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“Superiamo le differenze e testimoniamo la nostra crescente unione”

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«Noi siamo spinti dall’urgenza imperiosa dell’ora a superare le differenze che ci dividono e a dare testimonianza della nostra crescente unione… La volontà di Cristo e i segni dei tempi ci spronano ad una testimonianza comune nella pienezza crescente della verità e dell’amore». Sono le parole pronunciate da Papa Wojtyla a Magonza, il 17 novembre 1980, nel discorso al Consiglio della Chiesa evangelica. 

Giovanni Paolo II ricordava che «nel 1510-1511 Martin Lutero venne a Roma come pellegrino alle tombe dei principi degli apostoli, ma anche come uno che cercava la risposta ad alcuni suoi interrogativi. Oggi vengo io a voi, all’eredità spirituale di Martin Lutero; vengo da pellegrino, per fare di questo incontro in un mondo mutato un segno di unione nel mistero centrale della nostra fede». Wojtyla iniziava col dire «ciò che particolarmente mi commuove», collegandosi «alla testimonianza della lettera ai romani, di quello scritto che fu del tutto decisivo per Martin Lutero. “Quella lettera è il vero capolavoro del Nuovo Testamento è il Vangelo più puro”, scriveva egli nel 1522». 

«Alla scuola dell’apostolo delle genti – continuava il Papa guardando al passato – possiamo prendere coscienza che tutti abbiamo bisogno di conversione. Non c’è vita cristiana senza penitenza. “Non c’è vero ecumenismo senza conversione interiore” (Unitatis Redintegratio, 7). “Non vogliamo giudicarci l’un l’altro” (Rm 14,3). Vogliamo piuttosto riconoscere insieme la nostra colpa. Ciò vale anche per la grazia dell’unità: “Tutti hanno peccato” (Rm 3,23). Dobbiamo vedere e dire ciò con tutta serietà e trarne le nostre conseguenze. La cosa più importante è riconoscere sempre più profondamente quali conseguenze trae il Signore dalla defezione dell’uomo. Paolo lo riduce al denominatore: “Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia” (Rm 5,20). Dio non cessa di “usare a tutti misericordia” (Rm 11,32). Egli dona suo Figlio, dona se stesso, dona perdono, giustificazione, grazia, vita eterna. Possiamo riconoscere tutto ciò insieme». 

Giovanni Paolo II ricordava quindi che molti anni della sua vita erano stati segnati dalle sfide «lanciate al cristianesimo dall’ateismo e dalla non credenza». «Mi è perciò più chiaramente davanti agli occhi ciò che importa la nostra comune professione di Gesù Cristo, la sua parola e la sua opera in questo mondo, e come noi siamo spinti dall’urgenza imperiosa dell’ora a superare le differenze che ci dividono e a dare testimonianza della nostra crescente unione. Gesù Cristo è la salvezza di tutti noi. Egli è l’unico mediatore. “Dio lo ha prestabilito a servire come strumento di espiazione per mezzo della fede, nel suo sangue” (Rm 3,25). “Per suo mezzo noi siamo pacificati con Dio” (Rm 8,17) e fra di noi. In forza dello Spirito Santo siamo suoi fratelli, veramente ed essenzialmente figli di Dio. “Se siamo figli, siamo anche eredi; eredi di Dio, coeredi di Cristo” (Rm 8,17)». 

«Riflettendo sulla “confessio augustana” – spiegava Giovanni Paolo II – e attraverso numerosi contatti, ci siamo nuovamente resi conto che noi crediamo e professiamo insieme tutto ciò». Il Papa non dimenticava certo ciò che ancora divide. «Insieme dobbiamo prendere in considerazione ciò il più possibile, non per approfondire i fossati, ma per superarli. Non possiamo fermarci alla constatazione: “Siamo e rimaniamo per sempre divisi e contrapposti gli uni agli altri”. Siamo chiamati a tendere insieme, nel dialogo della verità e dell’amore, alla piena unità nella fede. Solo l’unità piena ci dà la possibilità di radunarci con gli stessi sentimenti e la stessa fede all’unica mensa del Signore».  

Un aiuto in questo senso, aggiungeva Wojtyla, viene proprio dalle lezioni tenute da Lutero negli anni 1516-1517 sulla lettera ai romani. «Egli insegna che la “fede in Cristo per la quale siamo giustificati, non consiste solo nel credere in Cristo, o più esattamente nella persona di Cristo, ma nel credere in ciò che è di Cristo”. “Dobbiamo credere in lui e in ciò che è suo”. Alla domanda: “Che cos’è allora questo?”, Lutero rimanda alla Chiesa e al suo insegnamento autentico. Se le difficoltà che sussistono tra noi riguardano solo “gli ordinamenti ecclesiastici d’istituzione umana”, le potremmo e dovremmo subito eliminare. Secondo la persuasione dei cattolici, il dissenso verte su “ciò che è di Cristo”, su “ciò che è suo”: la sua Chiesa e la sua missione, il suo messaggio, i suoi sacramenti e i ministeri posti al servizio della parola e del sacramento. Il dialogo instauratosi sin dal Concilio ci ha fatto realizzare dei progressi al riguardo. Proprio in Germania si sono fatti passi importanti. Ciò può ispirarci fiducia di fronte a problemi non ancora risolti». 

«Dobbiamo rimanere in dialogo e in contatto – sottolineava Giovanni Paolo II – Le questioni da affrontare insieme esigono di loro natura una trattazione ancora più ampia di quella che è qui possibile oggi. Spero che troviamo insieme la via per proseguire il nostro dialogo. Non possiamo lasciare nulla d’intentato. Dobbiamo fare di tutto per unirci. Ne siamo debitori a Dio e al mondo. “Diamoci alle opere della pace e della edificazione vicendevole” (Rm 14,19). Ciascuno di noi deve dirsi con san Paolo: “Guai a me se non predicassi il Vangelo” (1Cor 9,16)». 

«Noi siamo chiamati ad essere testimoni del Vangelo, testimoni di Cristo – concludeva il Papa – Il suo messaggio esige che rendiamo insieme testimonianza. La volontà di Cristo e i segni dei tempi ci spronano ad una testimonianza comune nella pienezza crescente della verità e dell’amore. Grandi e gravi sono i compiti che ci attendono. Se contassimo solo sulle nostre forze, ci perderemmo di coraggio. “Per grazia di Dio, lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza” (Rm 8,26). Fidando in lui, possiamo proseguire il nostro dialogo, affrontare le opere da noi richieste. Cominciamo con il dialogo più importante, con l’opera più importante, preghiamo!». 

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