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Vivere in solitudine: una sofferenza o un’opportunità per crescere?

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Miguel Pastorino - Aleteia - pubblicato il 26/09/16

Assumere la solitudine è avere coraggio per guardarsi, per riconoscersi

La solitudine è per molti un dramma, un problema da risolvere, una cosa dalla quale si desidera fuggire, non di rado accompagnata da sentimenti di abbandono e disperazione. Non si tratta di un’esperienza riservata alla vecchiaia. In qualsiasi momento della nostra vita vogliamo sfuggire alla solitudine, perché può rendere evidente un vuoto interiore, mettendoci davanti la verità del nostro essere.

Non sono poche le volte in cui quando arriviamo a casa cerchiamo di accendere la televisione o la radio o di collegarci a una rete sociale come modo per “non stare soli”. La maggior parte di noi non sceglie la solitudine, che si verifica quando meno ce lo aspettiamo.

Molti, tuttavia, cercano la solitudine trovandovi un momento di riposo e un’opportunità di crescita interiore. Sono infatti innumerevoli le testimonianze della solitudine creativa di filosofi, scrittori, artisti e mistici di tutti i tempi. Per questo, alcuni parlano di una solitudine negativa, che si soffre, e di una solitudine positiva, che ci aiuta a crescere.

Creati per la relazione

L’essere umano è un essere sociale, creato “per la relazione”, ma l’esperienza dimostra che solo chi sa vivere solo sa anche vivere pienamente le proprie relazioni. “Solo chi non teme di scendere nella propria interiorità sa anche affrontare l’incontro con l’alterità. Ed è significativo che molti dei disagi e delle malattie ‘moderne’, che riguardano la soggettività, arrivino anche a inficiare la qualità della vita relazionale: per esempio, l’incapacità di interiorizzazione, di abitare la propria vita interiore, diviene anche incapacità di creare e vivere relazioni solide, profonde e durature con gli altri” (Enzo Bianchi).

Attualmente l’abuso delle reti sociali e dei giochi virtuali ci sta isolando anziché farci comunicare; sta generando nuove solitudini e nuove schiavitù. Al giorno d’oggi, molti giovani hanno grandi difficoltà a legarsi senza la mediazione degli schermi, e i vincoli si creano e si disfano con un semplice “click”.

Ovviamente non è positiva qualsiasi solitudine, perché ci sono forme di isolamento e di fuga dagli altri che sono dannose. La solitudine ben vissuta, però, è l’equilibrio tra l’isolamento e l’attivismo e fonte di forza interiore e solidità.

Assumere la solitudine è avere il coraggio di guardarsi, di riconoscere e assumere il compito personale di diventare chi siamo. La solitudine vissuta positivamente non è una chiusura ma un’apertura, in cui la conoscenza di se stessi ci rende più compassionevoli ed empatici nei confronti degli altri. Le grandi imprese umane e spirituali hanno attraversato la solitudine, perché è fonte di creatività.

La solitudine è faticosa solo per chi non ha sete della propria intimità e che quindi la ignora, ma costituisce la felicità suprema per chi ne ha gustato il sapore” (M. Madeleine Davy).

La solitudine come dono

La solitudine a volte è temibile perché ci ricorda la solitudine radicale della morte, ma proprio per questo è lo spazio di unificazione del cuore, di purificazione delle relazioni, di incontro con Dio. Gesù stesso cercava di ritirarsi in solitudine per pregare, per una maggiore intimità con il Padre. Come nel Suo caso, abbracciare la solitudine positivamente ci prepara anche a vivere la solitudine imposta e sofferta come abbandono.

Per chi ha scoperto la relazione con Dio come fonte di vita e di senso, la solitudine è lo spazio dell’incontro, la fonte che rende possibile relazioni nuove, sane e durature, perché non si usano gli altri per fuggire dalla propria solitudine, ma come possibilità di condividere i tesori che ciascuno porta dentro di sé.

Cosa fare con la solitudine?

Il gesuita olandese Piet Van Breemen scrive al riguardo: “Anche quando è difficile e fa male, stare da soli può essere fecondo e benefico, ma solo quando lo si accetta. Può essere un invito a guardare al di là dei nostri limiti e a scoprire tesori ancora sconosciuti”.

Se ci rivela un vuoto interiore che ci può distruggere se lo rifiutiamo, può condurci a una grande profondità spirituale, nella quale possiamo crescere in unità interiore, in unione con gli altri e con Dio. Solo chi la accetta e la vive come un’opportunità può trovare la pace.

Un sano equilibrio

Bisogna raggiungere un equilibrio tra solitudine e compagnia, e il primo passo è imparare a stare da soli nel senso più positivo, per poter godere della propria interiorità e della contemplazione di tutto ciò che ci circonda. Il secondo passo è aprirsi agli altri, in tutti gli ambiti in cui ci è possibile.

Chi sa stare bene da solo con se stesso è capace di stabilire relazioni nuove e di creare amicizie sane. Non bisogna dipendere dagli amici per spegnere la solitudine, né servirsi di loro per non sentirsi soli. L’amicizia è sempre un dono, ed è autentica solo nella gratuità. L’amicizia che nasce dalla libertà interiore ci rende più grati e più felici, sperimentando gli amici come una vera benedizione nella vita.

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

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