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Papa Francesco: “La parrocchia non si tocca”

© OSSERVATORE ROMANO / AFP

Vatican Insider - pubblicato il 03/08/16

A Cracovia, nell’incontro coi vescovi, Bergoglio ha riproposto la vita parrocchiale come via ordinaria e privilegiata per l’annuncio del Vangelo

La parrocchia «non si tocca», non è «una struttura che dobbiamo buttare dalla finestra». Essa, al contrario, è «la casa del popolo di Dio», e «deve rimanere come un posto di creatività, di riferimento, di maternità»: parola di papa Francesco, vescovo di Roma. Nella cornice del suo primo viaggio polacco, tutto costruito intorno all’evento «straordinario» della Gmg di Cracovia, Bergoglio ha avuto tempo e modo di riproporre l’ordinarietà della vita parrocchiale come luogo propizio e primario per l’annuncio del Vangelo. Lo ha fatto lo scorso 27 luglio, nel dialogo avuto con i vescovi polacchi nella cattedrale di Cracovia, la cui trascrizione è stata diffusa ieri dalla Sala stampa vaticana. La domanda di un vescovo gli ha dato spunto di rispondere «a braccio» con un vero e proprio «elogio della parrocchia», pieno di applicazioni concrete, destinato a spiazzare le fanta-teologie sulla rottamazione dell’istituto parrocchiale. E fatalmente lontano anche da tanti scioglilingua clericali di ultima generazione, quelli sull’evangelizzazione «2.0», condotta a colpi di finestre e trovate «crossmediali». Per l’attuale Successore di Pietro, il «corpo a corpo» della vita parrocchiale rimane l’ambito più favorevole dove far fiorire l’opera apostolica affidata alla Chiesa.

Già nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium, papa Francesco aveva ribadito che «la parrocchia non è una struttura caduca». Citando l’esortazione apostolica wojtyliana Christifideles laici, aveva ribadito che essa «continuerà a essere la Chiesa stessa che vive in mezzo alle case dei suoi figli e delle sue figlie». In Polonia, è andato ancora più a fondo: «Cercare la novità e cambiare la struttura parrocchiale? Quello che vi dico potrà sembrare forse un’eresia, ma è come la vivo io: credo che sia una cosa analoga alla struttura episcopale, è differente, ma analoga». Così, rispondendo al vescovo polacco che lo interpellava sull’opportunità di cercare nuove «modalità pastorali» davanti alle condizioni della vita quotidiana Bergoglio si è spinto fino a tracciare un’analogia tra la natura della struttura parrocchiale e il dato strutturale della successione apostolica.

Anche nel delineare la missione della parrocchia e i suoi strumenti propri, papa Francesco non ha strizzato l’occhio a sofisticati progetti di «riconversione» parrocchiale. «Non sono un pastoralista illuminato», ha ammesso parlando di sé, e riproponendo come occasione semplice di annuncio del Vangelo la cura delle attività e delle relazioni che segnano il respiro quotidiano di ogni parrocchia: la celebrazione dei sacramenti, la lettura del Vangelo, la catechesi, l’oratorio, la carità e le opere per i poveri e per chi ha bisogno. Senza aggiungere pesi. Senza doversi inventare per noia o per tenersi occupati cose strane ed estreanee all’ordito della vita reale. Con una rete di rapporti che cresce intorno alla grazia dei sacramenti, all’accoglienza dei bisogni, all’attenzione e alla cura dei giovani e degli anziani, e di cui sono segno e emblema, secondo papa Francesco, le porte aperte delle chiese a anche «il confessionale con la luce accesa»: nelle parrocchie, «se c’è un confessionale con la luce accesa, sempre la gente va. Sempre!», ha detto Francesco davanti ai Vescovi polacchi. Sgombrando il campo anche da una certa ideologia delle «minoranze creative» che nei lustri recenti celebrava i movimenti come le «truppe scelte» dell’evangelizzazione, e rappresentava il resto del Popolo di Dio come massa amorfa e inerte da «mobilitare». «Qualcuno» ha ripetuto papa Francesco davanti ai vescovi polacchi «dice che la parrocchia non va più, perché adesso è l’ora dei movimenti. Questo non è vero! I movimenti aiutano, ma i movimenti non devono essere una alternativa alla parrocchia: devono aiutare nella parrocchia, portare avanti la parrocchia, come c’è la Congregazione Mariana, come c’è l’Azione Cattolica e tante realtà».

D’altro canto, le parole del Papa a Cracovia sulla parrocchia non ammiccano nemmeno a visioni idealizzanti della vita parrocchiale. Le parrocchie, proprio in quanto elemento «strutturale» del tessuto ecclesiale, possono fatalmente diventare terminale burocratico delle più nefaste crudeltà clericali: «Ci sono parrocchie» ha detto il Papa «con segretarie parrocchiali che sembrano “discepole di satana”, che spaventano la gente! Parrocchie con le porte chiuse». La vita parrocchiale raccontata da Papa Bergoglio anche ai vescovi polacchi non ristagna nella piatta, ripetitiva e meccanica applicazione di protocolli preconfezionati, di «istruzioni per l’uso». Il suo tratto distintivo è la creatività, la disponibilità a trovare strade nuove per compiere la propria missione apostolica di sempre. E la conversione «in chiave missionaria» delle ordinarie attività e dinamiche pastorali non è un pretesto per dar sfogo all’indole inventiva di qualche pastoralista, ma solo un tentativo di rendere più facile l’incontro con Cristo per gli uomini e le donne del nostro tempo, così come sono. Bergoglio, nella risposta al vescovo polacco, ha fornito della «conversione missionaria» propria della «Chiesa in uscita» immagini semplici e spiazzanti, anche per certi dilaganti neo-conformismi di marca «bergoglista»: come quando, attingendo alla sua esperienza pastorale, ha raccontato di «un paese in cui non era abituale che si battezzassero i bambini, perché non c’erano soldi; ma per la festa patronale si prepara la festa 3-4 mesi prima, con la visita alle case, e lì si vede quanti bambini non sono battezzati». E allora «Si preparano le famiglie, e uno degli atti della festa patronale è il Battesimo di 30-40 bambini che, al contrario, sarebbero rimasti senza Battesimo».

Secondo Papa Bergoglio, realizzare una «Chiesa in uscita» vuol dire semplicemente «inventare cose del genere». E una simile attitudine apostolica comporta fatalmente anche una certa componente di fatica. «Prendersi cura del Popolo di Dio è faticoso, è faticoso!», ha insistito papa Francesco. Lui riconosce che la parrocchia è stancante proprio «quando è ben impostata». E che «portare avanti una parrocchia è faticoso, in questo mondo di oggi con tanti problemi». Ma aggiunge anche che «il Signore ha chiamato noi perché ci stanchiamo un pochino, per lavorare e non per riposare». Approssimarsi a chi è lontano, consolare, «toccare le piaghe di Cristo» in chi soffre, costa tempo e fatica. È molto più comodo crogiolarsi anche «online» nel vittimismo lamentoso dei circoletti e degli apparati clericali, sempre in angoscia per il destino della Chiesa e la sua «irrilevanza». E forse anche questo spiega almeno una parte delle ostilità e delle insofferenze clericali davanti al magistero di papa Francesco.

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