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“Così l’Europa ha trascurato la religiosità degli immigrati”

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L’analisi dell’islamista Paolo Branca: «Negarla, trascurarla o non prendersene cura è un errore enorme». Lo studioso riflette sulle politiche fallimentari della Francia e della Gran Bretagna, sul caso del Belgio, sulla situazione italiana e sul ruolo della Chiesa

di Cristiana Uguccione

 

A questa immalinconita Europa, ferita da una crisi spirituale e morale, insidiata da un dilagante individualismo autoreferenziale e sopraffatta dall’imponente arrivo di migranti, papa Francesco ha ricordato che «le radici dei nostri popoli, le radici dell’Europa si andarono consolidando nel corso della sua storia imparando a integrare in sintesi sempre nuove le culture più diverse e senza apparente legame tra loro». Questa Europa, esposta alla tentazione «di ripiegarsi su paradigmi unilaterali e di avventurarsi in “colonizzazioni ideologiche”», deve e può ritrovare la sua antica capacità di integrazione delle diversità dei popoli, che molto deve al cristianesimo.

Ma gli stati europei si stanno rivelando in grado di costruire questa integrazione buona? Lo abbiamo domandato al professor Paolo Branca, islamista, docente di Lingua e Letteratura araba all’università Cattolica di Milano, da trent’anni attento osservatore delle comunità musulmane.

La nozione di integrazione viene intesa in modo univoco in Europa?

«Non esiste una definizione univoca di integrazione, ciascun paese la intende in un modo diverso in ragione del proprio passato: la storia ha un peso rilevante, condiziona le scelte politiche e plasma la vita quotidiana. La nozione di integrazione è simile a quella di laicità: tutti gli stati europei sono laici, ma esistono profonde differenze nel modo di intendere e vivere la laicità: esiste quella francese, figlia della rivoluzione e dell’anticlericalismo, e quella della Gran Bretagna, dove la regina è anche capo della Chiesa anglicana».

Quali sono i diversi modelli di integrazione introdotti dagli stati europei per governare l’imponente, costante afflusso di migranti nel continente?

«La Francia ha sempre praticato una politica molto assimilazionista, già sperimentata in epoca coloniale, il cui obiettivo, sostanzialmente, è trasformare ogni immigrato in un cittadino francese. Questa politica, sono gli stessi francesi a riconoscerlo, non ha funzionato: è la principale responsabile del fenomeno delle banlieue dove gli immigrati (anche quelli di seconda e terza generazione) vivono di fatto come cittadini di serie B. Si sono create sacche di emarginazione, autentiche polveriere che periodicamente esplodono: le rivolte nelle banlieue non hanno nulla a che fare con la religione, sono espressione di un allarmante disagio sociale.

La Gran Bretagna – che ha avuto un approccio differente, lo stesso sperimentato nelle sue colonie – ha promosso invece la politica del comunitarismo: ognuno si autogestisce a patto di non infrangere le leggi. Anche questa politica si è rivelata fallimentare: ha determinato l’insorgere di siti che hanno finito per essere corpi estranei o società parallele rispetto a quelle ospitanti. Esistono quartieri ma anche intere città (ad esempio Birmingham o Leicester) che sono a tutti gli effetti ghetti pachistani nei quali gli inglesi sono una intimidita minoranza.

Il caso della Germania è diverso perché i turchi (la comunità di immigrati più numerosa) sono stati invitati a venire nel paese quando l’industria tedesca aveva bisogno di manodopera. Gli immigrati sono stati accompagnati e sostenuti, anche dal punto di vista economico: è stata una politica molto pragmatica, che mi pare abbia dato risultati incoraggianti dal momento che i rapporti tra le diverse comunità non sono conflittuali come in Francia o in Belgio. Attualmente la Germania continua con questa politica “selettiva”: vuole accogliere solo gli immigrati di cui pensa di aver bisogno».

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