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Ho abortito mio figlio, e con lui tutta la mia vita

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Spero che anche lei trovi qualcuno in grado di aiutarla

Sono uscito dalla casa dei miei genitori per andare all’università con l’idea che una persona indipendente è quella che si impegna solo con se stessa prima che con qualsiasi cosa. Era la mia visione del modo migliore per conquistare il mondo. Una visione di indipendenza a oltranza, un valore a cui si dovevano subordinare tutti gli altri.

Paradossalmente costruivo la mia vita sulla base di rinunce e compromessi, e così ho rinunciato a molte carriere per studiare Ingegneria, con un impegno tale che ho trovato subito uno sbocco professionale. Ho rinunciato a un comodo lavoro in un’impresa per sceglierne un altro più esigente ma pagato meglio; rinunciavo spesso a dormire otto ore quando lo richiedeva il raggiungimento di una meta. Rinunciavo e mi impegnavo quando le circostanze coincidevano con la mia filosofia di convenienza.

In altri campi in cui non trovavo questo senso di convenienza sceglievo ma senza impegnarmi. Agire in questo modo era per me il massimo della maturità di chi ha sempre il controllo della sua vita. La pensavo così.

Questo atteggiamento ha finito per costare una vita umana… quella di mio figlio.

La mia storia purtroppo può non avere niente di originale, ma contiene tutto il dramma della vita di tre persone, anche se una di queste non è arrivata a vedere la luce.

È una di quelle storie di un uomo e una donna che concordano su una “relazione libera” senza altro impegno se non la semplice convivenza per stare bene. Entrambi concordavamo sul fatto che l’indipendenza coincide con la libertà, e la libertà con l’assenza di impegno. Vivevamo entrambi con un “io” esacerbato, individualista, che ovviamente escludeva la nozione dell’amore umano come possibilità di vero incontro personale.

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