare speranza a bambini che hanno perso tutto. La nostra convinzione è che l’odio non ha mai l’ultima parola». La donna ha raccontato come oggi la situazione nel paese stia diventando «davvero pericolosa». Avvengono uccisioni, anche di bambini. «Tutti pensano che io sia matta e abbia perso la ragione – anche la mia famiglia! – Io rispondo: sì, io sono matta, ma anche voi siete matti perché avete cominciato a uccidere. Chi ha perso di più la ragione, qualcuno che sta uccidendo o qualcuno che sta cercando di salvare vite umane?». 

La rifugiata «olimpica»

Rose Lokonyen, giovane rifugiata di 23 anni, fuggita dal Sud Sudan nel 2002, oggi vive in Kenya. Quando aveva 14 anni i genitori tornarono in Sud Sudan per cercare i nonni, e lei si è presa cura degli altri fratelli perché era la più grande. «Andavo a scuola e quando tornavo a casa dovevo sbrigare tutte le faccende, compreso andare a raccogliere legna da ardere nel fine settimana e dovevo stare attenta perché a volte le donne vengono rapite nella foresta e quando vedevo qualcuno, scappavo. Dopo aver fatto le faccende di casa, andavo nel campo da calcio e giocavo». Oggi lavora cercando di motivare le ragazze a frequentare la scuola, che molte abbandonano perché devono prendersi cura dei loro parenti o dei loro fratelli più piccoli». Si è dedicata alla corsa, è diventata un’atleta olimpica, e ha portato la bandiera della squadra dei rifugiati ai Giochi di Rio de Janeiro. 

Oggi come a Gerusalemme

Ha preso quindi la parola Munib Younan, vescovo palestinese, presidente della Federazione Luterana mondiale. «Oggi a Lund e Malmö – ha detto – noi stiamo sperimentando il moderno miracolo dello Spirito Santo che i discepoli hanno sperimentato nella mia città natale, Gerusalemme duemila anni fa». «Quando le persone religiose lavorano per l’unità e la riconciliazione, la religione può favorire il fiorire di tutte le comunità umane». Dopo aver parlato del martirio dei cristiani in varie parti del mondo, Younan ha citato il Medio Oriente e ha chiesto a ciascuno dei presenti di pregare per «il mio paese e per una giusta risoluzione del conflitto israelo-palestinese». Il vescovo luterano ha concluso il suo discorso citando il teologo cattolico Gustavo Gutierrez, che ha scritto: «La nostra conversione al Signore implica… una conversione al prossimo». «Questo incontro non è la fine del nostro dialogo, ma un nuovo inizio. Sono fiducioso che il nostro scopo comune sarà trovato non solo nel dialogo teologico, ma nella testimonianza pratica». 

«Magari questa pazzia potesse propagarsi»

Il Papa, dopo aver incoraggiato il lavoro comune di Caritas Internationalis e del World Service della Federazione Luterana mondiale, ha citato le testimonianze ascoltate. Ha ricordato le «gravi conseguenze anche sul clima» ricordate da Pranita, con gli impatti maggiori che «ricadono spesso sulle persone più vulnerabili e con meno risorse, che sono costrette ad emigrare per salvarsi dagli effetti dei cambi climatici. Tutti siamo responsabili della salvaguardia del creato, in modo particolare noi cristiani. Il nostro stile di vita, i nostri comportamenti devono essere coerenti con la nostra fede». Ha chiesto «una speciale preghiera» per la Colombia, «quella terra meravigliosa affinché, con la collaborazione di tutti, si possa giungere finalmente alla pace, tanto desiderata e necessaria per una degna convivenza umana». Ha parlato della missione di Marguerite, «un seme che ha prodotto frutti abbondanti, e oggi, grazie a questo seme, migliaia di bambini possono studiare, crescere e recuperare la salute. Ti ringrazio per il fatto che ora, anche in esilio, continui a comunicare un messaggio di pace. Hai detto che tutti quelli che ti conoscono pensano che quello che fai è una pazzia. Certo, è la pazzia dell’amore a Dio e al prossimo. Magari questa pazzia potesse propagarsi, illuminata dalla fede e dalla fiducia nella Provvidenza!». 

«Davvero commovente» è stata definita da Francesco la testimonianza di Rose. «Mentre ascoltavo la tua storia, mi veniva in mente la vita di tanti giovani che hanno bisogno di testimonianze come la tua».  

Grazie a chi assiste i rifugiati

«Dopo aver ascoltato queste forti testimonianze, che ci fanno pensare alla nostra vita e al modo in cui rispondiamo alle situazioni di necessità che si trovano accanto a noi – ha detto Bergoglio – desidero ringraziare tutti i Governi che assistono i rifugiati, i profughi e coloro che chiedono asilo, perché ogni azione in favore di queste persone che hanno necessità di protezione rappresenta un grande gesto di solidarietà e di riconoscimento della loro dignità. Per noi cristiani è una priorità andare incontro agli scartati e agli emarginati del nostro mondo e rendere tangibile la tenerezza e l’amore misericordioso di Dio, che non scarta nessuno, ma accoglie tutti». Infine Francesco ha anticipato la testimonianza del vescovo di Aleppo, «città stremata dalla guerra, dove sono disprezzati e calpestati persino i diritti più fondamentali. Le notizie ci riferiscono quotidianamente l’indicibile sofferenza causata dal conflitto siriano, che dura ormai da più di cinque anni. In mezzo a tanta devastazione, è veramente eroico che rimangano lì uomini e donne per prestare assistenza materiale e spirituale a chi ne ha necessità». «Imploriamo la grazia della conversione dei cuori – ha concluso – di quelli che detengono la responsabilità dei destini di quella regione».  

Il destino di Aleppo

Dopo Francesco è intervenuto il vescovo caldeo di Aleppo Antoine Audo. «La guerra che stiamo vivendo ogni giorno in Siria, Iraq e in Medio Oriente ci rende testimoni della distruzione della nostra “casa comune”, e la morte di persone innocenti e dei più poveri. La maggior parte degli ospedali sono distrutti e l’80 per cento dei medici hanno lasciato Aleppo. In Siria, 3 milioni di bambini non frequentano la scuola. Il deterioramento fisico e morale si legge in ogni volto, raggiunge tutti, specialmente i più poveri e tra di loro, i bambini, gli adolescenti e gli anziani. Le scuole e le università sono bombardate quasi ogni giorno». Audo ha sottolineato l’importanza dell’impegno comune di Caritas Internationalis e del World Service della Federazione Luterana. ««Con voi vogliamo abbattere tutte le barriere ideologiche e andare insieme verso tutti, specialmente coloro che sono stati più provati dalla guerra. In realtà, la religione non dovrebbe essere una fonte di impedimento di incontrare, ma piuttosto, nel rispetto reciproco e l’attenzione ai più poveri – siano essi cristiani o musulmani – ci deve incoraggiare a difendere i valori umani della dignità, la solidarietà e la ricerca del bene comune».  

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