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Chiesa

Il nostro compito è capire bene il papa

Antoine Mekary/ALETEIA

Tom Hoopes | Aleteia | Ott 10, 2016

Oggi abbiamo una seconda versione, una sorta di versione rovesciata con una nuova serie di bastian contrario: gli autori che temono che il papa stesso sia un dissidente.

Come ho sottolineato sul Register, è una posizione pericolosa. Questo tipo di autori dice al mondo che sono i laici cattolici intelligenti, non i vescovi in comunione con il papa, il punto di riferimento a cui guardare per conoscere la verità cattolica.

Ma cosa c’è tra i due estremi?

Risposta breve: è esattamente quello che sto cercando di scoprire.

Presso il Benedictine College di Atchison, nel Kansas, il 18 e il 19 novembre organizzeremo l’America’s Catholic Media Summit per affrontare questioni di questo tipo, alla presenza, tra gli altri, di luminari quali Raymond Arroyo, John Allen Jr. e Kathryn Jean Lopez del National Review (ehi, perché non vi unite a noi?)

La nostra domanda è questa: come fa un cattolico ad essere un buon giornalista? E come fa un giornalista ad essere un buon cattolico? E come farlo nella nuova realtà americana?

Penso che qualche principio possa essere utile.

Primo: i cattolici hanno il dovere di evitare il dissenso pubblico. Va bene dubitare e lottare con un insegnamento della Chiesa come la contraccezione, ma non va bene cercare di convincere altri a dubitarne.

Secondo: i giornalisti cattolici hanno il dovere di capire bene il papa. Il “bersaglio” del mio articolo sul Register non erano tanto quei cattolici che vogliono esplorare la saggezza della strategia di papa Francesco, ma quelli che si chiudono in travisamenti sul papa, diffondendo confusione.

E questo è particolarmente importante perché…

Terzo: nell’epoca dei nuovi media, siamo tutti giornalisti d’opinione cattolici con un pubblico potenziale nazionale (perfino internazionale).

Sono rimasto scioccato da quanto ho visto su Facebook e Twitter da parte di amici cattolici saldi, rispettabili e rispettosi. Quando i media principali riportano qualcosa sul papa, troppi di noi sembrano ancora dare per scontato quello che dicono e fargli da cassa di risonanza, spesso sentendosi liberi di usare forti termini di condanna.

Troppi di noi finiscono per chiudersi in un giro vizioso sul papa che non è garantito dalle sue parole, che non ci siamo neanche disturbati a controllare.

Spero di portare avanti questo dialogo su cosa fare nell’Epoca di Francesco, ma devo dire che una strategia che mi è molto servita nella mia carriera è stata quella di rimanere vicino alla barca di Pietro.

Quando ero l’editore del National Catholic Register, molti lettori hanno criticato aspramente papa Giovanni Paolo II per essersi opposto all’America in entrambe le guerre dell’Iraq, ma noi siamo rimasti vicini al giudizio del pontefice sulla questione, e la storia suggerisce che era la cosa giusta da fare.

Qui ad Aleteia, il nostro progetto giornalistico riguarda il fatto di seguire papa Francesco nel suo appello a costruire una cultura dell’incontro, ad andare nelle periferie e ad evangelizzare. Significa cambiare il nostro modo di pensare e cercare di aderire a ciò che ci sta chiedendo – e spesso questo comporta risultati sorprendenti e bellissimi.

Tom Hoopesè writer in residence presso il Benedictine College di Atchison (Kansas, Stati Uniti) e autore del libro di prossima uscita What Pope Francis Really Said.

[Traduzione dall’inglese a cura di Roberta Sciamplicotti]

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