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Ratzinger: fu mia l’idea di cambiare i vertici dello Ior nel 2012

VINCENZO PINTO
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Il libro intervista di Peter Seewald con Benedetto XVI intitolato «Ultime conversazioni» (titolo perentorio, ma essendo il quarto della fortunata serie, mai dire mai) e da oggi in libreria per i tipi di Garzanti racchiude vari colloqui avvenuti in tempi diversi. Alcuni tra il 2010 e il 2013, quando Ratzinger era ancora Papa, e altri nei mesi successivi alla rinuncia. Ancora una volta, dalla lettura delle oltre 630 domande e risposte contenute nel volume, bisogna dare atto al giornalista tedesco di essere riuscito, più di ogni altro, a far emergere il «vero» Ratzinger. Un teologo e un Papa che si smarca dai cliché dei sedicenti «ratzingeriani», da quelli che hanno cercato di rinchiuderlo nel recinto dei conservatori o dei tradizionalisti, fino a quelli che oggi, con caratteristiche patologiche e parossistiche, lo strumentalizzano quotidianamente per screditare il suo successore Francesco.

Un esempio finora sfuggito ai recensori del libro riguarda l’Istituto per le Opere di Religione. Una certa vulgata ha fatto passare l’idea che la clamorosa destituzione del presidente Ettore Gotti Tedeschi (nominato nel 2009, e dunque in pieno pontificato ratzingeriano), avvenuta con modalità a dir poco discutibili, sia stata frutto di un complotto ordito dal cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone. Una decisione che Benedetto XVI avrebbe subito, incapace di reagire. Ma a pagina 209 del libro intervista, il Papa emerito risponde senza tentennamenti a Seewald, rivendicando la scelta.

«Per me lo IOR è stato fin dall’inizio un grosso punto di domanda, e ho tentato di riformarlo. Non sono operazioni che si portano a termine rapidamente perché è necessario impratichirsi. È stato importante aver allontanato la precedente dirigenza. Bisognava rinnovare i vertici e mi è sembrato giusto, per molte ragioni, non mettere più un italiano alla guida della banca. Posso dire che la scelta del barone Freyberg si è rivelata un’ottima soluzione». «È stata una sua idea?», chiede il giornalista. «Sì» risponde Ratzinger.

In un’altra risposta Benedetto XVI parlando dei suoi anni giovanili dice: «Eravamo progressisti. Volevamo rinnovare la teologia e con essa la Chiesa, rendendola più viva. Eravamo fortunati perché vivevamo in un’epoca in cui, sulla spinta del movimento giovanile e di quello liturgico, si aprivano nuovi orizzonti, nuove vie. Volevamo che la Chiesa progredisse ed eravamo convinti che in questo modo sarebbe ringiovanita. Tutti noi nutrivamo un certo disprezzo – allora era una moda – per il XIX secolo, cioè per il nuovo gotico e tutte quelle immagini e statue di santi un po’ kitsch; per la devozione e l’eccessivo sentimentalismo un po’ ristretti e anch’essi un po’ kitsch. Volevamo superarli entrando in una nuova fase della devozione, e il rinnovamento partì proprio dalla liturgia, recuperandone la sobrietà e la grandezza originarie».

Ma il Papa emerito si distanzia anche da quanti oggi, specie nel mondo tradizionalista, lo hanno trasformato in un araldo della fissità dell’antico rito.

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