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Preti uccisi nel mondo: l’escalation del martirio

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Eroici nel prestare servizio pastorale anche in zone di conflitto o di diffusa violenza sociale, politica e religiosa, spesso i sacerdoti pagano con la vita la fedeltà al Vangelo

di Paolo Affatato
Il missionario Jesus Reynaldo Roda, degli Oblati di Maria Immacolata, è stato freddato nella sua cappellina dell’isoletta di Tabawan (Filippine del Sud) mentre recitava il rosario. Andrea Santoro era assorto in preghiera nella chiesa di Trebisonda, in Turchia, quando è stato raggiunto da un colpo di pistola alla schiena. Francois Murad è stato ucciso a Gassanieh, nel nord della Siria, in un assalto dei militanti al convento dove risiedeva. E Thaier Saad Abdal, ucciso durante la messa domenicale in un attentato compiuto nella Cattedrale siro-cattolica di Bagdad, in Iraq, ha detto ai terroristi: “Uccidete me, non questa famiglia con bambini” facendo loro scudo col suo corpo.

Sono tante le storie di preti cattolici che, in ogni parte del mondo, hanno pagato con la vita la loro fedeltà al Vangelo. Storie di martirio del nostro tempo, perchè tutti sono stati colpiti mentre portavano avanti le consuete attività pastorali: erano impegnati nella liturgia, o camminando verso villaggi remoti, in aree rurali o montuose, solo per celebrare messa; stavano beneficiando i più poveri o coinvolti in opere di promozione sociale, di istruzione, di sviluppo.

Secondo il dati rilevati annualmente dall’agenzia vaticana Fides –  osservatorio che, nella Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, monitoria i missionari e gli operatori pastorali (sacerdoti, suore, laici) che hanno perso la vita in modo violento – gli ultimi decenni hanno registrato un’autentica escalation del martirio: a fronte dei 115 missionari uccisi nel decennio 1980-1989, il periodo 1990-2000 presenta un’impennata fino a 604 vittime (con il genocidio in Rwanda che contribuisce in modo decisivo), mentre negli ultimi 15 anni (2001-2015) il totale degli operatori pastorali uccisi è di 365. Le cifre sono relative a casi accertati, di cui si è verificata notizia. In molti casi le ragioni degli omicidi non sono chiare, in altri, spiega l’agenzia vaticana, sono “odio personale o tentativi di rapina”, mentre non mancano casi di violenza “in odium fidei”, come per Jaques Hamel, ucciso ieri a Rouen, in Francia, e per altri come lui, colpiti dentro le mura o sul sagrato delle chiese.

Considerando i dati dell’ultimo decennio, è alto il prezzo pagato in Medio Oriente: la tragica scomparsa di Andrea Santoro nel 2006 è stata preludio a quella del vescovo Luigi Padovese, Vicario apostolico dell’Anatolia e presidente della Conferenza episcopale turca, assassinato a coltellate dal suo autista nella sua abitazione a Iskenderun il 3 giugno 2010.

Nell’Iraq destabilizzato da due guerre, vittima dell’odio settario è stato Raghiid Ganni parroco nella Chiesa del Santo Spirito a Mosul, ucciso domenica 3 giugno 2007, sul sagrato della chiesa, dopo la celebrazione della Santa Messa, insieme con tre diaconi. Ganni è il primo sacerdote cattolico ucciso in Iraq. Dopo di lui Paulos Faraj Rahho, arcivescovo Caldeo di Mosul, è stato rapito all’uscita della chiesa il 29 febbraio 2008, dopo aver celebrato la Via crucis, e un mese dopo i rapitori hanno restituito il suo corpo senza vita. E nella lista dei martiri si ascrivono anche i giovani sacerdoti Wasim Sabieh e Thaier Saad Abdal, nemmeno trentenni, sono rimasti uccisi la sera del 31 ottobre 2010 nel grave attentato terroristico compiuto nella Cattedrale siro-cattolica di Bagdad che ha causato decine di morti e feriti fra i fedeli riuniti per la messa domenicale.

Anche la Siria, sconvolta da un conflitto che ha visto la proliferazione di formazioni jihadiste propagatrici di odio religioso come il “Daesh”, ha visto scorrere il sangue dei pastori cattolici: il gesuita olandese p. Frans van der Lugt, SJ, che viveva dal 1966 nella martoriata città di Homs, è stato sequestrato il 7 aprile 2014, da uomini armati, che lo hanno picchiato e poi ucciso con due pallottole alla testa. Van der Lugt aveva scelto di restare in città, sotto i bombardamenti, in un monastero nella città vecchia. Un anno prima, il 23 giugno 2013, il sacerdote siriano François Murad, è stato ucciso a Gassanieh nel convento della Custodia di Terra Santa dove aveva trovato rifugio, attaccato dai miliziani legati al gruppo jihadista Jabhat al-Nusra. Murad aveva fondato una nuova congregazione siro-cattolica ispirata alla spiritualità di San Simeone lo Stilita. Non si può dimenticare, poi, la figura del gesuita italiano Paolo dall’Oglio, fondatore della comunità monastica Mar Musa, in Siria: se ne sono perse le tracce nel 2013 e le speranze di ritrovarlo vivo si fanno sempre più flebili.

L’Africa racconta, tra le tante vittime, la morte di Christ Forman Wilibona, trucidato il 18 aprile 2014 a Bossangoa, in Repubblica Centrafricana: il sacerdote aveva appena terminato la messa crismale, poco prima di Pasqua, quando dei ribelli Seleka gli hanno sparato contro 12 pallottole. Nello stesso anno, l’assalto alla parrocchia “Nostra Signora di Fatima” nel centro di Bangui, capitale della nazione, dove si erano rifugiate numerosi fedeli in fuga dalle violenze, sono morte 18 persone e con loro il prete centrafricano Paul-Emile Nzale.

In Asia spicca la morte di Fausto Tentorio, missionario italiano del Pontificio Istituto Missioni Estere, parroco di Arakan Valley, sulla grande isola di Mindanao (Filippine), ucciso la mattina del 17 ottobre 2011. Appena uscito dalla chiesa, dopo la messa, è stato assalito da due uomini armati che gli hanno sparato a sangue freddo, alla testa e alla schiena. Nello stesso arcipelago delle Filippine, Jesus Reynaldo Roda, guidava una piccola stazione missionaria nelle isole Sulu, portando avanti l’attività pastorale per una trentina di fedeli: aveva già ricevuto minacce da parte di dissidenti islamici legati al gruppo Abu Sayyaf, ma aveva rifiutato la scorta. Nel 2008 ha subito l’attacco fatale.

Nell’India disseminata di violenze anticristiane, perpetrate spesso da gruppi estremisti indù, si ricorda Thomas Kochupuryil, rettore del Seminario maggiore a Bangalore, assassinato da ignoti nella notte del 1° aprile 2013 all’interno dei locali del Seminario. Il sacerdote è stato malmenato fino alla morte.

Tuttavia, come riferisce l’agenzia Fides, negli ultimi anni è l’America Latina a detenere il record numerico di preti assassinati, data l’estrema violenza di carattere sociale che si registra nella società delle nazioni sudamericane: tra i casi più eclatanti, quello di Luis Alfonso León Pereira, ucciso in sacrestia mentre si preparava a celebrare la Messa, la sera di mercoledì 15 luglio 2015 nella parrocchia di Santa Maria Madre della Chiesa, dnella città di Monterìa, in Colombia. Un uomo senza fissa dimora, entrato in parrocchia con l’intento di rubare, scoperto dal sacerdote, si è scagliato contro di lui con un moncone di bottiglia, ferendolo mortalmente al collo.

Nei paesi europei, invece, le ultime vittime sono Adolfo Enríquez, parroco di Vilanova dos Infantes, in Spagna, vittima di omicidio nel marzo 2015; e don Michele Di Stefano, 79 anni, della diocesi di Trapani, ucciso a colpi di bastone nel proprio letto, in canonica, nella notte tra il 25 e 26 febbraio 2013. L’assassino, suo parrocchiano, ha ucciso per rapina ed è stato condannato a trent’anni di reclusione.

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