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“Che tristezza i pastori che diventano principi lontani dalla gente”

© Piotr Tumidajski / KAI
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«É brutto per la chiesa quando i pastori diventano principi, allontanati dalla gente, allontanati dai più poveri…». All’udienza generale in piazza San Pietro Papa Francesco ricorda l’invito di Gesù a coloro sono «stanchi e oppressi», a quanti «non possono contare su mezzi propri, né su amicizie importanti», offrendo loro il proprio «ristoro».

Il Papa ha analizzato, nella catechesi, i tre inviti, in forma imperativa, di Gesù («Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro»…), «Venite a me», «prendete il mio giogo» e «imparate da me», chiosando: «Magari tutti i leader del mondo potessero dire questo!».

Innanzitutto, «rivolgendosi a coloro che sono stanchi e oppressi, Gesù si presenta come il Servo del Signore descritto nel libro del profeta Isaia», e «a questi sfiduciati della vita, il Vangelo affianca spesso anche i poveri e i piccoli. Si tratta – ha spiegato Francesco – di quanti non possono contare su mezzi propri, né su amicizie importanti. Essi possono solo confidare in Dio. Consapevoli della propria umile e misera condizione, sanno di dipendere dalla misericordia del Signore, attendendo da lui l’unico aiuto possibile. Nell’invito di Gesù trovano finalmente risposta alla loro attesa: diventando suoi discepoli ricevono la promessa di trovare ristoro per tutta la vita», una promessa poi estesa, al termine del Vangelo, «a tutte le genti», come dimostrato anche da tutti i pellegrini che, nel corso del giubileo della misericordia, stanno attraversando le porte sante nelle cattedrali, nelle chiese di tutto il mondo, ma anche «negli ospedali, nelle carceri» perché trovano, ha detto il Papa, «il ristoro che solo Gesù sa dare».

Dicendo poi «prendete il mio giogo», ha spiegato Francesco, «in polemica con gli scribi e i farisei, Gesù pone sui suoi discepoli il suo giogo, nel quale la Legge trova il suo compimento. Vuole insegnare loro che scopriranno la volontà di Dio mediante la sua persona, mediante Gesù, non mediante leggi e prescrizioni fredde che Gesù stesso condanna».

Infine, «Gesù non è un maestro che con severità impone ad altri dei pesi che lui non porta, questa è l’accusa che lui faceva ai dottori della legge. Egli si rivolge agli umili e ai piccoli perché lui stesso si è fatto piccolo e umile. Comprende i poveri e i sofferenti perché lui stesso è povero e provato dai dolori. Per salvare l’umanità Gesù non ha percorso una strada facile; al contrario, il suo cammino è stato doloroso e difficile. Il giogo che i poveri e gli oppressi portano è lo stesso giogo che lui ha portato prima di loro: per questo è un giogo leggero. Egli si è caricato sulle spalle i dolori e i peccati dell’intera umanità». Gesù «si è fatto vicino a tutti, ai più poveri, era un pastore ed era fra la gente, fra i poveri, lavorava tutto il giorno con loro, Gesù non era un principe… è brutto per la Chiesa – ha chiosato a braccio il Papa – quando i pastori diventano principi, allontanati dalla gente, allontanati dai più poveri. Quello non è lo spirito di Gesù, questi pastori Gesù rimproverava e su questi pastori Gesù diceva alla gente: fate quello che loro dicono, ma non quello che fanno».

«Cari fratelli e sorelle, anche per noi ci sono momenti di stanchezza e di delusione», ha concluso il Papa. «Allora ricordiamoci queste parole del Signore, che ci danno tanta consolazione e ci fanno capire se stiamo mettendo le nostre forze al servizio del bene. Infatti, a volte la nostra stanchezza è causata dall’aver posto fiducia in cose che non sono l’essenziale, perché ci siamo allontanati da ciò che vale realmente nella vita». In questo senso, «Non lasciamoci togliere la gioia di essere discepoli del Signore. “Ma padre io sono un peccatore…”: lasciati andare in Gesù, senti su di te la sua misericordia e il tuo cuore sarà colmato di gioia e perdono. Non lasciamoci rubare la speranza di vivere questa vita insieme con lui e con la forza della sua consolazione».

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